Indice dei paragrafi · 35
  1. Nell’83 a.C
  2. Dopo la morte di Silla la crisi della Repubblica diventa più grave
  3. Nel 73 a.C
  4. Pompeo e Crasso
  5. Dopo il consolato per Pompeo seguono anni di attesa
  6. La situazione a Roma si fa sempre più difficile
  7. Profondamente deluso e amareggiato dal senato
  8. Al tempo di Cesare la Gallia era divisa in tre parti
  9. Fin dalla sua partenza
  10. Pompeo era rimasto nei dintorni di Roma
  11. Dal 49 a.C
  12. I congiurati si erano illusi che il popolo…
  13. Grazie alla vittoria su Antonio e Cleopatra
  14. Il processo di riconoscimento giuridico della nuova forma…
  15. “Durante il mio sesto e settimo consolato
  16. Cosi Augusto nelle Res Gestae tentò di legittimare…
  17. Fine delle guerre civili
  18. Già Cesare e Antonio avevano tentato il dominio di uno solo
  19. Augusto realizza il progetto della “grande Roma”
  20. Augusto pensa per tempo alla sua successione
  21. Dopo la morte di Augusto (14 d.C.) il…
  22. Durante il regno di Tiberio si manifestarono contrasti…
  23. Il suo brevissimo regno fu caratterizzato da ogni…
  24. Dopo la morte di Caligola
  25. Lucio Domizio nel momento dell’adozione da parte di…
  26. Con la morte di Nerone si apre un…
  27. In un primo tempo il potere toccò all’aristocratico…
  28. Con Vespasiano inizia la dinastia dei Flavi
  29. Il principato di Vespasiano rappresenta un sensibile progresso…
  30. Complessivamente Vespasiano riuscì a godere di un certo consenso
  31. La fama di Domiziano risente dell’ostilità della tradizione…
  32. Il II secolo d.C
  33. Con la piena approvazione del senato
  34. Questa legislazione fu vigorosamente ripresa da Traiano
  35. La politica espansionistica di Traiano fu subito abbandonata…
TARDA REPUBBLICA E PRINCIPATO

Storia romana — Parte II

TESTO ORIGINALE DELL’AUTORE — NON MODIFICATO

Le proscrizioni, la dittatura e le riforme

01 Nell’83 a.C §

Nell’83 a.C. Silla sbarca a Brindisi e con l’aiuto dell’esercito del giovane Cneo Pompeo e l’appoggio di Marco Licino Crasso sconfigge la forze avversarie guidate da Mario il Giovane. Restavano da eliminare gli oppositori mariani rifugiatisi in Africa e in Sicilia. In queste operazioni si distinse Cneo Pompeo, che Silla gratificò con l’epiteto di Magnus. Per rendere definitiva la sua vittoria, Silla introdusse le liste di proscrizione, elenchi di avversari politici i cui nomi venivano notificati al pubblico: chiunque poteva ucciderli impunemente, i loro beni erano confiscati e venduti all’asta, i loro figli e discendenti esclusi da ogni carica. Dopo la vittoria Silla si preoccupa di legittimare il suo potere. Per l’82 e l’81 a.C. si fa eleggere dai comizi centuriati dittatore a tempo indeterminato con poteri amplissimi: “dittatore col compito di emanare leggi e di riformare la costituzione”. Poi riprende il progetto di Druso, esclude i cavalieri dai tribunali e porta il numero dei senatori da 300 a 600, con l’immissione dei cavalieri, e soprattutto dei suoi seguaci. Alcuni provvedimenti erano rivolti ad impedire che singoli magistrati e generali potessero imporsi: proprio a questo scopo era stato istituito un “corso degli onori” (se è la traduzione letterale del latino cursus honorum, sarebbe meglio usare un’espressione più vicina al linguaggio attuale, come per esempio “percorso o sistema di avanzamento nelle cariche pubbliche”, o ”progressione nella carriera politica pubblica” o simili), per cui non si poteva diventare questori prima dei 30 anni, pretori prima dei 39 e consoli prima dei 42, né si poteva ottenere una seconda volta il consolato se non dopo un intervallo di 10 anni. Il sistema del cursus honorum inoltre limitava radicalmente il potere dei tribuni della plebe, che in passato erano stati la causa di tanti turbamenti dello Stato. Data l’importanza dell’esercito in armi durante le contese civili, era proibita la presenza di truppe su tutto il territorio della penisola italiana, dal Rubicone e dall’Arno fino allo stretto di Messina. Altre disposizioni si erano rese necessarie a causa dei seguenti mutamenti che si erano succeduti: allargamento del corpo civico e sua estensione a tutta l’Italia, trasformazione delle comunità latine ed italiche in municipia dello Stato romano, aumento delle province, formazione di un esercito professionale. Nell’80 a.C. Silla depone la dittatura e si fa eleggere console; nello stesso anno rinuncia del tutto alle magistrature, ma controlla lo Stato anche da privato, contando sulla fedeltà dei suoi veterani, fino alla sua morte, avvenuta nel 78 a.C.

Lo smantellamento dell’ordinamento sillano

02 Dopo la morte di Silla la crisi della Repubblica diventa più grave §

Dopo la morte di Silla la crisi della Repubblica diventa più grave. Le riforme del dittatore sono messe a dura prova e da più parti si richiede la loro abolizione. Già nel 78 a.C. Marco Emilio Lepido tentò di ridimensionare l’ordinamento sillano. Altre vicende turbano a fondo l’impero. Quinto Sertorio, che si era distinto nelle file mariane, suscita la rivolta in Spagna (80-78 a.C.) e le popolazioni spagnole, da sempre ostili al dominio romano, trovano in lui la risposta alla loro esigenza d’autonomia. Anche in Oriente la situazione è altamente esplosiva. Mitridate e il suo alleato Tigrane fomentano il malcontento. Mitridate protegge i pirati e le coste della Cilicia diventano le basi da cui partono le spedizioni piratesche, le cui navi terrorizzano i commercianti italici. Nella stessa penisola italiana la situazione è difficile. Le proscrizioni sillane hanno lasciato un segno profondo nella società. Chi ha perso i suoi beni non si rassegna facilmente e vuole riottenere le proprie ricchezze e il proprio ruolo. Anche la plebe non ha motivo di essere contenta e i suoi tribuni non hanno peso politico. I cavalieri sono impazienti di recuperare i loro diritti politici e specialmente il controllo dei tribunali, mezzo per proteggere i loro interessi. Il sottofondo di questo quadro, turbato e sconvolto, è costituito dalla protesta degli schiavi. Molti di essi hanno prestato servizio nell’esercito sillano e la consapevolezza di costituire il livello più basso d’una società ormai percorsa da profonde spaccature ha fatto nascere nuove aspirazioni tra le file di questi disperati.

03 Nel 73 a.C §

Nel 73 a.C. da Capua fuggono una settantina di gladiatori. Il loro capo è Spartaco, un trace. I Romani sottovalutano inizialmente la rivolta e le truppe poco numerose, inviate in Campania, sono sbaragliate dagli insorti. Il gladiatore va intanto rafforzando le file del suo esercito rivoluzionario. Migliaia di schiavi fuggiaschi, sbandati, diseredati e scontenti, vedono in lui la possibilità di riscatto. Alla fine Spartaco può contare su un considerevole esercito. Nel frattempo i rivoltosi si erano spinti nell’Italia meridionale. Insieme ai suoi uomini Spartaco risale la penisola nel tentativo di oltrepassare le Alpi (72 a.C.) per restituire cosi la libertà ai suoi compagni. Dopo la vittoria di Modena, ottenuta su un esercito consolare, gli insorti preferirono abbandonarsi alla razzia e ai saccheggi. Mentre gli schiavi percorrono di nuovo l’intera penisola, Roma decide di intervenire inviando l’ex sillano Marco Licinio Crasso contro i rivoltosi. Crasso riuscì ad isolare Spartaco e i suoi nel Bruzio. Essi tentarono di passare in Sicilia per fomentare là una nuova rivolta ma, traditi dai pirati che, ricevutone il prezzo, non li traghettarono, furono costretti a spezzare il blocco di Crasso che, raggiuntili, li sconfisse pesantemente in Lucania: lo stesso Spartaco cadde in battaglia (71 a.C.).

04 Pompeo e Crasso §

Pompeo e Crasso, dopo avere liberato Roma dall’incubo della ribellione servile e spagnola, imposero al senato la loro candidatura al consolato per il 70 a.C. Durante il consolato di Pompeo e Crasso l’ordinamento sillano (in realtà l’opera era già iniziato nel 75 a.C. sotto il consolato di Caio Aurelio Cotta) fu completamente smantellato; i tribuni riacquistarono appieno le loro potestà; i tribunali vennero sottratti al monopolio senatoriale e affidati in pari misura ai senatori e ai cavalieri; un buon numero di senatori, che avevano appoggiato Silla, vennero allontanati; vennero ripristinate le distribuzioni di grano a prezzo politico. Al successo delle riforme non sembra essere stato estraneo il contemporaneo processo per malversazione condotto contro Caio Verre, propretore in Sicilia dal 73 al 71 a.C. Marcio Tullio Cicerone, che conduceva l’accusa, lo aveva trasformato in una denuncia contro il malgoverno senatoriale nelle province e contro la collusione tra governatori corrotti e giurie senatorie compiacenti.

05 Dopo il consolato per Pompeo seguono anni di attesa §

Dopo il consolato per Pompeo seguono anni di attesa. Il suo grande momento è rappresentato dalla campagna contro i pirati della Cilicia. Nonostante l’opposizione senatoriale e con l’aiuto del tribuno della plebe Aulo Gabinio, gli viene attribuito un imperium infinitum su tutto il Mediterraneo contro i pirati. In tre mesi riesce a fare piazza pulita dei pirati (67 a.C.). Attraverso l’aiuto di un altro tribuno della plebe, Caio Manilio, si fa assegnare anche la campagna orientale contro Mitridate (66 a.C.), e in due anni, giovandosi di quanto ha già fatto Lucullo, il suo predecessore, sconfigge il sovrano orientale. Non contento, spazza via anche gli ultimi discendenti della dinastia dei seleucidi, il grande regno che aveva avuto come sovrano Antioco III. Ora Pompeo crea nuove province e risistema i confini del dominio romano in Oriente. In Italia il suo ritorno è atteso con timore: ricorda troppo da vicino l’altro sbarco, quello di Silla. Contro ogni aspettativa e oscuro presentimento, il generale congeda l’esercito a Brindisi. Chiede solo al senato di approvare il suo operato in Oriente, accettandone la riorganizzazione, e di occuparsi della sistemazione dei suoi veterani. Il senato tuttavia rifiuta (62 a.C.), spaventato dall’immenso potere di Pompeo, e, nonostante il suo rispetto per la legalità repubblicana, non sistema i veterani.

06 La situazione a Roma si fa sempre più difficile §

La situazione a Roma si fa sempre più difficile. La congiura di Catilina dimostra che intrighi e ambizioni personali hanno sostituito i partiti e le idee politiche. Nel 64 a.C. costui propose la propria candidatura al consolato per il 63 a.C., ma fu battuto da Cicerone. Ancora nel 63 a.C. ripresentò la sua candidatura al consolato per l’anno successivo, fondando la sua campagna elettorale sul programma di una generale cancellazione dei debiti, che gli garantiva l’appoggio entusiastico non tanto dei ceti popolari quanto dei nobili declassati. Bocciato una seconda volta, egli cominciò a tessere le fila della famosa congiura: a Roma, soppresso Cicerone, Catilina si sarebbe impadronito del potere con metodi terroristici; in Etruria avrebbe organizzato un esercito ribelle composto dai veterani sillani. Il piano però fu scoperto e sventato da Cicerone, che poté infine indurre il senato ad emettere il senatus consultum ultimum e con un attacco durissimo (Prima Catilinaria) costrinse Catilina ad allontanarsi da Roma e a raggiungere a Fiesole le bande armate. Catilina e i suoi seguaci, nonostante la mite proposta di Caio Giulio Cesare* (confiscare i beni lasciando loro la vita), sono condannati a morte in contumacia, senza diritto d’appello. Alcuni congiurati catturati a Roma sono giustiziati: Catilina e molti suoi seguaci muoiono sul campo, combattendo. Cicerone si attribuì il merito di avere salvato la patria da un pericolo mortale.

Dal “primo triumvirato” alle idi di marzo

07 Profondamente deluso e amareggiato dal senato §

Profondamente deluso e amareggiato dal senato, Pompeo si riavvicinò allora a Crasso e al suo emergente alleato Cesare, con i quali strinse un accordo privato (60 a.C.) di sostegno reciproco, comunemente chiamato dai moderni “primo triumvirato”. L’accordo prevede che Pompeo si impegna a passare voti a Cesare per il consolato del 59 a.C., Cesare s’impegna a fare approvare i provvedimenti orientali di Pompeo e a sistemare i veterani, Crasso si fa portavoce degli interessi dei cavalieri e delle compagnie di appaltatori in Oriente. L’accordo fu cementato anche col matrimonio tra il già maturo Pompeo e la giovanissima figlia di Giulio Cesare. Eletto console, Cesare fa approvare tutti i provvedimenti: distribuzione ai veterani di Pompeo di tutto l’agro pubblico rimanente in Italia; ratifica le decisioni di Pompeo in Oriente; infine fa ridurre di un terzo il canone d’appalto delle imposte della provincia d’Asia, come voleva Crasso. Inoltre Cesare fa promulgare una legge che gli assegna per cinque anni la Gallia Cisalpina, l’Illirico e poi anche la Gallia Narbonese: la base per crearsi una grande forza militare. A Roma tutti sono consapevoli che stanno accadendo trasformazioni eccezionali: gira infatti la voce che il 59 a.C. è l’anno del consolato di Giulio e di Cesare, poiché il collega Bibulo è niente più che una comparsa. Finito l’anno di consolato, Cesare abbandonò la capitale, ma volle lasciare una spina nel fianco di quanti in senato gli erano ostili. Cesare con Pompeo e Crasso lascia un professionista della demagogia e degli scandali: Publio Clodio. Questi, diventato tribuno, con una serie di leggi*, riesce a mandare in esilio Cicerone col pretesto di aver condannato a morte i seguaci di Catilina, senza aver concesso l’appello del popolo. Pompeo non fece nulla per aiutarlo.

Cesare in Gallia

08 Al tempo di Cesare la Gallia era divisa in tre parti §

Al tempo di Cesare la Gallia era divisa in tre parti: al centro la occupavano i Celti, a sud-ovest gli Aquitani, a nord i Belgi. I Romani da tempo si erano insediati nell’area meridionale (l’attuale Provenza occidentale corrisponde all’antica provincia della Gallia Narbonese). Il resto del territorio era abitato da diversi popoli, dediti all’agricoltura e alla pastorizia e del tutto privi di qualunque organizzazione politica unitaria. Quando gli Edui, alleati di Roma, chiedono aiuto contro la minaccia di un’invasione degli Elvezi (altra popolazione celtica), Cesare pone la basi della sua azione nella Gallia Narbonese. Dopo la sua vittoria (58 a.C.) a Bibracte (Autun) un’assemblea di Celti chiede a Cesare di intervenire contro Ariovisto, continua minaccia per le popolazioni di confine. L’ulteriore vittoria procura al generale l’alleanza di moltissime genti, ma anche l’odio di altre. La nuova sollevazione è questa volta fomentata dai Belgi, che abitavano la zona posta tra il Reno e la Senna. Cesare vince di nuovo e le sue azioni cominciano ad essere avvolte nella leggenda. Dopo l’incontro di Lucca (56 a.C.), il piano di Cesare è di conquistare l’Aquitania, regione tra la Garonna e i Pirenei. Un’invasione di Tencteri e Usipeti (popolazioni germaniche) è respinta oltre il Reno. Ma il suo desiderio è spingersi più in là del Reno. La Britannia, lontana terra sulla quale circolano numerose leggende, è la sua prossima meta. La campagna si risolve in un successo: pur senza passare alla conquista. Cesare impone tributi e chiede ostaggi (54 a.C.). In Gallia si sta intanto preparando la rivolta. A capo dell’insurrezione c’è Vercingetorige, re degli Alverni. In pieno inverno Cesare attraversa la Cevenne e penetra nel territorio nemico, fino a Gergovia (presso Clermont-Ferrand), la capitale del re insorto. Ma la città resiste. Costretto a tornare indietro, il generale è attaccato alle spalle da Vercingetorige, ma l’esercito romano ha la meglio. Vercingetorige respinto fugge ad Alesia che diventa la sua trappola mortale. La presa di Alesia (presso Digione) segna la fine della conquista e la Gallia è ridotta alla nuova provincia romana (52 a.C.) della Gallia Comata.

Gli accordi di Lucca

09 Fin dalla sua partenza §

Fin dalla sua partenza, il triumvirato era in crisi per il disaccordo fra Crasso e Pompeo; il senato tentava di recuperare le posizioni perdute; Catone (pronipote del Censore) alimentava l’ostilità contro Cesare, accusandolo di essere andato oltre i limiti del suo potere proconsolare e d’aver impegnato le legioni in una serie di operazioni non autorizzate dal governo della repubblica. A questo punto Cesare si riunì con Crasso e Pompeo a Lucca (56 a.C.), dove i tre si accordarono su questo progetto: Crasso e Pompeo diventeranno consoli l’anno seguente (55 a.C.) e prolungheranno il mandato di Cesare nelle Gallie per altri cinque anni; dopo il consolato Crasso e Pompeo avrebbero ricevuto come province per cinque anni rispettivamente la Siria e le due Spagne. Tutto si svolse esattamente come i tre avevano programmato. In seguito però il programma di Lucca subì una profonda modificazione, perché Pompeo non volle abbandonare Roma e governò la Spagna mediante suoi legati; Crasso invece si recò in Siria, ma fu battuto dai Parti a Carre nell’53. Mentre si ritirava, Crasso fu preso e ucciso; l’accordo a tre perdeva cosi uno dei suoi protagonisti.

La guerra civile

10 Pompeo era rimasto nei dintorni di Roma §

Pompeo era rimasto nei dintorni di Roma, adducendo come motivazione le necessità e gli obblighi connessi al suo incarico di curatore del rifornimento granario di Roma. Nel 53-54 a.C. cominciano a venir meno i vincoli politici e familiari che univano Pompeo a Cesare: nel 54 era morta di parto Giulia, la giovane moglie, figlia di Cesare, a cui Pompeo era legatissimo. A partire da questo momento Pompeo iniziò ad accostarsi sempre più alla fazione ottimate più accesamente anticesariana. La prima mossa in questa direzione è il rientro di Cicerone dall’esilio. La violenza e il caos politico dilagano a Roma. La plebe, manovrata da personaggi come Clodio, affolla rumorosa i Comizi. Tra i capi, oltre a Clodio, esponente dei popolari, figura Tito Annio Milone, che si dichiara sostenitore dell’aristocrazia. Le due fazioni si scontrarono sulla via Appia e Clodio rimase ucciso. Per evitare la disgregazione dell’ordine costituito, Pompeo viene nominato console senza collega e gli vengono conferiti poteri straordinari. A questo punto Pompeo fa promulgare una legge mirata a colpire il suo avversario. Chi voglia diventare magistrato deve presentare a Roma personalmente la sua candidatura. Cesare è cosi costretto a scegliere tra rimanere nelle Gallie o tornare a Roma come privato cittadino, senza il suo fedelissimo esercito. Come risposta alle intimidazioni, Cesare varca col suo esercito il Rubicone, il torrente che segna il limite della provincia: oltrepassarlo con l’esercito significa condurre la guerra in Italia, ormai “il dado è tratto”. Pompeo, con i consoli e buona parte dei senatori, abbandona la città diretto a Brindisi per imbarcarsi verso l’Oriente. A Roma, Cesare, si ferma per breve tempo a sistemare gli affari più urgenti, poi parte per la Spagna. Questa dilazione nell’inseguimento di Pompeo ha un senso molto preciso: la Spagna, infatti, dopo anni di proconsolato da parte di Pompeo e di comandanti a lui legati, costituisce un gigantesco serbatoio d’alleati per il nemico. Con azioni rapidissime, Cesare riesce presto ad avere la meglio sui sostenitori di Pompeo e anche la Spagna passa al suo fianco. A questo punto l’inseguimento di Pompeo può avere inizio. In pieno inverno attraversa l’Adriatico per sbarcare a Durazzo. Nella penisola balcanica Pompeo ha posto il suo quartiere generale a Tessalonica. Cesare, con un esercito inferiore numericamente, attacca battaglia a Durazzo. Inevitabilmente sconfitto, si ritira per scendere poi di nuovo in campo a Farsalo in Tessaglia (48 a.C.). L’esercito pompeiano viene sconfitto, Pompeo fugge in Egitto dove conta di trovare rifugio presso i figli del re Tolomeo XII Aulete. Invece durante le operazioni di sbarco, il re lo fa assassinare (48 a.C.). Quando Cesare arriva ad Alessandria sulle tracce del rivale, un funzionario egiziano gli consegna la testa di Pompeo. Cesare si intrattenne in Egitto per oltre un anno (48-47 a.C.), allo scopo di dirimere la contesa tra i due pretendenti al trono. Com’è noto, Cleopatra VII fu confermata regina d’Egitto e, partito Cesare, diede alla luce un figlio di lui, a cui impose il nome inequivocabile di Tolomeo Cesare. Dal caos totale c’è chi trae giovamento come Farnace, il figlio di Mitridate, che si impadronisce della Bitinia e della Cappadocia. Cesare marcia allora fulmineamente contro di lui, sconfiggendolo a Zela, nel Ponto (47 a.C.). Nei mesi successivi, tornato in Italia, riuscì a ristabilire la pace interna, turbata durante la sua assenza; poi partì per l’Africa, dove si erano rifugiati molti pompeiani, appoggiati dal re di Numidia, Giuba. Nel 46 a.C. furono massacrati in uno scontro presso Tapso, e i superstiti, fra i quali i figli di Pompeo, Cneo e Sesto, si rifugiarono in Spagna, dove si era ricostituito un nucleo di resistenza; gran parte della Numidia fu trasformata in provincia col nome di Africa Nova. In Spagna, a Munda, l’esercito nemico fu distrutto (45 a.C.).

Cesare dittatore

11 Dal 49 a.C §

Dal 49 a.C. Cesare è di fatto il padrone di Roma. In quello stesso anno, durante un suo breve soggiorno nella capitale, il senato gli offe la dittatura; l’anno seguente è eletto console (48 a.C.); in seguito gli viene concessa la potestà tribunizia, il potere che rende sacra e inviolabile la persona dei tribuni della plebe. Infine, dopo la vittoria di Munda, Cesare diviene dittatore a vita. Le continue modifiche della sua posizione giuridica sono il segno tangibile della difficoltà di collocare l’eccezionalità del suo potere all’interno del sistema dei poteri repubblicani. Il rientro nella capitale è caratterizzato da un’intensa attività di riforma. Tuttavia la sua non è tanto un’opera di restaurazione, quanto di trasformazione dello Stato. Si passa dalla Repubblica oligarchica ad un organismo amministrativo più adeguato alle esigenze d’uno Stato che, ormai, ha assunto una dimensione mondiale. L’azione di Cesare è volta fin dall’inizio a creare un regime più efficiente. Il numero dei senatori è aumentato (da 600 a 900 membri). Per il funzionamento di un apparato burocratico molto grande c’è anche bisogno di molti questori, pretori, edili, il numero dei quali viene infatti prontamente aumentato dal dittatore. Cesare promuove inoltre la fondazione di nuove colonie sia nelle province orientali che in quelle occidentali, estendendo il diritto di cittadinanza agli abitanti della Transpadana. I soldati, che per anni hanno combattuto lontano dall’Italia, possono ora integrarsi nelle nuove comunità. Il desiderio d’ordine e la volontà di dotare la città d’un nuovo “tempo” sono alla base della sua riforma del calendario. L’astronomo alessandrino Sosigene è l’autore del nuovo calendario, detto giuliano, dal nome del suo promotore e il mese di luglio è chiamato cosi dal nome Iulius. Solo nel 1582 Gregorio XIII introdurrà ulteriori riforme. Le donazioni di frumento, che fino a pochi anni prima erano il prezzo per il successo politico, sono drasticamente ridotte. L’eccessiva concentrazione di poteri, il moltiplicarsi d’onori senza precedenti, il fatto che ogni carriera politica potesse ormai svolgersi solo con l’appoggio e il consenso di Cesare, taluni atteggiamenti suoi e di alcuni dei suoi più stretti collaboratori che parvero rivelare un’inclinazione verso la regalità, finirono per creare allarme non solo tra gli ex pompeiani superstiti e tra quanti tra senatori e cavalieri venivano colpiti nei loro interessi, ma anche tra alcuni sostenitori di Cesare. Nei primi mesi del 44 a.C. Cesare aveva preparato una grande campagna militare contro i Parti. Alle idi di marzo (15 marzo) del 44 a.C. un gruppo di senatori, capeggiati da Marco Giunio Bruto e Caio Cassio Longino, pugnala a morte Cesare durante una seduta del senato, nella curia di Pompeo (nel Campo Marzio) davanti alla statua di Pompeo.

Agonia della Repubblica

12 I congiurati si erano illusi che il popolo… §

I congiurati si erano illusi che il popolo dell’Urbe approvasse con entusiasmo la soppressione del dittatore: i tirannicidi non inaugurarono una nuova era di libertà, e Roma ripiombò nella guerra civile. Il senato complica la situazione, ratificando le ultime decisioni di Cesare, senza condannare i congiurati. Pochi giorni dopo, il 19 marzo, la lettura del testamento accresce il malcontento generale. Marco Antonio, il fidatissimo luogotenente di Cesare, rende noto che il dittatore ha nominato suo erede universale Caio Ottavio*. Caio Ottavio, nato nel 63 a.C., è figlio di Giulia, una sorella di Cesare: in base al testamento non solo diventa l’erede, ma è anche adottato come figlio. Cesare conferma nelle sue ultime volontà l’affetto per il giovane, già affiancato quando era in vita, nelle operazioni militari. Infatti, Caio Ottavio si trova in quel momento nell’Epiro con alcune legioni pronte per la campagna contro i Parti. Appena saputo del testamento, Ottavio si dirige verso l’Italia e giunge a Roma, dove reclama ufficialmente l’eredità. Entratone in possesso, nonostante l’ostruzionismo di Marco Antonio, onora gli ingenti lasciti in denaro previsti dal testamento, ponendo come principale caposaldo del suo impegno politico la tutela e la celebrazione della memoria del padre adottivo. Ma in questi frangenti a Roma i padroni della situazione sono Marco Antonio, console per il 44 a.C., e Marco Emilio Lepido, governatore della Spagna Citeriore e pontefice massimo dopo la morte di Cesare. Marco Antonio riesce a fare approvare una legge per sottrarre a Decimo Bruto il controllo della Gallia Cisalpina. Antonio ottiene la permuta delle province, pensando che le Gallie (Cisalpina e Transalpina) sono validi strumenti per affermare il proprio potere sulla capitale. Ma i suoi piani si arrestano di fronte al rifiuto di Decimo Bruto; Antonio risponde con la guerra e assedia Modena, dove Bruto si è rifugiato (43 a.C.). Il senato, allora, invia i due consoli Aulo Irzio e Caio Vibio Pansa; ad essi viene associato Ottavio. Vicino a Modena Antonio fu battuto, seppur in modo non definitivo. I due consoli rimangono uccisi negli scontri. Mentre si stanno consumando questi avvenimenti, Cicerone conosce un nuovo momento di impegno politico: questi attacca Antonio per la sua condotta prevaricatrice. Ottavio rientra a Roma, e irritato per uno sgarbo del senato che non ha concesso ricompense per sé e i suoi soldati, con un colpo di mano si fa eleggere console (43 a.C.). Ottavio istituì subito un tribunale speciale per perseguire gli assassini di Cesare, e fece anche ratificare la sua adozione dai comizi curiati, fregiandosi del nome Caio Giulio Cesare Ottaviano. Nel novembre del 43 a.C., gli ex nemici, Ottaviano, Antonio e Lepido si incontrarono presso Bologna, dove stipularono un accordo, poi fatto sancire da una legge votata dai comizi tributi. Il nuovo patto a tre, il “secondo triumvirato”, ha caratteristiche diverse da quello precedente. L’accordo non è più un fatto privato, ma è una magistratura costituente; i triumviri si spartiscono poteri e compiti. Per i cesaricidi suona una brutta ora. La loro condanna come nemici pubblici si affianca a nuove liste di proscrizione: centinaia di senatori e cavalieri furono uccisi e i loro beni confiscati; una delle vittime più note fu Cicerone, che pagò a caro prezzo i suoi attacchi contro Antonio. A Filippi, in Macedonia, nel 42 a.C., si consuma la condanna degli assassini di Cesare: Bruto (si suicida) e Cassio rimangono sul campo, incapaci di sostenere l’attacco di Antonio. Solo Sesto Pompeo, il figlio di Pompeo sfuggito già a Cesare, riesce a rifugiarsi in Sicilia, dove organizza una forte base militare e navale. Le proscrizioni, le guerre intestine e Filippi avevano decimato l’opposizione senatoria più conservatrice. Il loro posto fu preso da una nuova aristocrazia, largamente composta da membri delle classi dirigenti municipali italiche e da persone di fiducia dei triumviri. Si realizzò cosi un mutamento radicale nella composizione e nelle mentalità delle élites di governo, assai più inclini a rapporti di dipendenza politica e personale, che costituì la premessa indispensabile dell’evoluzione verso il regime imperiale che si sarebbe di lì a poco attuata. Ben presto il triumvirato viene minacciato da dissidi e malcontenti. Il problema delle terre per i veterani costringe Ottaviano a numerose confische. L’esasperazione dei piccoli proprietari italici è prontamente raccolta da elementi vicini ad Antonio. In particolare, il fratello e la moglie del triumviro, Lucio Antonio e Fulvia, si mettono a capo della rivolta. Costretti e fuggire dalla capitale, si rifugiano a Perugia (41- 40 a.C.), dove sono assediati da Ottaviano. Dopo un feroce assedio la città fu espugnata e abbandonata al saccheggio. Lucio Antonio fu risparmiato, Fulvia si rifugiò presso Antonio in Grecia. Dopo la vicenda di Perugia, Ottaviano e Antonio si incontrano a Brindisi per rinnovare i patti. Antonio ottenne le province orientali; Ottaviano allargò i suoi territori in Occidente (le province spagnole) a spese di Lepido, cui rimase solo l’Africa. Questa spartizione è una premessa delle vicende successive: Antonio col suo comportamento e i suoi atteggiamenti si allontanerà dalla mentalità romana: per Ottavio, invece, l’assegnazione dell’Italia come sfera d’influenza, significherà un progressivo avvicinamento alle classi dei possidenti e al senato romano, basi delle sua futura potenza. L’accordo (40 a.C.) è rinsaldato dal matrimonio di Antonio con Ottavia, sorella di Ottaviano. Mentre Lepido è ulteriormente emarginato, Sesto Pompeo da nemico diventa alleato e gli è riconosciuto un comando marittimo, in cambio della promessa di non turbare gli approvvigionamenti della capitale (accordo di Miseno 39 a.C.). Infatti, il figlio di Pompeo fino a questo momento ha attuato una sorta di guerriglia nel Mediterraneo occidentale. Da Brindisi Antonio torna in Asia, con l’aiuto del suo generale Ventidio Basso, s’impegna a fondo contro i Parti. L’equilibrio duro assai poco. Sesto Pompeo scontento dei risultati dell’accordo riprende le scorrerie in Italia. A Taranto ha luogo un nuovo incontro tra Antonio e Ottaviano (37 a.C.) e Lepido è emarginato definitivamente con la carica di pontefice massimo. Antonio e Ottaviano decidono di prolungare la magistratura per altri cinque anni e si giurano aiuto reciproco. Antonio, da parte sua, promette di fornire al collega, in cambio di quattro legioni contro i Parti, 120 navi per stroncare l’attività piratesca di Sesto Pompeo. L’anno seguente l’abile ammiraglio di Ottaviano, Marco Vipsanio Agrippa*, vince Sesto Pompeo a Nauloco, presso Milazzo (36 a.C.) e il figlio di Pompeo trova la morte in Oriente dove si era rifugiato. Negli anni successivi a Filippi, Antonio aveva concentrato tutte le sue attenzioni sull’Oriente, da dove contava di ritornare coperto di fama per aver condotto a termine i progetti di Cesare contro i Parti e aver vendicato la morte di Crasso e il disastro di Cesare. Le sue prime necessità furono finanziarie: pesanti tributi furono imposti alle comunità dell’Asia, accusate di avere sovvenzionato i cesaricidi. Egli si preoccupò poi di assicurarsi l’alleanza di re e di principi orientali. Il regno più potente era allora l’Egitto sotto il regno congiunto di Cleopatra VII e del figlio natole da Cesare, Tolomeo Cesare. La regina egiziana, incontrata in Cilicia, convinse il generale a recarsi in Egitto come suo ospite (41-40 a.C.). In questi anni le spedizioni contro i Parti dovettero essere più volte sospese per la necessità di Antonio di ritornare in Italia a rinnovare gli accordi con Ottaviano (nel 39 a.C. aveva sposato la figlia di Ottaviano). Nel 36 a.C. Antonio diede inizio alla sua grande spedizione partica, col solo risultato della conquista dell’Armenia (34 a.C.). Nel 35 a.C. si era intanto consumata la definitiva rottura tra Antonio ed Ottaviano, in seguito alla beffa giocata da quest’ultimo al collega. Ottaviano restituì solo 70 delle 120 navi da lui ricevute e gli inviò la sorella Ottavia con 2000 uomini. Antonio cedette alla provocazione ed ingiunse ad Ottavia di ritornarsene indietro. Ora Ottaviano era l’offeso, l’oltraggiata la sorella, una donna romana e moglie legittima scacciata a causa di Cleopatra, un’amante orientale. Per tutta risposta Antonio celebrò la conquista dell’Armenia con una fastosa cerimonia ad Alessandria e attribuì a Cleopatra il trono dell’Egitto, di Cipro e della Celesiria. Lo rottura fu inevitabile. La vigilia dello scontro tra i due generali vede ancora una volta la classe dirigente romana divisa in due, e molti dei senatori e i due consoli sostengono Antonio. Ottaviano, consigliato da Agrippa e Mecenate*, inizia l’opera di propaganda contro Antonio: l’Italia e Roma centro dell’Impero si contrappone ad Antonio e il dissoluto Oriente. Il risultato della campagna del futuro princeps è il grande giuramento in nome di Ottaviano, organizzato dalle principali città italiche e delle province occidentali (32 a.C.). Ottaviano può contare sull’intera penisola e diventa il generale, difensore delle tradizioni patrie, cui è affidato il compito della guerra contro la regina straniera. Questo è il maggior risultato degli sforzi di Ottaviano: riuscire a fare passare la guerra contro Antonio per una guerra contro un nemico straniero; infatti, la dichiarazione di guerra viene formalizzata contro la sola Cleopatra. Lo scontro determinante avvenne nel Mar Ionio dinnanzi ad Azio (31 a.C.), presso il golfo di Ambracia, con una battaglia navale vinta da Agrippa per Ottaviano. Antonio e Cleopatra si rifugiarono in Egitto, dove nel 30 a.C. si suicidarono.

L’Impero da Augusto alla crisi del III secolo

13 Grazie alla vittoria su Antonio e Cleopatra §

Grazie alla vittoria su Antonio e Cleopatra, Ottaviano si trovò ad essere padrone assoluto dello Stato romano. La conclusione delle guerre civili lasciava aperta la questione della veste legale da dare al potere personale del vincitore. La soluzione adottata da Ottaviano, di restaurazione nella forma, ma rivoluzionaria nella sostanza, segna una cesura fondamentale nella storia romana. Il nuovo regime incentrato sulla figura di un reggitore unico, non è altro che il compimento di un processo della politica che aveva visto emergere, nella tarda Repubblica, figure di politici e generali che avevano affermato il proprio potere personale, grazie alla disponibilità di eserciti fedeli e allo sfruttamento economico delle province. I cambiamenti istituzionali, l’integrazione in senato delle élites provinciali e il ruolo politico e sociale degli eserciti dislocati nelle province, faranno si che la “storia romana” divenga “storia dell’impero”, intesa come storia del rapporto e dell’integrazione di territori e popolazioni rispetto al centro dell’impero.

14 Il processo di riconoscimento giuridico della nuova forma… §

Il processo di riconoscimento giuridico della nuova forma istituzionale iniziò solo nel 27 a.C. La forza di Ottaviano deriva dal giuramento di fedeltà dell’intera Italia e delle province occidentali (32 a.C.); la sua persona è sacra e inviolabile, come quella dei tribuni; dal 36 a.C., anno dopo anno, viene rieletto console. Il potere illegale di questi anni si nasconde dietro un non meglio precisato consenso universale. Nel suo testamento politico, le Res Gestae (Le imprese compiute), il futuro Augusto sarà molto prudente nel parlare di questo periodo e del suo potere. Rispetto ai suoi predecessori, Ottaviano ha il vantaggio di governare già da dieci anni e di non avere avversari che si oppongono a suoi progetti. Il suo vero progetto è quello di creare un nuovo regime, progetto nel quale Cesare prima di lui aveva fallito. Il ricco tesoro egiziano gli facilita l’acquisto di terre per i veterani, senza creare contestazioni. L’architettura istituzionale da lui adottata si rivela ispirata alla prudenza e al compromesso con la tradizione senatoriale repubblicana. Quando il senato nomina Ottaviano principe del senato stesso, egli rinuncia, rimettendo il potere nelle mani del popolo e del senato (28 a.C.). Sul piano propagandistico quest’azione è il segno tangibile della volontà di tornare alle origini repubblicane, ristabilendo lo Stato sconvolto dalle guerre civili. Ma si tratta solo di forma e non di sostanza. Nel 27 a.C. il senato attribuisce ad Ottaviano una serie di poteri e di onori, che costituiscono la prima piattaforma per mantenerlo al vertice. I poteri precedenti sono riconfermati e ad essi si aggiunge l’împerium sulle province non pacificate: in pratica il potere sugli eserciti. Nello stesso anno il senato gli attribuisce il titolo di Augusto, il nome con cui passerà alla storia.

15 “Durante il mio sesto e settimo consolato §

“Durante il mio sesto e settimo consolato, dopo avere spento l‘incendio delle guerre civili e aver ricevuto per consenso universale il controllo di tutti gli affari politici, io trasferii la cosa pubblica dal mio potere alla volontà del Senato e del popolo romano .... Successivamente fui superiore a tutti per autorità, pur non possedendo un potere superiore a quello degli altri che mi furono colleghi nelle magistrature”.

16 Cosi Augusto nelle Res Gestae tentò di legittimare… §

Cosi Augusto nelle Res Gestae tentò di legittimare la sua posizione di preminenza al vertice dello Stato romano. Nel 28-27 a.C. la restaurazione delle forme costituzionali e delle magistrature ordinarie aveva posto fine ai poteri straordinari del periodo del triumvirato. Augusto si presenta come il restauratore di Roma dopo la bufera delle guerre civili, come chi ha consentito il ripristino della legalità e della libertà. La ripetuta rielezione al consolato (carica che Augusto ricopre dal 31 al 23 a.C.) somiglia troppo alla dittatura a vita e rischia di divenire impopolare. Perciò Augusto predilige farsi chiamare principe. Nella tradizione repubblicana, infatti, erano detti Principes rei publicae (cioè i primi cittadini dello Stato) alcuni senatori preminenti, cui era affidata la conduzione della cosa pubblica. A Roma è impensabile un’autorità politica senza potere militare. Augusto, perciò, mantiene un rapporto esclusivo con l’esercito, che è stato uno dei principali punti d’appoggio per la sua ascesa politica: egli infatti lascia all’amministrazione del senato le regioni più romanizzate e pacificate, che sono governate da senatori di rango consolare (proconsoli), mentre assume il comando di tutte le province dove è necessaria la presenza dei soldati e le governa per mezzo di senatori da lui delegati o di amministratori di rango equestre. Anche i proventi delle province sono divisi tra la cassa dello Stato e la nuova cassa imperiale. Inoltre nel 23 a.C. Augusto si fa conferire anche il potere proconsolare maggiore, cioè il diritto si controllare i governatori delle province disarmate. Sempre nel 23 a.C. Augusto assume anche la potestà tribunizia: in tal modo è inviolabile e può opporsi alle decisioni di qualsiasi magistrato col tradizionale diritto di veto dei tribuni della plebe. Inoltre può convocare l’assemblea della plebe, per proporre nuove leggi e aggirare un’eventuale opposizione del senato alle sue iniziative. A partire da Augusto la potestà tribunizia sarà rinnovata ogni anno dai suoi successori, che la assumeranno al momento dell’ascesa al potere. Dopo queste innovazioni costituzionali Augusto può deporre il consolato: è di fatto il più autorevole e intoccabile personaggio dello Stato romano. Gli manca solo il controllo della sfera religiosa, detenuto da Marco Emilio Lepido, l’ex triumviro emarginato dalla vita politica e creato pontefice massimo. Dato che la carica è vitalizia, solo alla morte di Lepido, nel 12 a.C., anche il primato sui sacerdozi romani passa ad Augusto. L’ultima espressione di riconoscimento ufficiale alla sua posizione di preminenza fu il conferimento del titolo di pater patriae (padre della patria), che il senato, i cavalieri e il popolo gli attribuirono del 2 a.C.

L’esercito, la pacificazione e l’espansione

17 Fine delle guerre civili §

Fine delle guerre civili, pacificazione del mondo sotto il dominio di Roma sono le realizzazioni che Augusto può ascrivere a proprio merito. La pax Augusta è una conquista duratura per il nuovo mondo dominato da Roma. Libertà dalla paura delle guerre civili, libertà e sicurezza dei traffici, soprattutto marittimi, nel Mediterraneo divenuto un lago romano, sono il presupposto del nuovo assetto istituzionale e sociale del principato. Presupposto della pace è la definizione chiara dei confini e l’eliminazione delle resistenze interne e dei nemici esterni. Il mare è liberato dai pirati. Sono pacificate le province della penisola iberica, non ancora del tutto sottomesse, e quelle della Gallia e della Germania. La pace romana regna da Cadice alla foce dell’Elba. A nord delle Alpi centrali sono create le province di Rezia e di Vindelicia: mentre il regno norico diviene un protettorato romano. Eserciti romani compiono spedizioni in Arabia Felice e Etiopia. L’Egitto diviene dominio personale di Augusto ed è retto da un governatore di rango equestre, col titolo di prefetto, che risponde direttamente all’imperatore. Ai margini del dominio diretto di Roma sono creati stati indipendenti alleati di Roma, affidati a dinastie locali, come l’Armenia. Augusto recupera le province orientali date in dono da Antonio a sovrani locali. I Parti sono costretti dalla diplomazia imperiale a restituire le insegne delle legioni romane strappate a Crasso e Antonio. Tiberio Claudio Nerone, genero e legato di Augusto, sconfigge le popolazioni della Pannonia. In tal modo i confini dell’impero sono portati fino alla riva del Danubio, ricacciando oltre il Danubio i Daci. La propaganda di Augusto non riuscì, tuttavia, a mascherare quello che innegabilmente fu un insuccesso: la mancata sottomissione della Germania. L’obiettivo da conseguire doveva essere la linea del fiume Elba. A questo scopo fu inviato in Germania Druso, figliastro di Augusto, che fra il 12 e il 9 a.C. riuscì effettivamente a raggiungere gli obiettivi previsti. Morto Druso, l’impresa fu continuata da suo fratello Tiberio, che nel 5 d.C. sembrò avere consolidato la conquista della Germania occidentale; più tardi però le tribù germaniche, guidate da Arminio, si sollevarono, e nella foresta di Teutoburgo distrussero in un’imboscata le tre legioni del luogotenente Publio Quintilio Varo (9 d.C.). La frontiera, come si sarebbe compreso meglio in seguito, doveva rimanere il Reno.

I ceti dirigenti

18 Già Cesare e Antonio avevano tentato il dominio di uno solo §

Già Cesare e Antonio avevano tentato il dominio di uno solo, sul modello delle monarchie ellenistiche, troppo distante dalla tradizione romana. Fallito il tentativo d’uno Stato retto dall’oligarchia senatoria, c’è spazio soltanto per un cambiamento che si presenti come la restaurazione dei costumi romani antichi in un nuovo contesto territoriale e sociale. L’impero di Roma, che si è formato come compagine territoriale in seguito alle guerre di conquista, ha bisogno di una nuova classe dirigente e di una nuova burocrazia. La nuova Italia, uscita dalla guerra sociale, si è trovata stretta intorno ad Ottaviano nel momento dello scontro decisivo tra Occidente e Oriente. Le esigenze della periferia romanizzata si fanno sentire e rendono sempre più inadeguato uno Stato che si fonda su un’organizzazione politica di tipo cittadino (città-stato). Le magistrature tradizionali, i comizi, il senato non riescono a rispondere alle esigenze della nuova realtà “imperiale”, le cui dimensioni territoriali e la cui variegata realtà etnica, culturale e religiosa richiedono una diversa organizzazione centrale. Augusto con grande abilità tattica e psicologica restaura formalmente le istituzioni repubblicane, ma in concreto, con sapiente equilibrio fra tradizione e “rivoluzione”, fonda una monarchia. Con Augusto i senatori mantengono il controllo delle magistrature tradizionali: sono senatori quasi tutti i governatori delle province e i comandanti delle legioni. I comizi (controllati dal principe) continuavano ad eleggere consoli, pretori, edili, questori: le assemblee legislative lavorano controllate da Augusto, che legifera anche autonomamente attraverso editti imperiali. L’innovazione consiste nella valorizzazione del ceto equestre, cui sono riservate tutte le cariche amministrative e finanziarie di nuova istituzione, anche a livello molto elevato, come i comandanti della flotta, l’organizzazione dell’approvvigionamento di viveri della capitale (prefetto dell’annona), il comando dei servizi antincendio e della polizia notturna (prefetto dei vigili) e della guardia imperiale (prefetto del pretorio), l’amministrazione dell’Egitto (prefetto dell’Egitto). Nasce così una vera e propria burocrazia di carriera, con livelli differenziati di stipendio. Invece è limitata l’attività politica e giudiziaria dei cavalieri e cessa il loro strapotere economico, derivante dall’appalto delle tasse provinciali. Senatori, cavalieri, militari di carriera, aristocrazie delle colonie e dei municipi, ricchi liberti costituiscono i ceti su cui si regge lo Stato romano agli inizi del Principato. Si tratta d’una società fortemente gerarchica, in cui ogni ceto gode di precisi privilegi. L’ascesa agli strati superiori è sempre possibile in presenza d’un censo sufficiente (400.000 sesterzi per raggiungere la dignità equestre, un milione per quella senatoria) e di adeguate raccomandazioni (Augusto può concedere il diritto ad entrare in senato a chi non appartiene ad una famiglia senatoria). I ceti superiori, già aperti agli Italici, si aprono anche agli strati più ricchi e romanizzati delle aristocrazie provinciali. Si stabilisce così un equilibrio tra i vari ceti e tra centro e periferia.

Roma e l’Italia

19 Augusto realizza il progetto della “grande Roma” §

Augusto realizza il progetto della “grande Roma”, che ingloba i pagi o villaggi suburbani. La città (Urbs) rimane però definita dalla linea del sacrale pomerio (fissata da Silla) e dall’antica cinta muraria. Per ragioni di sicurezza, dal 7 a.C. Roma è suddivisa in 14 regioni (regiones), cui sovrintendono magistrati statali sorteggiati annualmente, e in ben 265 vici o quartieri affidati a commissari (magistri vicorum) eletti dagli abitanti dei quartieri stessi. Augusto suddivide anche l’Italia in 11 regioni; non si tratta però di una ripartizione amministrativa della penisola, paragonabile alla moderna struttura regionale. Nel complesso questa suddivisione offre un quadro geografico per l’organizzazione centralizzata dei dati demografici, risultanti dai censimenti, e probabilmente anche per altre operazioni d’archivio (catasti, elenchi delle proprietà imperiali, definizione delle circoscrizioni fiscali). I più importanti provvedimenti riguardarono in primo luogo l’organizzazione di un sistema di strade e di un servizio di comunicazioni, soprattutto a scopo militare, affidato alla responsabilità dei magistrati municipali e organizzato da un praefectus vehiculorum equestre.

La successione

20 Augusto pensa per tempo alla sua successione §

Augusto pensa per tempo alla sua successione. Naturalmente la sua posizione costituzionale escluderebbe una successione di tipo dinastico, estranea alla tradizione repubblicana. Per di più egli non ha figli maschi, ma un’unica figlia, Giulia, avuta dalla seconda moglie Scribonia. La soluzione di compromesso è quella di conferire all’erede designato le cariche che caratterizzano il potere individuale: la potestà tribunizia e il potere proconsolare maggiore. In un primo tempo, Augusto pensa di trovare un erede all’interno della famiglia, facendo sposare la figlia al cugino Marco Claudio Marcello, figlio di sua sorella Ottavia. Morto questi nel 23 a.C., Augusto combina le seconde nozze della figlia col suo fedelissimo amico e consigliere Marco Agrippa. Da questa unione nascono cinque figli: tre maschi, Caio, Lucio e Agrippa Postumo, e due femmine, Giulia e Agrippina. I primi due, adottati da Augusto nel 17 a.C., prendono il nome di Caio Cesare e Lucio Cesare. Agrippa praticamente è il co-reggente di Augusto: ma muore nel 12 a.C. e i due figli muoiono nel 2 e, nel 4 d.C.. Augusto adotta il nipote Agrippa Postumo, che ben presto per la sua condotta immorale deve essere esiliato nell’isola di Ventotene. Uguale destino è riservato alle due Giulie, figlia e nipote di Augusto, la prima delle quali aveva sposato in terze nozze Tiberio Claudio Nerone, figliastro di Augusto (in quanto figlio di Livia, terza moglie di Augusto, e del precedente marito). Infine proprio Tiberio è richiamato dal suo ritiro di Rodi e adottato da Augusto, assumendo i nomi di Tiberio Giulio Cesare. Nel 4 d.C. all’erede è conferita la potestà tribunizia e nell’11 d.C. il potere proconsolare maggiore: cosi la successione è finalmente assicurata attraverso la fusione dei Giulii con i Claudii.

I Giulio Claudi

21 Dopo la morte di Augusto (14 d.C.) il… §

Dopo la morte di Augusto (14 d.C.) il principato assume sempre più chiaramente le caratteristiche che gli erano implicite fin dalle origini: l’autorità dei principi si accentua, l’apparato burocratico si amplia, il senato e l’ordine equestre sono ridotti a svolgere funzioni subalterne, la nobiltà tenta invano di recuperare i privilegi del passato, la cittadinanza romana viene estesa a nuove popolazioni: lo Stato si dà un’organizzazione più efficiente, centralizzata e compatta, e tende a soddisfare le esigenze di tutte le classi ricche dell’impero, anziché i soli interessi dei ceti privilegiati italici. Gli immediati successori di Augusto, appartenenti alla dinastia Giulio Claudia (i discendenti della famiglia degli Iulii, cui Augusto apparteneva, e di quella dei Claudii, cioè della famiglia di Tiberio Claudio Nerone), si scontrano spesso con l’aristocrazia che, pur non disponendo di forze sufficienti a rovesciare il principato, manifesta la propria nostalgia per i tempi della repubblica opponendosi al dispotismo di imperatori come Caligola e Nerone. A loro volta i principi reagiscono alle congiure aristocratiche col terrorismo. L’opposizione non riesce comunque ad arrestare lo sviluppo delle istituzioni imperiali, che anzi si consolidano perché garantiscono un rapporto più equilibrato fra le classi sociali e assicurano alle province un trattamento meno iniquo.

Tiberio (14-37 d.C.)

22 Durante il regno di Tiberio si manifestarono contrasti… §

Durante il regno di Tiberio si manifestarono contrasti e difficoltà nuove, ignote all’età augustea. Il ricordo delle guerre civili e dei loro orrori si andava allontanando, e di conseguenza l’aristocrazia, che nel passato era stata la classe assolutamente dominante e che mal sopportava d’essere subordinata ad un sovrano, tornava alle sue velleitarie nostalgie repubblicane. L’atteggiamento del principe si andò pertanto modificando e inasprendo, soprattutto da quando egli si vide ingiustamente accusato dall’opinione pubblica d’avere fatto uccidere Germanico (19 d.C.), suo nipote e presunto successore. Subornato dal prefetto del pretorio Seiano, Tiberio si diede allora a perseguitare i familiari di Germanico, che avevano contribuito a diffondere la calunnia; più tardi (26 d.C.) abbandonò addirittura la capitale e si ritirò disgustato nella sua villa di Capri, lasciando praticamente la direzione degli affari pubblici a Seiano, che ne approfittò per complottare contro di lui. Quando però Tiberio venne informato dei veri propositi di Seiano, la sua vendetta si abbatté terribile sul prefetto del pretorio e sui suoi complici (31 d.C.): i processi si moltiplicarono e si aprì un periodo di terrore. Malgrado queste cupe vicende che riguardavano ambienti ristretti di Roma, Tiberio fu un amministratore attento e oculato, e il suo governo fu benefico sia per l’Italia, dove egli promosse investimenti di capitale nelle campagne, sia nelle province, che furono protette dagli sfruttatori con un’energica azione anticoncussionaria. Tiberio fu un amministratore accorto dello Stato, capace anche di fronteggiare in modo adeguato delicate congiunture economiche. Durante il suo principato ha definitivo compimento la modifica del sistema elettorale, con il passaggio delle votazioni dai comizi a partecipazione popolare al senato. Ma ad una collaborazione istituzionale tra principe e senato non corrispose una comunanza di intenti politici. Durante tutto il suo periodo di governo, Tiberio si trovò a fronteggiare un’opposizione che rivendicava l’autonomia decisionale e la libertas del senato. Nella politica estera, Tiberio, pur alieno da gesta vistose, fece condurre da Germanico, fra il 14 e il 16 d.C., spedizioni intimidatorie contro le tribù germaniche d’oltre Reno per stroncare la loro pressione sui confini romani. In seguito inviò il nipote in Oriente, dove questi, fra il 17 e il 19 d.C., consolidò la dominazione romana trasformando in province gli stati vassalli di Cappadocia e di Commagene, e concludendo un accordo con i Parti, con i quali i rapporti si erano di nuovo guastati dopo i patti stipulati da Augusto nel 20 a.C. La repentina morte di Germanico, che provocò le dicerie sopra ricordate, avvenne appunto durante questa missione orientale. Dopo la breve parentesi di febbrile attività, necessaria per stroncare le trame di Seiano, Tiberio si rinchiuse nuovamente nel suo isolamento di Capri, dove trascorse in solitudine gli ultimi anni di vita, lasciando l’onere del governo al prefetto del pretorio Macrone. Morendo, egli designò come suoi eredi il nipote, Tiberio Gemello, e il figlio di Germanico, Caio, più noto sotto il soprannome di Caligola, senza peraltro indicare chi dovesse succedergli nel principato. La popolarità di cui aveva goduto Germanico giocò a favore di Caligola, che, appoggiato dai pretoriani, ottenne dal senato le prerogative imperiali.

Caligola (37-41 d.C.)

23 Il suo brevissimo regno fu caratterizzato da ogni… §

Il suo brevissimo regno fu caratterizzato da ogni sorta di stranezze e di crudeltà gratuite, tanto che egli, dopo avere condotto una spedizione priva di ogni risultato in Germania e nella Gallia settentrionale, fu pugnalato nel 41 d.C. in un complotto cui parteciparono anche i pretoriani. Il governo di Caligola costituì comunque una tappa significativa nel processo di trasformazione del principato in dominato e dimostrò che il regime inaugurato da Augusto, nella sua ambiguità, lasciava spazio a sviluppi dispotici. Caligola introdusse infatti nella vita politica romana un cerimoniale monarchico d’ispirazione ellenistica, che comprendeva fra l’altro l’obbligo dell’inchino e del bacio dei piedi dell’imperatore. Nello stesso tempo egli provvide ad organizzare più rigorosamente l’apparato amministrativo, nel quale i liberti svolsero funzioni sempre più importanti.

Claudio (41-54 d.C.)

24 Dopo la morte di Caligola §

Dopo la morte di Caligola, fu eletto, per iniziativa dei pretoriani, il fratello di Germanico, Claudio, del quale nessuno si era mai occupato perché aveva fama di incapace, immerso solo nei suoi studi di storia etrusca e cartaginese. In realtà il governo di Claudio fu decisamente positivo, perché il sovrano era dotato di un’acuta intelligenza politica e si circondava di collaboratori esperti ed efficienti. Fin dai tempi di Augusto l’apparato statale era affidato principalmente a senatori, cavalieri e liberti: Claudio accentuò di molto l’importanza dei liberti*, suscitando lo sdegno della nobilitas, ma procurandosi funzionari del tutto slegati dai pregiudizi delle vecchie classi dirigenti e assai più fidati e precisi nell’eseguire i suoi ordini. Non meno importante fu la decisione del principe di estendere la cittadinanza romana a nuove popolazioni, cosicché il numero dei cittadini, di circa 5 milioni alla morte di Augusto, risultò di circa 6 milioni nel censimento del 47-48 d.C. Nel 48 d.C., inoltre, fu elargito all’aristocrazia della Gallia Comata il diritto di accedere al senato. Sia l’estensione della cittadinanza che l’introduzione di nuovi membri provinciali nel senato, suscitava il risentimento del patriziato, come risulta da una satira dell’aristocratico Seneca. Nell’un caso e nell’altro, malgrado le battute e le spiritosaggini degli oppositori, il buon senso politico stava però dalla parte dell’imperatore. La principale iniziativa militare del principato di Claudio fu la conquista della Britannia, che ebbe inizio nel 43 d.C. e si concluse poco prima della morte dell’imperatore con l’occupazione della parte meridionale e centrale dell’isola. Il bilancio del regno di Claudio risulta, nel complesso, nettamente positivo, e si deve perciò concludere che la fama della sua stoltezza con cui la nobilitas volle “gratificare” la sua memoria abbia tratto pretesto non tanto dalla sua attività politica, quanto dalle sue infelici vicende familiari. Egli aveva sposato in terze nozze la dissoluta Messalina da cui ebbe un figlio, chiamato Britannico. Accusata di intrigare contro il marito, Messalina fu messa a morte nel 48 d.C., Claudio sposò allora la nipote Agrippina, la quale riuscì a far adottare dall’imperatore il figlio, Lucio Domizio, avuto dal precedente matrimonio. Nel 54 d.C. Agrippina non esitò ad avvelenare Claudio pur di assicurare al figlio la successione al trono.

Nerone (54-68 d.C.)

25 Lucio Domizio nel momento dell’adozione da parte di… §

Lucio Domizio nel momento dell’adozione da parte di Claudio prese il nome di Nerone Claudio Cesare. Alla morte di Claudio, Nerone aveva solo 17 anni e la successione gli fu assicurata soprattutto dall’energia della madre. Questa, infatti, prima ancora di annunciare pubblicamente la morte di Claudio, s’accordò col prefetto del pretorio Afranio Burro e ne ottenne l’appoggio. Il senato a sua volta ratificò la nomina di Nerone, perché sperava di tenerlo sotto controllo grazie all’influenza esercitata su di lui da Seneca, suo maestro. Intorno a Nerone si intrecciarono così le manovre di Agrippina, Seneca e di Burro, mentre parve in un primo tempo che il sovrano intendesse restaurare la formula “monarchica- repubblicana” del principato augusteo, fondata sul rispetto del senato, ma se ne distaccò progressivamente per inclinare verso un’idea teocratica e assoluta del potere imperiale. Già nel 55 d.C. il dispotismo di Nerone si manifestò nella forma più violenta: nel 55 d.C. fece sopprimere Britannico; nel 59 d.C. egli fece uccidere la madre per sottrarsi alla sua pesante tutela; nel 62 d.C. stessa sorte toccò ad Ottavia, la prima moglie, già ripudiata, esiliata e sostituita con Poppea, poi morta nel 65 d.C. Con la morte di Burro (62 d.C.) e il ritorno a vita privata di Seneca, cominciò un periodo di terrore: s’infittirono i processi per lesa maestà contro esponenti dell’aristocrazia, che potevano vantare una lontana forma di parentela con Augusto e minacciare la sua posizione. L’ostilità contro Nerone andava pertanto crescendo, tanto che nell’estate del 64 d.C. l’opinione pubblica lo considerò responsabile di un pauroso incedio che distrusse vasti quartieri di Roma. L’imperatore tentò a sua volta di far ricadere la colpa sui cristiani, che furono sottoposti ad una prima persecuzione. I costi per la ricostruzione furono tanto alti da esacerbare alcune situazioni di tensione sia con il senato e la plebe di Roma sia nelle province e da provocare una forte perdita di consenso. Nel 65 d.C. fu scoperta una congiura di senatori e di cavalieri, finalizzata ad eliminare Nerone, e seguirono nuove stragi che costarono la vita a molti esponenti dell’aristocrazia: fra questi lo stesso Seneca. Negli anni successivi (66-67 d.C.) Nerone visitò la Grecia, per la cui cultura nutriva un’ammirazione fanatica, e fra l’altro partecipò personalmente ai giochi olimpici, mietendo fin troppi facili allori. Entusiasta della calorosa accoglienza ricevuta, egli concluse la visita proclamando che ai Greci sarebbe stata restituita l’antica indipendenza (che poi si ridusse solo all’esenzione di certi tributi). In politica estera Nerone ottenne qualche buon risultato sul fronte orientale. Qui un suo valoroso generale, Gneo Domizio Corbulone, riuscì ad avere la meglio sui Parti e a riportare l’Armenia sotto il dominio romano. Ma neppure le imprese di Corbulone erano riuscite a pacificare tutto l’Oriente, perché nel 66 d.C. la Giudea era agitata da un’insurrezione, alimentata dagli ambienti popolari e rivolta non solo contro Roma, ma anche contro gli Ebrei ricchi e contro i sacerdoti, accusati di complicità con i romani. Il moto fu parzialmente arginato solo nel 67 d.C. dalle legioni comandate da Flavio Vespasiano. Nel 68 d.C. poco dopo il rientro dell’imperatore dalla Grecia, la ribellione si era diffusa fra le truppe stanziate nelle province occidentali e aveva subito investito anche gli ambienti politici della capitale, esasperati dal dispotismo di Nerone. Le truppe spagnole acclamarono allora imperatore il governatore Servio Sulpicio Galba, che fu subito riconosciuto dal senato e dai pretoriani. Abbandonato da tutti e dichiarato “nemico pubblico” dal senato, Nerone si tolse la vita in una villa nei pressi di Roma. La sua morte segna anche la fine della dinastia giulio-claudia. La mancanza di una soluzione preordinata per la successione fu la causa di una grave crisi che fece rivivere per breve tempo all’Impero lo spettro delle guerre civili.

L’anno dei quattro imperatori (68-69 d.C.)

26 Con la morte di Nerone si apre un… §

Con la morte di Nerone si apre un breve periodo di lotte per la successione, durante il quale gli eserciti acclamano imperatori i loro rispettivi generali. Tacito definì questo anno come “un caposaldo del potere”, cioè che la proclamazione di un imperatore poteva avvenire anche fuori di Roma ed essere appannaggio dell’esercito. L’esito finale, con la proclamazione ad imperatore di Vespasiano, mostrò come il Principato potesse essere rivestito anche da un uomo di origini modeste. L’impero non poteva essere più appannaggio di una sola famiglia e nemmeno poteva reggersi su soluzioni ispirate dal tradizionalismo senatorio, come quello tentato da Galba. La crisi del 69 d.C., con quattro imperatori, Galba esponente dell’aristocrazia senatoria, Otone dei pretoriani, Vitellio e Vespasiano dell’esercito, che si combatterono l’uno contro l’altro, mostra come l’asse dell’impero si fosse spostato lontano da Roma e come le legioni fossero in grado di imporre il loro volere.

27 In un primo tempo il potere toccò all’aristocratico… §

In un primo tempo il potere toccò all’aristocratico Servio Sulpicio Galba, che tentò di porre in atto un programma di austerità e di risanamento delle finanze, ma si rese impopolare alla plebe e i ai soldati per i tagli alle spese con cui cercò di rimediare alla crisi finanziaria creatasi sotto Nerone. Inoltre decise di eleggere come suo successore Lucio Calpurnio Pisone, inviso ai soldati e soprattutto a Marco Salvio Otone governatore della Lusitania. Dopo che Galba fu linciato dai pretoriani, Otone fu acclamato imperatore dal senato, dalle province danubiane e dell’Oriente. Contemporaneamente però le legioni del Reno, non riconoscendo la sua autorità proclamarono imperatore il loro comandante, il legato della Germania Superiore Aulo Vitellio. Gli eserciti di Otone e Vitellio cosi si scontrarono presso Cremona (69 d.C.), Otone sconfitto si suicidò. Ma Vitellio, col suo seguito di soldatesche indisciplinate e di avventurieri, si dimostrò subito del tutto incapace di reggere lo stato, che toccò sotto di lui il momento più acuto della crisi. L’impero era sul punto di sgretolarsi. Prima della fine del 69 d.C. tutte le legioni dell’Oriente, dal Danubio all’Egitto, gli si ribellarono e riconobbero come imperatore il comandante delle truppe impegnate nella repressione della rivolta giudaica, Tito Flavio Vespasiano. Ancora una volta gli eserciti si scontrarono presso Cremona; Vitellio venne trucidato con molti suoi seguaci, mentre il senato si affrettava a conferire a Vespasiano, che pur non si era mosso dall’Oriente, i più ampi poteri.

La dinastia Flavia (69-96 d.C.)

28 Con Vespasiano inizia la dinastia dei Flavi §

Con Vespasiano inizia la dinastia dei Flavi, che comprende il periodo di Impero di Vespasiano stesso e dei suoi due figli Tito e Domiziano. Il fatto di avere due figli e di poter assicurare una certa stabilità all’Impero fu uno dei fattori del successo di Vespasiano. L’ideale della trasmissione di successione, già peraltro introdotto in età tiberiana, garantì sicurezza in un’opinione pubblica scossa dalle guerre civili.

Vespasiano (69-79 d.C.)

29 Il principato di Vespasiano rappresenta un sensibile progresso… §

Il principato di Vespasiano rappresenta un sensibile progresso nella razionalizzazione dei poteri dell’imperatore e del definitivo consolidamento dell’Impero come istituzione. L’autorità del princeps fu formalizzata da un decreto del senato, approvato dai comizi (lex de imperio Vespasiani). Non si tratta si una nuova definizione istituzionale, ma semplicemente di una ricapitolazione dei poteri dell’imperatore che erano state via via acquisite da Augusto e dai Giulio-Claudi. Vespasiano dovette fronteggiare il grave deficit nel bilancio provocato dalla politica di Nerone e dalla guerra civile. I provvedimenti, come al solito impopolari, presto riuscirono a risanare il bilancio dello Stato. Estese ai cavalieri la responsabilità di alcuni uffici della burocrazia, fece fronte alla crisi di reclutamento dovuta al peggioramento delle condizioni sociali ed economiche dell’Italia, favorendo l’estensione della cittadinanza ai provinciali e reclutando sempre più provinciali nelle legioni, in modo particolare in Gallia e Spagna. Il denaro utilizzato per alleviare le gravissime condizioni della finanza romana, venne anche dal bottino di guerra, specialmente quella giudaica. Nel 70 d.C. il figlio Tito* si impadronì di Gerusalemme e ne distrusse il tempio. Gli ultimi focolai di resistenza furono annientati nel 73-74 d.C. con la distruzione di alcune fortezze, tra cui Masada.

Tito (79-81 d.C.)

30 Complessivamente Vespasiano riuscì a godere di un certo consenso §

Complessivamente Vespasiano riuscì a godere di un certo consenso. Alla sua morte (79 d.C.) gli succedette il figlio Tito senza che nessuno pensasse a frapporre ostacoli (Tito oltre a ricoprire con il padre alcune magistrature, tra cui consolato e censura, era stato eccezionalmente anche prefetto del pretorio, pur non appartenendo all’ordine equestre ma a quello senatorio), e continuò sulla stessa linea di condotta del padre. Il breve regno di Tito fu chiamato dagli antichi “amore e delizia”. Nel 79 d.C. Tito affrontò con energia e con illuminata larghezza di mezzi le conseguenze della spaventosa eruzione del Vesuvio che seppellì Pompei, Ercolano e Stabia.

Domiziano (81-96 d.C.)

31 La fama di Domiziano risente dell’ostilità della tradizione… §

La fama di Domiziano risente dell’ostilità della tradizione storiografica. In realtà, se il suo regno è contraddistinto da uno stile di governo autocratico, e quindi inviso al senato, la sua azione politica fu efficace e benefica per l’impero. Egli si preoccupò, infatti, dell’amministrazione delle province, di reprimere gli abusi dei governatori e di promuovere i compiti burocratici del ceto equestre, assegnando loro alcuni degli uffici che Claudio aveva sottoposto ai liberti. La scelta di rinunciare a nuove conquiste, limitandosi a risaldare i confini esistenti, risultò realistica e lungimirante. Dopo una campagna contro i Chatti, abitanti a nord del Meno, permisero il rafforzamento e l’ampliamento dei possedimenti romani sul Reno e posero le premesse per l’installazione di una linea fortificata (il limes germanicus) che, portata a termine nel secolo successivo, servì a contenere efficacemente la pressione dei barbari. Anche nella penisola balcanica Domiziano, e partire dall’86 d.C., si impegnò a fondo in una serie di spedizioni miranti a garantire e Roma il dominio sulla Dacia, a nord del Danubio. Domiziano fu costretto a stipulare una pace provvisoria con Decebalo, capo delle tribù daciche, a causa della rivolta di L. Antonio Saturnino, governatore della Germania Superiore. La rivolta di Saturnino fu domata dal legato della Germania Inferiore; lo stesso Domiziano punì severamente i rivoltosi, usando ogni mezzo per identificare i colpevoli. La rivolta di Saturnino ebbe pesanti ripercussioni sulla politica di Domiziano, che anche nel periodo successivo, continuando a sentirsi minacciato, inaugurò un periodo di persecuzione ed eliminazione di persone sospettate di tramare contro di lui. Lo stile autocratico costò caro a Domiziano, che si era autoproclamato censore a vita e si fece chiamare “signore e dio”. Dopo una serie di processi intentati contro i senatori e contro presunti simpatizzanti delle religioni ebraica e cristiana, Domiziano nel 96 d.C. cadde vittima di una congiura. La fama di mostruosa crudeltà con cui la tradizione bollò la sua memoria corrisponde più a pregiudizi aristocratici di Tacito e Plinio il Giovane che alla verità dei fatti. Come abbiamo detto più volte, le tendenze autocratiche, che Domiziano manifestò apertamente, erano già implicite nel principato e nascevano da profonde ragioni oggettive. Il dispotismo, d’altra parte, poteva garantire una maggiore giustizia nel rapporto fra le classi sociali solo a condizione di limitare i privilegi dei ceti più ricchi; esso comportava perciò una dura lotta contro le loro pretese.

Il II secolo

32 Il II secolo d.C §

Il II secolo d.C. è tradizionalmente considerato come l’età più prospera dell’Impero romano che, sicuro nei suoi confini, poté godere di un notevole sviluppo economico e culturale. Dopo la soppressione di Domiziano, si apre un periodo che viene detto del principato adottivo, perché in questa fase i sovrani designano i successori non in base a considerazioni dinastiche, ma in ragione dei loro meriti personali; questo contribuì non poco alla ordinata amministrazione dell’Impero.

Nerva (96-98 d.C.)

33 Con la piena approvazione del senato §

Con la piena approvazione del senato, cui egli stesso apparteneva, a Domiziano succedette il vecchio nobile Cocceio Nerva, il quale adottò come figlio e associò al governo Marco Ulpio Traiano, nativo della Spagna e comandante delle legioni stanziate sull’alto Reno. L’adozione di questo generale, abile e popolare, fu quanto mai opportuna, perché servì a tranquillizzare gli ambienti militari e specialmente i pretoriani, sdegnati per la soppressione di Domiziano. Durante il suo breve regno, Nerva provvide soprattutto a reintegrare il senato nelle sue funzioni politiche e legislative, e si occupò di alleviare la crisi agricola italica. A questo scopo egli creò un fondo per la concessione ai contadini di prestiti a basso interesse e, poiché la piaga della denatalità e carenza di mano d’opera si andava diffondendo, stabilì che gli interessi venissero versati nelle casse dei municipi, che li avrebbero usati per concedere sussidi alle famiglie povere per provvedere al mantenimento dei bambini indigenti e degli orfani.

Traiano (98-117 d.C.)

34 Questa legislazione fu vigorosamente ripresa da Traiano §

Questa legislazione fu vigorosamente ripresa da Traiano, che alla morte di Nerva gli succedette senza incontrare opposizione. Il regno di Traiano è caratterizzato da un marcato interesse per i bisogni dell’impero e della stessa Italia. La piena attuazione del programma di sussidi alimentari documenta la liberalità dell’imperatore, che si prendeva cura dei ragazzi bisognosi dei comuni italici, e che tentò di favorire la ripresa dell’agricoltura italica. Le particolari cure riservate all’Italia non impedirono comunque a Traiano di occuparsi anche delle province, come è dimostrato dalla sua corrispondenza con Plinio il Giovane, governatore della Bitinia. Plinio, che era un autorevole esponente del senato, definì Traiano “uno di noi”, esprimendo in questo modo tutta la popolarità che il princeps godeva tra la classe senatoria, ma anche l’atteggiamento di ossequio che egli manifestò verso questa assemblea. Gli aspetti più clamorosi, ma anche meno durevoli, dell’attività di Traiano riguardano la politica militare. In due campagne, svoltesi fra il 101 e il 106 d.C., e interrotte da un temporaneo accordo, l’imperatore portò a termine la guerra contro i Daci di Decebalo, sospesa più che conclusa ai tempi di Domiziano. Assediata la loro capitale Sarmizegetusa e costretto al suicidio il loro capo, l’intero paese dei Daci fu ridotto a provincia, mentre molti degli sconfitti venivano trucidati, deportati o ridotti in schiavitù. A Roma la Colonna Traiana rimane a documentare gli episodi salienti di quest’impresa. Contemporanea alla campagna dacica fu la conquista dell’Arabia nord-occidentale che, costituita in Provincia Arabica, facilitò i rapporti fra tutti i paesi dell’Oriente mediterraneo e il Mar Rosso. Più tarda, invece, fu una lunga guerra contro i Parti, che occupò gli ultimi anni di vita dell’imperatore. Fra il 114 e il 116 d.C. l’offensiva romana, guidata da Traiano, sembrò doversi concludere in uno straordinario successo, tanto che l’imperatore cominciò a studiare i piani per una penetrazione sino in India; ma una vasta insurrezione, che coinvolse intere regioni dell’Oriente romano (dalla Mesopotamia sino all’Egitto) e nella quale gli Ebrei ebbero grandissima parte, costrinse Traiano a desistere dalla guerra e ad accontentarsi di annettere all’impero le sole province dell’Armenia, della Mesopotamia e dell’Assiria (117). Nello stesso anno morì in Cilicia dopo essersi ammalato sulla via del ritorno verso Roma. Non abbiamo certezze che la grandiosa politica estera di Traiano (miniere d’oro in Dacia e in Arabia via del commercio con l’India) sia stata determinata dal bisogno di risolvere i problemi finanziari, lasciati aperti dal breve regno di Nerva. Decebalo costituiva una minaccia per il confine danubiano e dunque le ragioni strategiche ebbero certo un grande peso nella scelta di espandere il dominio provinciale romano. L’enorme bottino ricavato dalle conquiste servì a finanziare imprese militari e le spese per opere pubbliche e sociali in Italia e nelle province. Dopo la morte di Traiano, le truppe acclamarono imperatore il governatore della Siria Publio Elio Adriano, un parente spagnolo dell’imperatore.

Adriano (117-138 d.C.)

35 La politica espansionistica di Traiano fu subito abbandonata… §

La politica espansionistica di Traiano fu subito abbandonata da Adriano. Le risorse finanziarie dell’impero non erano sufficienti a sostenere un prolungato e impegnativo sforzo militare, cosicché l’imperatore abbandonò la Mesopotamia e l’Assiria, difficilmente controllabili, e trasformò l’Armenia in uno stato vassallo. In sostanza egli preferì dunque ritornare ad una politica estera puramente difensiva, dalla quale può essere simbolo il bastione che fece costruire in Britannia contro le irruzioni delle tribù del nord: il Vallum Hadriani. Il nuovo principe passò la maggior parte dei suoi anni di regno ad ispezionare le province, della cui amministrazione si occupò con grandissima assiduità. Con ciò egli mirava a rendere l’Impero più unito e uniforme possibile; ma quando, perseguendo tale scopo, volle procedere alla completa assimilazione degli Ebrei, questi, irritati dagli interventi imperiali nell’ambito della loro religione, scatenarono un’aspra guerriglia (113-135) e subirono, di conseguenza, persecuzioni e stragi spaventose. Sotto Adriano si ebbe un’ulteriore evoluzione dell’apparato burocratico statale: il ceto equestre si trasformò definitivamente in una classe di funzionari. Adriano ne organizzò anche la carriera, attraverso tappe di promozione fissate, introdusse una distinzione tra carriera civile e militare, una scala di rango definita sulla base del compenso e, allo stesso tempo, estese il campo d’azione dei cavalieri con l’impiego di procuratori equestri. I nuovi funzionari furono impiegati in incarichi relativi all’amministrazione del patrimonio imperiale, dalle miniere alle proprietà fondiarie, all’amministrazione fiscale, agli uffici dall’apparato burocratico centrale. Adriano fu anche uomo di grande cultura e favorì in ogni modo l’arte, la letteratura, le tradizioni e i culti, dimostrando una spiccata predilezione soprattutto per la civiltà ellenica. Come successore Adriano scelse il console del 136 d.C., Lucio Elio Cesare, che adottò. Morto costui prematuramente, la sua scelta si indirizzò verso un senatore della Gallia Narbonese, Arrio Antonino.