Indice dei paragrafi · 4
  1. Data 2 agosto 216 a.C
  2. La battaglia di Canne
  3. Fase 1 Nel 219 a.C
  4. Il suo capolavoro Annibale lo costruisce il 2 agosto del 216 a.C
SECONDA GUERRA PUNICA

Canne — 216 a.C.

TESTO ORIGINALE DELL’AUTORE — NON MODIFICATO

01 Data 2 agosto 216 a.C §

Data 2 agosto 216 a.C.

Luogo Canne (Apulia)

Contesto Guerre Puniche

Eserciti Esercito Romano ed esercito Cartaginese

02 La battaglia di Canne §

La battaglia di Canne, avvenuta il 2 agosto del 216 a.C. che vide fronteggiarsi l’esercito romano e quello cartaginese, è da considerarsi il più importante evento bellico dell’antichità. L’esercito cartaginese, guidato dall’abile generale Annibale, era disceso in Italia due anni prima passando dalle Alpi, sconfisse i romani al Ticino e al Trasimeno, ma, indebolito dalle battaglie, non attaccò Roma e si diresse, attraverso le Marche, in Puglia. Il Trattato dell'Ebro Tra il 226 e il 225 a.C., preoccupati dei successi cartaginesi in Spagna e per l'invasione gallica, i Romani decidono di trattare direttamente con Asdrubale e di stabilire le rispettive sfere di influenza nella penisola iberica. Il cosiddetto "trattato dell'Ebro" stabilisce che l'espansione cartaginese deve arrestarsi all'Ebro e che i Romani possono mantenere il controllo del territorio spagnolo nord-orientale, a difesa delle colonie dei Marsigliesi, loro antichi alleati. Roma, però, ha stretto alleanza negli stessi anni con Sagunto, città iberica posta a sud dell'Ebro e quindi nella sfera di egemonia cartaginese, e questa sarà la causa scatenante della seconda guerra punica: quando Annibale nel 219 a.C. attaccherà Sagunto, i Romani dovranno intervenire a tutela dei propri alleati.

03 Fase 1 Nel 219 a.C §

Fase 1 Nel 219 a.C., Annibale attaccò Sagunto che, pur situata a sud dell’Ebro e quindi in una zona di influenza cartaginese, era anche alleata dei romani. Nel settembre del 218 a.C. Annibale varcò i Pirenei e si diresse verso le Alpi con un imponente esercito, rafforzato dalle eccellenti truppe spagnole e ben allenate alla disciplina militare dalle dure campagne condotte nella penisola iberica. Superate le Alpi (e probabile che sia passato attraverso il Gran San Bernardo, il Moncenisio e il passo Clapier) con una marcia massacrante in cui andarono perduti uomini e animali, ma riscuotendo l’immediato sostegno dei Boi e degli Insubri, Annibale comparve nella valle padana, e sul fiume Ticino le superiori forze di cavalleria cartaginese prevalsero su quelle romane, comandate da Publio Scipione. Fase 2 Nel 271 a.C., Annibale passava gli Appennini e sorprese le truppe del console Caio Flaminio al lago Trasimeno. L’esercito romano venne annientato, lo stesso Flaminio fu tra le vittime. L'anno dopo i nuovi consoli furono Terenzio Varrone e Lucio Emilio Paolo, i quali decisero di attaccare Annibale che si trovava accampato a Canne: gli eserciti romani congiunti vennero annientati. La battaglia è considerata tuttora un capolavoro dell’arte militare, il più riuscito esempio di manovra di accerchiamento compiuta da un esercito numericamente inferiore agli avversari. Fase 3 La schiacciante vittoria cartaginese favorì alcune defezioni; Capua apri le porte ad Annibale, e Bruzi e Lucani abbandonarono Roma, come Siracusa. L’Italia centrale pero non conobbe una sola defezione e con il ritorno alla strategia attendista di Fabio Massimo permise a Roma di riguadagnare gradualmente le posizioni perdute nel Mezzogiorno. Il condottiero cartaginese era anche lui in difficoltà, perché nonostante le vittorie non poteva alimentare tanto facilmente i suoi eserciti come Roma, la quale, con enorme sforzo, dopo lo scacco di Canne, mise in campo un esercito di 25 legioni. Dopo la sconfitta di Canne le cose per Roma peggiorarono ulteriormente, perché Siracusa nel 214 a.C. era passata ad Annibale e contemporaneamente il re Filippo V di Macedonia si era alleato con i Cartaginesi contro Roma. Roma seppe far fronte alle minacce: nel 211 a.C. il console Claudio Marcello riconquistava Siracusa e l’intervento di Filippo V veniva neutralizzato sul piano diplomatico. Fase 4 La svolta decisiva degli eventi si verificò nel 210 a.C. quando a comandare le legioni di Spagna venne inviato Publio Cornelio Scipione, figlio del console che nel 218 a.C. era stato battuto sul Ticino. Il giovane Scipione, che sarà noto col cognomen di Africano, non aveva il titolo per comandare un esercito (aveva ricoperto una carica minore, quella di edile), ma venne scelto appositamente per condurre le operazioni in Spagna dall’assemblea popolare in virtù delle sue qualità personali. Recatosi in Spagna, Scipione raddrizzò la situazione che era peggiorata in quegli anni e tra il 209 a.C. e il 208 a.C. batté ripetutamente ben tre eserciti cartaginesi. Nel 207 a.C. Asdrubale, battuto da Scipione, riusciva a sfuggirgli e a presentarsi nella pianura padana, con l’intenzione di unirsi al fratello. Ma i consoli in carica Caio Claudio Nerone e Marco Livio Salinatore, riuscirono nella valle del Metauro a sbaragliarlo. Annibale non poteva più contare sui rinforzi dalla Spagna e disperando di ottenere soccorsi dalla madrepatria, si vide costretto a ritirarsi nel Bruzio. Scipione riprendendo il progetto fallito cinquant’anni prima ad Attilio Regolo, attaccò Cartagine direttamente in Africa nel 204 a.C. La città fenicia, subiti i primi scacchi, richiamò Annibale in patria e nel 202 a.C. a Naraggara, nei pressi di Zama, il condottiero per la prima volta venne battuto. Il trattato di pace imposto da Roma era durissimo, anche se non tale da annientare del tutto Cartagine; le clausole fondamentali prevedevano la consegna di tutta la flotta, tranne dieci navi e il pagamento di una fortissima indennità. Cartagine inoltre doveva rinunciare a tutti i suoi possedimenti al di fuori dell’Africa e riconoscere ai suoi confini un potente regno di Numidia governato da Massinissa, una sorta di gendarme di Roma in Africa; ai Cartaginesi inoltre non era concesso dichiarare guerra senza il permesso di Roma.

04 Il suo capolavoro Annibale lo costruisce il 2 agosto del 216 a.C §

Il suo capolavoro Annibale lo costruisce il 2 agosto del 216 a.C., sul campo apulo di Canne. Per farla finita con il Cartaginese, che infuria in Italia da quasi due anni e ha già ottenuto almeno quattro significative vittorie, i Romani mettono a disposizione dei due consoli in carica, Lucio Emilio Paolo e Caio Terenzio Varrone, forze imponenti: verso la piana dell'Ofanto muove cosi un'armata composta di ben otto legioni "forti", 80 mila uomini circa tra i Romani e socii (alleati), raccolti per schiacciare il nemico sotto il peso del numero. Per avere una speranza di vincere, Annibale deve, affrontando una forza simile, contenere ad ogni costo la pressione che le massicce colonne legionarie eserciteranno sul suo centro per il tempo necessario a permettere che le sue superiori cavallerie prendano il nemico alle spalle. Egli divide dunque i veterani libici, forse 10 mila uomini in tutto, in due unità di pari consistenza numerica, ordinate in ranghi assai più profondi del consueto; e li schiera agli estremi del suo centro, tenendolo pero in posizione alquanto arretrata. Dispone poi il resto delle fanterie pesanti, Iberi e Celti, a formare una sorte di mezza luna, la cui parte convessa è rivolta verso il nemico. Potendo contare su truppe numericamente assai inferiori rispetto a quelle romane (che hanno sul campo, pare, almeno 65 mila fanti), Annibale viene assottigliandone progressivamente i ranghi verso le estremità dello schieramento; dove, con il convergere dei nemici verso il mezzo anche dai fianchi non impegnati, l'urto sarà meno violento e diretto. Occorre, pero, che tutto il suo centro arretri insieme, senza spezzarsi; una volta contenuto lo slancio dei legionari, infatti, i due corpi di fanteria libica potranno agire come mascelle di un'immensa tagliola, prendendo ai fianchi la formazione nemica. Ogni cosa si svolge esattamente come egli ha previsto. Mentre la cavalleria pesante punica, dopo aver annientato, sulla sinistra, le forze montate romane, passa dietro le linee dei combattenti a piedi per portare soccorso ai Numidi, che, sull'altra ala, sono alle prese con i socii di Roma, il centro punico comincia piano piano a flettere, incalzato dalle pesanti colonne romane, sempre più compresse al centro a causa del progressivo convergere dei legionari, all'istintiva ricerca di un contatto con il nemico. Con il ripiegare lento e continuo di Galli ed Iberi, lo schieramento punico mantiene sostanzialmente la sua conformazione; ma viene mutandone l'aspetto, fino a presentare ai Romani, che premono come un formidabile cuneo, il cavo e non più la convessità della falce. Ad impedire che il fronte punico si spezzi intervengono prima le fanterie leggere, che, affluendo da dietro le linee degli Iberi e dei Galli, ne sorreggono la resistenza; poi, a tempo debito, i veterani libici, i quali, per l'ammassarsi dei nemici sul centro, vengono a trovarsi, senza essere stati minimamente impegnati, su fianchi della formazione romana, che ha assunto la forma di un quadrato. Ad un ordine preciso basta ora ai Libi effettuare una semplice conversione per chiudere in una morsa lo schieramento nemico; e l'accerchiamento viene poi completato dalla cavalleria pesante punica che, dopo aver cacciato dal campo anche le ultime forze montate nemiche, lascia i Numidi ad inseguirle e torna per attaccare le legioni alle spalle. Comincia, allora il massacro. Nella peggiore disfatta della storia di Roma cade il console Emilio Paolo; cade il console dell'anno precedente, Servilio Gemino; cade l'ex maestro dei cavalieri Minucio Rufo; e con essi, tra la folla dei morti anonimi, periscono entrambi i questori, ventinove tribuni militari, cioè quasi tutta l'ufficialità legionaria, ottanta senatori e un numero imprecisato di cavalieri. La grande armata romana, inviata per distruggere l'esercito di Annibale, ha cessato di esistere: anche ad accettare non le cifre, spaventose e forse eccessive di Polibio, che parla di ben 70 mila morti, ma quelle più contenute di Tito Livio, Roma lascia sul campo 47.500 fanti e 2.700 cavalieri, mentre 19 mila sono i prigionieri. Solo a 15 mila dei suoi uomini è possibile fuggire.

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