Indice dei paragrafi · 67
  1. Il lungo regno di Antonino
  2. Le città peregrine
  3. Si realizzava così tra le città una gerarchia…
  4. Il regno di Marco Aurelio
  5. Alla sua morte
  6. I fattori che caratterizzarono la storia economica dell’Impero…
  7. Il fabbisogno di grano della capitale (servizio annonario)…
  8. Le necessità di approvvigionamento alimentare di Roma e…
  9. In un certo senso nel II secolo d.C
  10. La crisi nei valori civili e religiosi tradizionali…
  11. Alla morte di Commodo si scatenò una gara…
  12. Il cinquantennio compreso tra la morte di Alessandro…
  13. Durante l’ultimo periodo della cosiddetta anarchia militare che…
  14. L’avvento al trono di Diocleziano segna una delle…
  15. Il periodo che inizia con Costantino ed arriva…
  16. Il successo di Costantino dipese in gran parte…
  17. Costantino in punto di morte ricevette il battesimo
  18. La morte di Giuliano in territorio persiano richiese…
  19. Le trasformazioni del tessuto istituzionale
  20. Il termine
  21. Nel III secolo d.C
  22. Pagani e cristiani alla fine del IV secolo d.C
  23. Già dal III secolo d.C
  24. Alla sua morte
  25. Nonostante la morte di Attila
  26. Il declino e la caduta dell’Impero romano rappresentano…
  27. Come tutti i grandi imperi
  28. Il regime imperiale di Augusto si fondava su…
  29. Lo storico greco Dionigi di Alicarnasso
  30. Gli Arcadi
  31. La discendenza dei Romani dai Troiani è un elemento d’invenzione
  32. Per Erodoto
  33. Le usanze dei Lidi sono molto simili a quelle dei Greci
  34. Nacque in Gallia Cisalpina
  35. Tito Livio nasce a Padova nel 59 a.C
  36. “Non ho la certezza
  37. Lo storico greco Polibio (II secolo a.C.) asserisce…
  38. I Cartaginesi non molesteranno i cittadini di Ardea
  39. Secondo lo storico Tito Livio una legge scritta…
  40. I dati sull’organizzazione delle classi di censo si…
  41. Con l’aggiunta di 2 centurie di fabbri e di 2 (o 3
  42. Tito Livio racconta dei Romani caduti in trappola
  43. Due vie conducevano a Luceria
  44. La riforma dell’esercito e le armi del legionario
  45. I numerosi e catastrofici naufragi di cui rimasero…
  46. Strategia e tattica sono due termini che riguardano…
  47. Nel 251 a.C
  48. A Naraggara Scipione dispose le truppe secondo la…
  49. L’esercito romano si era trattenuto fin troppo in Grecia
  50. Dietro la Roma vittoriosa delle grandi guerre orientali…
  51. Scongiurata la minaccia di Andrisco
  52. La vittoria della reazione non poté distruggere l’opera…
  53. La condotta fiacca della guerra nei primi due…
  54. Homo novus per i Romani è un cittadino…
  55. Già da tempo nelle interminabili e sanguinose campagne…
  56. La condizione di cittadino romano era divenuta sempre…
  57. Caio Giulio Cesare veniva
  58. Eletto tribuno
  59. Colui che poi sarebbe divenuto l’imperatore Augusto nacque…
  60. Marco Agrippa è il classico homo novus con umili origini
  61. La mediazione fra il potere e gli intellettuali…
  62. Claudio governa Roma e i suoi liberti governano Claudio
  63. Tito
  64. Con la decisione di Marco Aurelio di associarsi…
  65. Palmira fu una delle più ricche città dell’antico Oriente
  66. L’eresia ariana
  67. Già dal III secolo d.C
IMPERO E TARDA ANTICHITÀ

Storia romana — Parte III

TESTO ORIGINALE DELL’AUTORE — NON MODIFICATO

Antonino Pio (138-161 d.C.)

01 Il lungo regno di Antonino §

Il lungo regno di Antonino, soprannominato Pio per la venerazione dimostrata nei confronti del padre che egli volle divinizzare, fu senz’altro il più pacifico e conservatore di tutto il corso dell’Impero. Durante il regno di Antonino non furono recate minacce alla sicurezza dell’Impero, solo in Mauretania ci fu una ribellione. Per sua volontà il vallo di Adriano in Britannia fu avanzato nella Scozia meridionale (vallo di Antonino). Nell’età di Antonino Pio l’Impero raggiunse l’apogeo del proprio sviluppo e del consenso presso le élites delle province e delle città. La città, con le sue strutture e l’agio che offriva, rappresentava nel mondo antico il segno distintivo della civiltà rispetto alla rozzezza e alla barbarie. Nell’impero romano vi erano una grande varietà di tipologie cittadine e soprattutto una grande diversità di statuti. Civitates in Occidente e poleis in Oriente erano organizzate secondo tre tipologie, a seconda del grado di integrazione nello Stato romano.

02 Le città peregrine §

1. Le città peregrine, cioè quelle preesistenti alla conquista e alla loro riorganizzazione all’interno dell’Impero. All’interno di questo gruppo si distinguono in base al loro status giuridico nei confronti di Roma: ✓ le città stipendiarie che, sottomesse a Roma, pagano un tributo; ✓ le città libere, con diritti speciali concessi unilateralmente da Roma; ✓ le città libere federate, che hanno concluso un trattato con Roma in una condizione di eguaglianza. 2. I municipi. Un municipio è una città cui Roma ha concesso di elevare il suo status precedente di città peregrina e ai cui abitanti è accordato o il diritto latino o quello romano. Per esempio Italica, la città della Betica, patria di Adriano, che era stata fondata alla fine del III secolo a.C. ed era popolata di veterani, divenne municipio sotto Cesare. 3. Le colonie. Si tratta in origine di città di nuova fondazione con apporto di coloni che godono della cittadinanza romana. La colonia adotta il pieno diritto romano ed è organizzata ad immagine di Roma.

03 Si realizzava così tra le città una gerarchia… §

Si realizzava così tra le città una gerarchia tale da favorire lo spirito di emulazione, dato che le città peregrine aspiravano a diventare municipi di diritto latino e questi ultimi desideravano ottenere il diritto romano. L’evoluzione dello statuto delle singole comunità comportava, attraverso l’estensione del diritto latino e della cittadinanza romana, l’integrazione dei provinciali nell’Impero. Le città fungevano da raccordo tra Roma e le disperse realtà locali dell’Impero, dove esisteva una varietà di tradizioni, attività economiche e produttive, istituzioni, strutture indigene, lingue, religioni e sistemi di relazione tra il centro urbano e il suo territorio. Roma, diffondendo la cultura urbana e promuovendo la collaborazione e l’ascesa economica e sociale delle élites si assicurava il controllo dell’ordine e della stabilità su tutto l’Impero e sulle popolazioni comprese nel suo sistema di potere.

Marco Aurelio (161-180 d.C.)

04 Il regno di Marco Aurelio §

Il regno di Marco Aurelio, figlio adottivo, genero e successore di Antonino Pio, fu tormentato da guerre e da calamità. Sui confini dell’impero, in Britannia, sul Reno e sul Danubio, la pressione dei barbari divenne minacciosa. Nei primi anni di regno, peraltro, Marco Aurelio e Lucio Vero*, che gli si era associato come collega nell’esercizio dell’autorità imperiale, non dovettero affrontare i barbari, ma i Parti, che avevano invaso la Mesopotamia e l’Armenia e si erano spinti fino in Siria. La guerra condotta da Vero si concluse vittoriosamente nel 166 d.C., ma fu la causa indiretta della crisi che travagliò l’Impero negli anni successivi. Infatti, l’esercito tornato dall’Oriente portò con sè la peste, che causò lutti e devastazioni in molte regioni con gravi conseguenze demografiche ed economiche. Inoltre lo sguarnimento della frontiera settentrionale creò le condizioni di una nuova minaccia: i Quadi e i Marcomanni rompevano i confini danubiani e giungevano con le loro avanguardie sino ad Aquileia (166). Morto Lucio Vero (169), mentre tornava dall’Illirico, solo attraverso uno sforzo molto energico l’ondata barbarica fu respinta negli anni successivi, e quei popoli si dichiararono sottomessi. La pace fu peraltro precaria, Marco Aurelio dovette condurre una nuova spedizione nella regione del Danubio. Egli morì nel 180 a Vindobona (Vienna), prima che la guerra fosse conclusa.

Commodo (180-192 d.C.)

05 Alla sua morte §

Alla sua morte, Marco Aurelio lasciava un figlio diciannovenne, Commodo, che, morto Lucio Vero, era stato associato al governo sin dal 176 d.C.; in questo caso dunque il principio dell’adozione del migliore non fu adottato. Il suo primo atto fu quello di concludere definitivamente la pace con le popolazioni che premevano sul Danubio, rinunciando al progetto del padre di controllare anche regioni a nord del fiume. Il giovane imperatore era l’antitesi del padre: tanto questi, seguace della filosofia stoica e filosofo egli stesso, era stato scrupoloso nell’adempimento del dovere e aveva interpretato la propria autorità come una missione affidatagli dal destino, altrettanto Commodo si dimostrò avido di piaceri, esibizionista e pronto a sacrificare a proprio capriccio anche gli interessi fondamentali dell’Impero. La sua stravaganza e il suo comportamento determinarono inevitabilmente la rottura con il senato, di cui egli perseguitò numerosi membri. Commodo lasciò il governo in mano a liberti che approfittarono del disinteresse dell’imperatore per le istituzioni. Commodo non dimostrò cura assidua per le province come i suoi predecessori, né per i soldati degli eserciti stanziati nell’Impero, che diedero segni di inquietudine e di rivolta a causa dei mancati pagamenti. Il consenso interno era fondato sulla plebe di Roma, alla quale elargiva feste e giochi, e sui pretoriani. Sullo scorcio del 192 d.C., infine, un complotto stroncò la vita di Commodo.

06 I fattori che caratterizzarono la storia economica dell’Impero… §

I fattori che caratterizzarono la storia economica dell’Impero romano.

07 Il fabbisogno di grano della capitale (servizio annonario)… §

✓ Il fabbisogno di grano della capitale (servizio annonario) generò una domanda molto forte, la quale necessariamente sollecitò la produzione provinciale. ✓ L’esercito permanente condizionò l’economia imperiale, infatti, assorbiva gran parte del bilancio. Con le sue esigenze e la capacità di spesa dei soldati attirò grandi quantità di derrate e di manufatti dalle coste del Mediterraneo. ✓ Nelle province si intensificò la specializzazione delle colture, come era già avvenuto in Italia, e parallelamente si organizzarono le aziende agrarie, le “ville”. ✓ Il lungo periodo di pace, la raggiunta unità politica, soprattutto nel bacino del Mediterraneo, favorì l’integrazione economica in ragione di un sistema fiscale basato in larga misura su un’unica moneta, il “denario”.

08 Le necessità di approvvigionamento alimentare di Roma e… §

Le necessità di approvvigionamento alimentare di Roma e l’annona militare sono i due grandi fattori propulsivi del commercio in età imperiale. Il condizionamento che ne risulta per lo sviluppo delle economie provinciali è evidente. Se il grado di sviluppo dell’economia romana non conosce, per carenze di natura tecnica di vario tipo, un livello propriamente capitalistico, va almeno considerata come una “peculiare economia preindustriale”. Il mancato sviluppo tecnologico del mondo antico, attribuito a fattori diversi ma soprattutto al blocco mentale legato all’esistenza del lavoro servile a basso costo, va in qualche misura ridimensionato. Se l’invenzione aveva poche probabilità di essere perseguita, l’innovazione finì per rendere i processi produttivi più efficienti e meno costosi.

Il III secolo

09 In un certo senso nel II secolo d.C §

In un certo senso nel II secolo d.C. l’impero romano aveva vissuto il suo momento migliore, e la pace romana attorno a tutto il bacino del Mediterraneo aveva dato tranquillità e benessere a intere generazioni. Ma già durante il regno di Marco Aurelio e del figlio Commodo, all’interno dell’Impero si erano manifestati diversi fattori di crisi che divennero ben presto veri e propri elementi di disgregazione. Al tempo di Marco Aurelio gli attacchi esterni dei barbari avevano indotto l’imperatore a rafforzare le legioni, e l’esercito aveva riacquistato un forte prestigio. Il senato si trovò così esautorato a vantaggio dell’esercito; i bisogni dell’esercito crescevano e la svalutazione della moneta indebolì i ceti medi. La decadenza economica delle città portò con sè una profonda crisi morale, dovuta alla diffusa sfiducia nei valori tradizionali. Si può dire che due furono i fattori principali di crisi: l’esercito all’interno e i barbari all’esterno. Dopo l’uccisione di Commodo, l’esercito diventa padrone della corona imperiale della quale tende a disporre secondo le ambizioni e le aspirazioni di questa o quella legione. Il senato diviene impotente di fronte alla trasformazione dell’ideologia del potere imperiale verso sempre più marcate forme assolutistiche: l’imperatore non è più rispettoso dell’aristocrazia senatoria, ma dipende sempre più dall’appoggio dell’esercito.

Il cristianesimo

10 La crisi nei valori civili e religiosi tradizionali… §

La crisi nei valori civili e religiosi tradizionali favorisce il manifestarsi di nuove tendenze religiose, tra cui il cristianesimo. Il III secolo d.C. è l’epoca decisiva per il definitivo costituirsi delle strutture primitive della Chiesa cristiana. Mentre la nuova fede conquista consensi sempre più ampi, si fa più dura la reazione dell’autorità politica: infatti, il III secolo d.C. è il momento in cui si manifestò la più dura reazione del potere imperiale contro i cristiani.

La dinastia dei Severi

11 Alla morte di Commodo si scatenò una gara… §

Alla morte di Commodo si scatenò una gara sfrenata per la successione, e i diversi gruppi di legioni cercarono di imporre il proprio candidato, cioè il comandante più largo di promesse per i suoi soldati. In un primo momento prevalse comunque Elvio Pertinace, un uomo legato al senato e quindi poco gradito agli ambienti militari e in particolare ai pretoriani. Assassinato Pertinace, il nuovo imperatore Didio Giuliano cercò di sostenersi appoggiando le richieste dei pretoriani, la forte milizia di stanza a Roma al servizio diretto dell’imperatore. Si capì subito che la vera lotta per il potere riguardava chi aveva il controllo delle forze militari più ingenti. Il legato della Pannonia Settimio Severo ebbe la meglio sugli avversari, il governatore della Siria Pescenio Nigro e il governatore della Britannia Clodio Albino. Settimio, vittorioso sui rivali nel 197 d.C., fu il capostipite della dinastia dei Severi destinata a mantenere il trono fino al 235 d.C. Ha inizio con Settimio Severo quella che viene definita una “monarchia militare”, nella quale l’autorità dell’imperatore si basa sulla forza degli eserciti. Settimo provvide a rinsaldare la sua posizione di predominio favorendo in ogni modo l’esercito; furono garantite ai soldati paghe migliori e fu abolito il divieto per i legionari di contrarre matrimonio sino a quando si trovavano in servizio. Settimio Severo diede prova delle sue eccellenti qualità militari trasferendosi in Oriente dove, eliminato un concorrente pericoloso, sistemò i confini minacciati dai Parti, annettendo l’alta Mesopotamia, e riordinò la Siria, che fu allora divisa in due province. Schiacciata in Gallia una pericolosa ribellione, Settimio si impose su tutti, forte dell’appoggio delle legioni; il senato, esautorato, non poté nulla quando Severo fece riconoscere ai figli Antonino, detto Caracalla e Geta, il primo col titolo di Augusto il secondo con quello di Cesare, che li designava come eredi al trono. La morte lo colse nel 211 d.C. in Britannia, dove aveva guidato le legioni al di là del Vallo Adriano. Gli succedettero i figli Antonino e Geta, cui Severo aveva raccomandato di governare in piena concordia: una raccomandazione del tutto vana, perché Caracalla si sbarazzò ben presto del fratello, assassinandolo. In aperto contrasto col senato, Caracalla continuò poi la politica paterna di livellamento delle popolazioni dell’impero, promulgando la cosiddetta Constitutio Antoniniana de civitate (212 d.C.) che estendeva la cittadinanza romana a tutti gli abitanti dell’impero esclusi i dediticii (“coloro che si sono arresi”, cioè i sudditi non ancora assimilati). Caracalla fu probabilmente spinto a questa decisone dalla necessità di equiparare tutti i sudditi di fronte al fisco, che in tal modo si garantiva maggiori risorse; inoltre la Constitutio, o Editto di Caracalla, finì col dare un suggello legale a quel fenomeno per cui la società romana si andava uniformando, facendo scomparire le antiche distinzioni tra italici e provinciali. L’imperatore blandi inoltre i militari aumentandone le paghe, e di conseguenza la moneta subì una nuova svalutazione, che toglieva slancio all’iniziativa economica e accelerava il processo di inflazione già in atto. Deciso a fondare il suo potere sull’esercito e sul prestigio militare, Caracalla condusse svariate campagne contro i barbari riportando alcuni successi; ma nel 217 d.C., mentre si trovava in Siria, cadde vittima di una congiura militare. Per un anno sembrò che dovesse allora affermarsi il prefetto del pretorio, Macrino, uno dei capi della congiura, ma nel 218 d.C. ebbe la meglio un nipote siriaco di Giulia Domna, già moglie di Settimio Severo, Ario Avito Bassiano, detto Elagabalo dal nome della divinità solare di cui era sacerdote. Giovane ed inesperto, mosso soprattutto da intenso misticismo, Elagabalo esibì in Roma un cerimoniale religioso esotico e stravagante, basato tuttavia su una concezione monoteistica vagamente paragonabile a quella del cristianesimo. Ma lo scontento provocato a Roma da tale culto provinciale siriaco scatenò nel 222 d.C. il risentimento delle truppe pretoriane che trucidarono il giovane sovrano. La successione toccò allora ad un cugino dell’ucciso, Alessandro Severo, il quale, saggiamente consigliato dal giurista e prefetto del pretorio Ulpiano, tentò anche di ristabilire rapporti di collaborazione col senato. Ma il deterioramento generale della situazione non favorì il timido tentativo di Alessandro Severo, impotente persino ad esercitare una seria autorità sui pretoriani che pure costituivano la sua guardia personale. Un intervento non risolutivo in Oriente contro la dinastia Persiana dei Sasanidi (231-233 d.C.), che sostituirono nel 224 d.C. la dinastia partica degli Arsacidi, e l’irresolutezza dimostrata nei confronti dei barbari con i quali preferiva trattare anziché combattere, provocarono la violenta reazione dei militari che nel 235 d.C. lo assassinarono assieme alla madre. Scompariva cosi l’ultimo dei Severi, i quali erano almeno riusciti a dare una certa stabilità alle pericolanti strutture dello stato romano. La fine violenta della monarchia apriva bruscamente un vuoto di potere, dato che non esisteva più una classe senatoria capace di garantire continuità delle istituzioni; in questo vuoto si inseriva adesso la forza dell’esercito ed aveva inizio un cinquantennio di lotte militari e civili che avrebbero condotto l’impero sull’orlo del dissolvimento.

L’anarchia militare

12 Il cinquantennio compreso tra la morte di Alessandro… §

Il cinquantennio compreso tra la morte di Alessandro Severo (235 d.C.) e l’avvento al trono di Diocleziano nel 285 d.C., fu caratterizzato dall’anarchia militare. Gli imperatori legittimi o illegittimi che si succedono in questo periodo rispecchiano talvolta nella loro personalità rozza e guerresca la mentalità degli eserciti che li portavano al potere. Tipico fra questi fu Massimino il Trace, eletto dai soldati dopo l’assassinio di Alessandro Severo; egli, dotato di uno scadente curriculum militare ma di una eccezionale forza fisica, impressionò molto i contemporanei. Nel 238 d.C. Massimino fu assassinato, e successivamente si affermò una ridda di sovrani innalzati al potere per poi essere assassinati magari da coloro che li avevano sostenuti; i Gordiani (238-243 d.C.), Filippo detto l’Arabo (244-248 d.C.), Messio Decio (249-251 d.C.). Sopraffazioni e assassini si susseguirono benché imperatori come Valeriano (253-260 d.C.) e come suo figlio Galieno, associato al potere sin dal 253 d.C. e rimasto unico reggitore dell’impero dal 260 al 268 d.C., s’impegnassero a fondo per arginare la marea montante della crisi e dell’anarchia. Gallieno, in particolare, cercò con ogni mezzo di contrastare le tendenze delle singole province a governarsi da sé e di eliminare gli usurpatori del potere che pullulavano in Gallia, in Spagna ed in Oriente. E poiché taluni di questi usurpatori erano spalleggiati dallo stesso senato, egli preferì affidare il comando delle legioni e il governo delle province ad uomini tratti dall’ordine equestre, togliendolo ai senatori. Egli provvide altresì a riformare l’esercito, introducendovi innovazioni nelle concezioni strategiche di difesa dei confini: invece di dislocare tutte le truppe lungo la frontiera, privilegiò la concentrazione di alcun contingenti all’intero del territorio imperiale con la funzione di unità mobili di difesa. Malgrado il suo impegno, però, lo stesso Gallieno fu vittima di una congiura tramata dai suoi generali, e le aspirazioni separatistiche delle province prevalsero: entro i confini dell’impero, infatti, si costituirono allora il regno di Palmira*, che comprendeva la Siria, la Palestina e la Mesopotamia, e il regno delle Gallie, esteso anche alla Spagna e alla Britannia.

Gli imperatori illirici

13 Durante l’ultimo periodo della cosiddetta anarchia militare che… §

Durante l’ultimo periodo della cosiddetta anarchia militare che sembrava portare ormai allo sfacelo definitivo tutto l’impero di Roma, si avvicendò al potere una serie di sovrani detti “illirici”, perché originari di quella regione. Dopo l’assassinio di Gallieno, avvenuto nel 268 d.C., salì al trono l’imperatore Claudio II (268-270 d.C.) che si dedicò con abnegazione alla lotta contro i Goti e gli Alamanni e riuscì a sconfiggerli ripetutamente e a sottometterli: alla sua morte, avvenuta per peste, i soldati della zona danubiana elessero Domizio Aureliano (270-275 d.C.), il quale, come il suo predecessore, si impegnò a fondo ed ebbe definitivamente ragione delle popolazioni barbariche che erano penetrate di nuovo nella pianura padana. Aureliano fece costruire per difendere Roma le cosiddette mura aureliane, che avrebbero dovuto salvaguardare la capitale da ogni possibile incursione barbarica. Aureliano, dopo aver ricostituito l’unità dell’impero sconfiggendo i separatisti, restituì un certo prestigio alla figura dell’imperatore: promosse una decisa riorganizzazione dello Stato in tutti i settori essenziali della vita economica e diede impulso al processo di divinizzazione del monarca. Ad Aureliano seguirono Tacito (275-276 d.C.) e poi Aurelio Probo (276-282 d.C.), che respinse i Franchi e Burgundi dalla Gallia e batté i Sarmati sul Danubio; Probo venne però ucciso nel 282 d.C. dai soldati nel corso di una congiura, e di lì a tre anni, dopo un periodo di contrasti, salì al trono il più famoso degli imperatori illirici, Diocleziano.

Diocleziano e il dominato

14 L’avvento al trono di Diocleziano segna una delle… §

L’avvento al trono di Diocleziano segna una delle cesure più nette in tutta la storia dell’impero romano. Con il suo regno (284-305 d.C.) si chiude definitivamente l’età buia che va sotto il nome di crisi del III secolo d.C. Si tratta di un’età di riforme e di novità, a cominciare da quella che diede una diversa organizzazione dal potere imperiale centrale; a partire da questo momento si fa tradizionalmente iniziare la fase del cosiddetto “Dominato”, rispetto a quella precedente detta “Principato”. Questa periodizzazione può giustificarsi anche in riferimento ad un’altra, che fa del regno di Diocleziano e di quello di Costantino (306-337 d.C.) il momento iniziale di un’età di rinnovamento nella storia dell’Impero romano, che si suole designare come Tarda Antichità. La preoccupazione di fondo dell’imperatore illirico, destinato a rimanere al potere vent’anni, era quella di restaurare a tutti i livelli, politico-militare, amministrativo ed economico, le antiche tradizioni dello Stato. Diocleziano volle stabilire la sua sede a Nicomedia, capitale della Bitinia, in primo luogo perché l’Oriente appariva in quel momento economicamente più solido dell’Occidente, in secondo luogo, Nicomedia si trovava più vicina alle regioni dell’impero più minacciate, e cioè il confine danubiano e la Siria. Esperto soldato, Diocleziano, fin dai primi anni del regno ottenne brillanti risultati contro i barbari nella zona danubiana e contro i Persiani; ma, da buon politico, egli aveva anche compreso che un solo uomo non poteva provvedere alla difesa dei confini, e perciò nel 285 d.C. nominò Valerio Massimiano come Cesare, con il compito di provvedere alla difesa dell’Occidente e in particolare delle Gallie. Ma le crescenti difficoltà convinsero Diocleziano che bisognava ulteriormente dividere il comando: si giunse così alla tetrarchia, o “comando a quattro”, sistema di governo in cui ciascuno dei due Augusti scelse il proprio “Cesare”, ossia un collaboratore, destinato a succedergli. Alla morte o al ritiro dei due Augusti, i due Cesari (Costanzo Cloro in Occidente e Galerio in Oriente) avrebbero dovuto prendere il loro posto, scegliendosi a loro volta due successori. L’espediente della tetrarchia in realtà era uno schema astratto, ma Diocleziano voleva creare un sistema che impedisse nuove lotte per la successione. Per il momento, comunque, la tetrarchia diede buoni risultati, perché i due Augusti e i due Cesari poterono difendere efficacemente le zone di confine assegnate ad ognuno e reprimere le rivolte che erano divampate un po’ dovunque. Lo sforzo profuso da Diocleziano nel riordino dell’amministrazione fece crescere la burocrazia statale e un esercito di impiegati dipendente dalla volontà del sovrano costituì l’ossatura dello Stato. L’esercito fu ulteriormente potenziato; le truppe migliori vennero tenute direttamente a disposizione dei tetrarchi, che in tal modo le potevano spostare nelle zone di confine più minacciate. Le spese rilevanti per il mantenimento dell’esercito e di una burocrazia numerosa costrinsero Diocleziano ad una severa politica fiscale. L’imposta fondamentale, detta annona, divenne quella sul reddito agricolo, e fu calcolata sulla quantità e sulla natura del terreno posseduto dal singolo. L’imposta dell’annona richiedeva però un censimento minuzioso dei terreni (catasto) e dei sudditi: l’impero fu suddiviso in dodici unità regionali, dette “diocesi”. Data la continua ascesa dei prezzi, nel 301 d.C. Diocleziano volle stabilire i prezzi massimi delle derrate, dei manufatti, dei salari e delle materie prime; fu così emanato l’Editto dei prezzi che, nelle intenzioni del sovrano, avrebbe dovuto arrestare una volta per tutte l’ascesa del costo della vita. Diocleziano mirò a dare all’autorità imperiale un contenuto religioso; perciò egli stesso si fece chiamare Iovius, cioè figlio di Giove. La violenta persecuzione contro i cristiani (303-304 d.C.), le cui motivazioni profonde sembrano riconducibili alla volontà di rafforzare l’unità dell’impero anche sul piano religioso, iniziò verso la fine del regno di Diocleziano, quando la Chiesa Cristiana aveva già molto consolidato le proprie strutture. Nel 305 d.C. Diocleziano si ritirò a vita privata, seguito dal collega Massimiano; i due Cesari divennero Augusti e a loro volta si scelsero due successori. In un primo momento il meccanismo parve funzionare, ma già nel 306 d.C. si delinearono le prime difficoltà, perché alla morte di uno dei due Augusti in carica, Costanzo, i soldati delle legioni stanziate in Britannia acclamarono Augusto suo figlio Costantino, riprendendo cosi il sistema della successione dinastica. La situazione si trascinò per alcuni anni in uno stato di confusione e di contrasti tra quattro Augusti e un Cesare, che nemmeno l’intervento di Diocleziano poté risolvere. Solo nel 312 d.C. Costantino riuscì a controllare l’Occidente scendendo in Italia, dove batté il suo diretto rivale Massenzio prima nella Valle Padana e poi sul Tevere a Ponte Milvio. In Oriente intanto Licinio conservava il titolo di “Augusto”.

Da Costantino a Teodosio Magno: la Tarda Antichità

15 Il periodo che inizia con Costantino ed arriva… §

Il periodo che inizia con Costantino ed arriva fino a Giustiniano è considerato un periodo di inarrestabile decadenza, un antefatto del Medioevo; per questa ragione la storiografica moderna preferisce al termine “Basso Impero” oggi quello di “Tarda Antichità”. Gli aspetti che caratterizzano la tarda Antichità possono considerarsi quelli di “Dominato”, con riferimento alla posizione dell’imperatore rispetto al sistema, e quello di “Stato coercitivo”, con riferimento ad una società un cui la divisione tra due categorie, gli honestiores, i privilegiati, e gli humiliores, la massa dei deboli, è sempre più netta, e porterà come conseguenza la scomparsa dei ceti intermedi. All’interno di questo periodo si distingue una fase, che inizia con Costantino e che termina con Teodosio I (395 d.C.) - all’incirca tutto il IV secolo d.C. -, che coincide con l’affermarsi del cristianesimo come religione ufficiale dell’Impero romano. L’impero uscito dalle riforme di Diocleziano e di Costantino è effettivamente diverso rispetto a quello del passato. Ecco alcune considerazioni. ✓ Le esigenze fiscali dello Stato per il mantenimento dell’apparato burocratico e militare si fanno più pressanti ✓ L’imperatore non risiede più a Roma e ciò comporta un distacco dall’aristocrazia senatoria ✓ Il senato del IV secolo d.C. non ha più un potere reale, l’ordine dei cavalieri, su cui ricadevano le principali cariche burocratiche, scompare e viene assorbito da quello senatorio; il consolato è un titolo onorifico concesso dall’imperatore ✓ La legislazione vincola all’esercizio della professione ampie categorie di persone; la pressione fiscale favorisce l’affermarsi del colonato? come forma di immobilizzazione della forza-lavoro agricola: la risposta si ha nel patrocinium, il patronato rurale dei grandi proprietari sui lavoratori alle loro dipendenze (i ceti intermedi impoveriti non trovarono di meglio che mettersi sotto la protezione di qualche grande proprietario)

Costantino

16 Il successo di Costantino dipese in gran parte… §

Il successo di Costantino dipese in gran parte dal rovesciamento della politica religiosa di Diocleziano; il nuovo sovrano seppe trarre la giusta ispirazione dal fallimento delle persecuzioni contro i cristiani. Già nel 312 d.C. fu largo di promesse con i cristiani, che gli diedero il loro appoggio; nel 313 d.C. infine Licinio e Costantino si incontrarono a Milano dove si accordarono sulle questioni fondamentali di politica religiosa. Con un accordo, noto impropriamente come “Editto di Milano” concesse piena libertà di culto, e stabilì che fossero restituite loro le chiese e i beni confiscati negli anni precedenti. Ma nel 324 d.C. i contrasti tra Licinio e Costantino sfociarono nello scontro finale di Adrianopoli: Costantino conseguì la vittoria e divenne il solo imperatore. Preoccupato dell’unità del mondo cristiano minacciata dalle eresie, nel 325 d.C. Costantino convocò il Concilio di Nicea, che prese in esame le controversie che minavano l’unità della Chiesa. Fu allora condannata come eretica la concezione teologica del prete alessandrino Ario*, il quale sosteneva che Cristo non è “figlio di Dio”, ma rimane inferiore a Dio, perché da Dio è stato creato. Se Ario negava la natura divina di Cristo ciò implicava un indebolimento della funzione della Chiesa. Allo scopo di rendere più efficiente l’amministrazione provinciale, le diocesi, in cui l’impero era stato suddiviso da Diocleziano, furono raggruppate in quattro grandi prefetture, delle Gallie, di Italia e Africa, dell’Illirico e dell’Oriente, rette ciascuna da un prefetto del pretorio. Nell’ambito militare Costantino ottenne successi rilevanti sugli Alamanni, sui Goti e sui Sarmati, e l’importanza delle sue vittorie militari è da attribuirsi alle modifiche apportate all’armamento ed alle tecniche di combattimento. Costantino stabilì gli effettivi delle legioni, definì i compiti delle truppe di confine, i limitanei, e di quelle di comitatenses che rimanevano a disposizione del comando supremo per essere rapidamente trasferite là dove più pressante si faceva la minaccia. Il problema militare non fu però superato. L’esercito mancava di soldati, ed i soldati finirono per essere sempre più spesso reclutati tra i barbari che premevano alle frontiere piuttosto che tra i contadini, ormai vincolati alla loro condizione. L’atto più importante di Costantino durante gli ultimi anni del suo regno, che si concluderà con la morte avvenuta nel 337 d.C., fu il trasferimento della capitale a Bisanzio che, ingrandita e abbellita da splendidi monumenti, prese il nome di Costantinopoli (330 d.C.). L’allestimento di una nuova capitale, in una posizione strategicamente molto importante all’ingresso del mar Nero, era anche un riconoscimento dell’importanza dell’Oriente nell’Impero. Si sarebbe visto in seguito quanto questa scelta fosse destinata ad imprimere un nuovo corso non solo alla storia romana, ma a tutta la storia europea.

La morte di Costantino e la fine della dinastia costantiniana

17 Costantino in punto di morte ricevette il battesimo §

Costantino in punto di morte ricevette il battesimo. Sorprende che Costantino non abbia affrontato in modo coerente il problema della successione: solo a livello di pura ipotesi si può supporre che, con la creazione di più prefetture del pretorio, egli prevedesse per ciascuna il governo di uno dei suoi figli e forse anche dei suoi nipoti. La partecipazione dei figli alla dignità imperiale lascia intravedere il possibile ritorno ad un potere retto da una pluralità di sovrani. Un collegio imperiale formato da sovrani posti tutti sullo stesso piano è poco plausibile e Costantino aveva concepito la sua missione come un ristabilimento dell’unità dell’impero attraverso il regno di un solo imperatore. Alla morte di Costantino, i nipoti Dalmazio e Annibaliano furono eliminati. I figli, Costantino II (Gallie, Spagna e Britannia), Costante (Italia e Africa) e Costanzo (Oriente), raggiunsero un accordo per il governo congiunto dell’Impero. Dopo la morte nel 340 d.C. di Costantino II e nel 350 d.C. di Costante, rimasto ultimo imperatore, Costanzo II fu costretto a cercare un collega cui affidare il governo dell’Occidente: la scelta cadde sull’unico sopravvissuto, il cugino Giuliano. Inviato in Gallia, Giuliano diede ottime prove delle sue capacità militari e amministrative; la sua proclamazione imperiale nel 360 d.C. da parte dell’esercito gallico sembrò ricondurre ineluttabilmente l’Impero verso un nuovo conflitto fratricida, che si evitò solo a causa della morte repentina di Costanzo nel 361 d.C. Giuliano regnò soltanto fino a 363 d.C., ma il suo nome è rimasto legato al tentativo, peraltro anacronistico e destinato al fallimento, di restaurare il tradizionale paganesimo e di respingere ai margini della legalità il cristianesimo. Nel 363 d.C. egli condusse una spedizione contro i Persiani, ma, dopo qualche successo iniziale, cadde in uno scontro. Si estingueva cosi nel segno della sconfitta, della divisione e del conflitto religioso la dinastia costantiniana.

Dalla morte di Giuliano a Teodosio Magno

18 La morte di Giuliano in territorio persiano richiese… §

La morte di Giuliano in territorio persiano richiese ad un tempo la nomina di un successore e una rapida soluzione del conflitto. Dopo il breve regno di Gioviano, nel 364 d.C. fu acclamato imperatore Valentiniano, che associò subito nel potere il figlio Valente (per l’Oriente). Alla morte di Valentiniano nel 375 d.C., gli successe sul trono il figlio Graziano, col nome di Valentiniano II. Nell’ultimo quarto del secolo la situazione si appesantì anche in Oriente e precisamente nella zona danubiana; qui i Goti, sospinti alle spalle dagli Unni che avanzavano dalle steppe, premevano sul confine alla ricerca di sedi più sicure. L’imperatore Valente nel 375 d.C. concesse loro il permesso di stanziarsi in territorio romano come alleati, ma ben presto i rapporti si guastarono. I Goti ricorsero alle armi e Valente li affrontò nel 378 d.C. nella battaglia di Adrianopoli nella quale venne sconfitto e ucciso. La sconfitta è di estrema gravità e rappresenta uno degli episodi che annunciano la fine dell’Impero romano d’Occidente. Il giovane imperatore Graziano affidò allora l’Oriente ad un abile generale di origine iberica, Teodosio, il quale regnò in Oriente e più tardi poté estendere la sua autorità su tutto quanto l’impero, che per l’ultima volta nella storia fu governato da uno solo. Sistemati i rapporti con i Goti, accolti all’interno dell’impero romano come foederati (382 d.C.), e sconfitti alcuni usurpatori in Occidente, Teodosio, sospinto dal vescovo di Milano Ambrogio, con l’Editto di Tessalonica (380 d.C.) riportò il cristianesimo alle sue posizioni di preminenza; in tal modo il cristianesimo cattolico fedele al credo niceno diventava l’unica religione dello Stato. Il trionfo del cristianesimo porta con sé novità fondamentali nella politica come nella società: il vescovo, l’uomo santo e la donna diventano i protagonisti di un mondo profondamente rinnovato. La risposta pagana si situa su un piano prevalentemente culturale: a Roma ha un centro di coagulo nell’aristocrazia senatoria, che difende il paganesimo anche per tutelare la propria identità politica. Lo stesso tentativo di Giuliano, insistito sulla polemica culturale, fallì anche a causa di un’anacronistica nuova forma di religione.?

La crisi economica

19 Le trasformazioni del tessuto istituzionale §

Le trasformazioni del tessuto istituzionale, sociale ed economico del mondo romano sono ormai un fatto irreversibile, che nessuna volontà, nessuna legislazione riesce a modificare. Molte strutture sono mutate. ✓ La villa schiavistica viene sostituita da unità più piccole con limitate produzioni che col tempo si restringono ad un mercato regionale ✓ Le incursioni barbariche causano la chiusura dei circuiti commerciali mediterranei ✓ Un sistema fiscale sempre più esoso per le incalzanti necessità militari impoverisce i ceti più deboli, stronca le attività artigianali, economiche e commerciali ✓ In Occidente le classi elevate si ritirano nelle villae, le grandi fattorie dove il proprietario terriero esercita la sua autorità sui coloni semiliberi che si affidano alla sua protezione ✓ Roma cessa di essere residenza dell’imperatore, i capitali dunque si spostano sulla nuova capitale Milano La frammentazione politica seguita alle invasioni barbariche provocò nel V secolo d.C. la definitiva rottura delle relazioni commerciali all’interno del Mediterraneo, che determinò un rapido abbassamento delle condizioni di vita e un netto declino demografico.

La Tarda Antichità

20 Il termine §

Il termine, piuttosto recente, si distingue da “basso impero” per significare un periodo non di decadenza, ma di rinnovamento e di cambiamento profondo: indica il periodo di passaggio tra Antichità e Medioevo, anche se il limite cronologico tra queste due epoche è labile, per gli elementi di continuità che interagiscono. Il nome stesso di Tarda Antichità e non più di Basso Impero riflette l’immagine di un’epoca portatrice di valori positivi. Come momento conclusivo dell’età tardoantica si è accettata in genere l’invasione longobarda per l’Occidente (568 d.C.) e la fine del regno di Giustiniano per L’Oriente (565 d.C.). Più controversa è invece la determinazione del momento iniziale. La tetrarchia, il regno di Costantino, o l’età severiana, erano visti come spartiacque di due epoche accostabili tra loro, seppure caratterizzate da elementi chiaramente distintivi.

L’ideologia dell’imperatore tardoantico

21 Nel III secolo d.C §

Nel III secolo d.C., venuta meno l’autorità del senato romano, il sovrano dovette cercare altrove la legittimità di autorità verso il popolo e gli eserciti. Il sovrano allora si ispirò alle teorie ellenistiche, secondo le quali il re governava come “legge vivente”, quale incarnazione della perfetta giustizia. Il cerimoniale svolse così la funzione di riassumere in un codice di comportamento quello che il popolo si attendeva dal sovrano. Il re è giusto, è il migliore, poiché scelto dal Dio. Ma è anche “irresponsabile”, nel senso che non deve tener conto, nelle sue scelte, di nessuno. Per questo il sovrano deve presentarsi al popolo come una sorta di immagine (un’icona) della divinità. In realtà l’itinerario era già stato tracciato: il termine stesso di “Augusto” suggerisce l’idea di una persona posta al di sopra, in virtù di doti personali e soprannaturali. Il sovrano aveva l’esigenza di acquisire una dimensione sacrale, sanzionata da una investitura dall’alto. L’imperatore tardoantico è tale per “grazia divina”. Costantino non si distaccherà da questa idea della funzione del sovrano. Anzi i suoi propagandisti l’accentueranno e la teorizzeranno in modo sistematico, anche in virtù della duttilità della teologia cristiana. La tesi della bellezza del monarca, immune dalle umane manchevolezze, era di derivazione orientale: Costantino è celebrato dai panegiristi, come “imperatore giovane, lieto e bellissimo”. Fuori linea sembra il nipote Giuliano, il quale non poté accettare la deumanizzazione? della figura del sovrano che il nuovo apparato comportava: la ritrattistica lo rappresenta con la barba da filosofo proprio come segno di rottura anche visiva con i suoi predecessori.

Costantino: una figura controversa

Una società repressiva

La riforma del paganesimo promossa da Giuliano

22 Pagani e cristiani alla fine del IV secolo d.C §

Pagani e cristiani alla fine del IV secolo d.C.

LA FINE DELL’IMPERO ROMANO D’OCCIDENTE E BISANZIO

L’impero romano e i barbari

23 Già dal III secolo d.C §

Già dal III secolo d.C. sui confini dell’impero si è andata facendo sempre più massiccia e pressante la presenza dei barbari*, cioè di quelle popolazioni che, stanziate ad oriente del Reno e a nord del Danubio, non erano state raggiunte dall’espansionismo di Roma. Attorno alla metà del IV secolo d.C. i Goti erano la forza predominante nella regione del Ponto, operando nei due raggruppamenti fondamentali dei Greutungi, o Ostrogoti, e dei Tervingi, o Visigoti. Per buona parte del IV secolo d.C. le relazioni tra Roma e i Goti furono condizionate dal trattato di pace di Costantino del 332 d.C., che facevano dei Goti Tervingi uno Stato-cliente dei Romani. Il trattato del 332 d.C. prevedeva una novità, perché poneva le condizioni per l’impiego dei barbari goti come soldati al servizio di Roma. La relazione fu sicura fino a quando nel 376 d.C., i Tervingi, spinti alle spalle dagli Unni, chiesero a Roma di essere accolti a sud del Danubio, nella Tracia, cioè in territorio romano. Il disastro di Adrianopoli nel 378 d.C., in cui trova la morte lo stesso imperatore Valente, è una delle pagine più drammatiche della storia del Tardo Impero e le sue conseguenze sono decisive per la sopravvivenza dell’Impero romano. Il trattato del 382 d.C. che chiude questa fase critica, finì per consentire definitivamente l’insediamento di Goti in Tracia, all’interno delle frontiere dell’Impero romano. Questa situazione aveva importanti risvolti sociali oltre che militari L’integrazione di individui, tribù e popolazioni è stata una prassi usuale di Roma, ma è soprattutto in un settore che si nota una presenza più massiccia di Germani, cioè nell’esercito. L’influenza dei Germani sulla politica interna romana deriva quasi esclusivamente dalla posizione che essi guadagnarono all’interno della gerarchia militare, in cui le possibilità di carriera dipendevano dalle capacità personali e dal favore imperiale. Già ai tempi di Costantino forse si verificò il primo insediamento di nuclei consistenti di barbari entro i confini dell’Impero. Se dal IV secolo d.C. la presenza di gruppi di barbari è riscontrata all’interno dell’Impero, per ragioni sia militari che economiche, almeno fino ad Adrianopoli, non venne loro concessa la cittadinanza (sappiamo anzi che una legge promulgata dall’Imperatore Valentiniano I vietava i matrimoni tra romani e barbari al fine di ostacolare l’integrazione dei nuovi arrivati). L’atteggiamento del mondo cristiano è ambiguo a questo riguardo ed un buon esempio viene da Ambrogio, vescovo di Milano: se, da una parte, egli sconsiglia i matrimoni misti per ragioni di culto, dall’altra promuove l’intrecciarsi di relazioni sul piano politico. Altri indizi che suggeriscono l’accresciuta rilevanza del problema barbarico, sono rintracciabili in alcune leggi risalenti alla fine del IV e all’inizio del V secolo d.C., che comminavano pene per chi assumeva modi di vestire ed acconciarsi propri dei barbari. I Goti dovevano mantenere la loro struttura tribale: essi erano tenuti solo a prestare servizio militare e a pagare le tasse.

La divisione dell’Impero: Stilicone

24 Alla sua morte §

Alla sua morte, avvenuta del 395, d.C. Teodosio, accettando quella che era ormai una realtà di fatto, divise l’impero tra i due figli Arcadio, cui spettò l’Oriente, e Onorio, cui toccò l’Occidente. Per la prima volta si crearono due corti, due amministrazioni, due eserciti del tutto autonomi. In realtà nelle intenzioni di Teodosio il principio unitario doveva essere mantenuto vivo dal generale di origine vandalica Stilicone, cui affidò la tutela dei due figli. Il compito di Stilicone si rivelò difficile per l’aggravarsi della situazione militare. Nel 402 e nel 406 d.C. l’Italia fu invasa dai Goti, guidati da Alarico e da Radagaiso. In entrambi i casi Stilicone riuscì a fermare la loro avanzata con le vittorie di Pollenzo e di Verona. Per ottenere questo successo Stilicone aveva però dovuto richiamare forti contingenti dal confine del Reno, e questo permise a numerose tribù barbariche di superare il fiume verso la fine del 406 d.C.; Alamanni, Vandali, Burgundi, Franchi, Svevi e Alani irruppero attraverso la falla, sommersero la Gallia e si avviarono verso la penisola iberica alla ricerca di nuove sedi. In questa situazione Stilicone tentò una soluzione di compromesso con i Goti che minacciavano direttamente l’Italia. Il suo piano suscitò la violenta reazione della corte, che nel frattempo si era spostata a Ravenna. L’imperatore Onorio fece uccidere Stilicone, accusato di intesa con i barbari, nel 408 d.C. Ma la morte di Stilicone si rivelò fatale, perché i Goti di Alarico si mossero nuovamente per tornare in Italia e nel 410 d.C. arrivarono ad occupare e a saccheggiare Roma. L’evento suscitò una grande impressione: era la prima volta, dai tempi dell’incendio gallico del 390 a.C., che la città cadeva in mano ai suoi nemici. Morto improvvisamente il re Alarico, i Goti, ripresero la via del nord e si diressero nella Gallia meridionale e nella penisola iberica, da dove cacciarono i Vandali. Questi passarono allora in Africa, mentre i Goti si stanziavano in Gallia dove diedero vita ad uno Stato vero e proprio, con capitale Tolosa. Alla morte di Onorio, avvenuta nel 425 d.C., venne elevato al soglio imperiale Valentiniano III, che poté regnare solo sull’Italia e sull’Africa libica e dovette subire la perdita dell’Africa occidentale (dove erano passati i Vandali provenienti dalla Spagna) e affrontare la minaccia degli Unni di Attila. Per conto del giovanissimo imperatore (aveva solo sei anni), agiva era la madre Galla Placidia, che resse le sorti dell’Impero attraverso un capace generale, Ezio, che proseguì la politica di utilizzazione dei barbari per la difesa dell’Impero già tentata da Stilicone. Mentre i Vandali stanziati in Africa percorrono il Mediterraneo occidentale e saccheggiano la Sicilia, sul fronte renano si addensa la minaccia degli Unni di Attila, un capo geniale che era riuscito a creare una grande federazione di popoli barbarici stanziati nell’Europa centro- orientale. Nel 451 d.C. Attila decise l’invasione della Gallia, ma Ezio riuscì a fermarlo nella battaglia dei Campi Catalaunici. Quando Attila nel 452 d.C. mosse alla volta dell’Italia si verificò un evento inatteso. Gli Unni, forse perché minacciati alle spalle dall’imperatore di Bisanzio, Marciano, lasciarono improvvisamente la penisola dopo aver incontrato nei pressi del Mincio una delegazione guidata dal papa Leone I. La morte di Attila, avvenuta l’anno dopo, provocò la rapida dissoluzione del suo regno.

La fine dell’Impero romano d’Occidente

25 Nonostante la morte di Attila §

Nonostante la morte di Attila, la situazione dell’Impero rimaneva estremamente precaria. Anche Ezio, come Stilicone, fu ucciso nel 454 d.C. dopo essere caduto in disgrazia presso Valentiniano. Le conseguenze furono immediate. Un anno dopo i Vandali, guidati da Genserico, muovendosi per mare dalla sponda dell’Africa occidentale, saccheggiavano Roma; con la contemporanea scomparsa di Valentiano III, si apriva un ventennio caotico in cui di volta in volta salivano al trono imperatori imposti da Costantinopoli o dal senato romano, mentre alla corte di Ravenna spadroneggiavano capi militari di origine barbarica. Nel 474 d.C. l’imperatore Giulio Nepote, voluto da Costantinopoli, veniva deposto da un generale romano, Oreste; al suo posto veniva elevato Romolo Augusto, che fu l’ultimo imperatore d’Occidente, perché nel 476 d.C. un capo barbarico, Odoacre, lo allontanava dal trono e inviava a Costantinopoli le insegne imperiali, dando a vedere di considerarsi solo un rappresentante legittimo dell’imperatore d’Oriente. Cadde cosi, “senza rumore”, l’Impero d’Occidente.

Il problema della caduta dell’Impero romano

26 Il declino e la caduta dell’Impero romano rappresentano… §

Il declino e la caduta dell’Impero romano rappresentano un controverso problema storiografico. Due sono fondamentalmente le spiegazioni della caduta dell’Impero romano che la storiografia moderna ha cercato di dare, una “monocausale” e una “pluricausale”. La prima ricerca le cause nella crisi interna o esterna dell’Impero stesso: la decadenza economica e politica, il successo del cristianesimo, la pressione dei barbari. La seconda individua le ragioni in fattori concomitanti, ad esempio, la crisi economica determinata dalle necessità sempre crescenti di fronteggiare la minaccia barbarica. Anche i contemporanei si erano posti il problema della fine dell’Impero, che veniva interpretato in modo diverso a seconda delle convinzioni filosofiche e religiose di chi lo esaminava: era certamente un fatto drammatico che Roma dopo otto secoli fosse caduta preda dell’orda barbarica.

La fine secondo Indro Montanelli

27 Come tutti i grandi imperi §

Come tutti i grandi imperi, anche quello romano non fu abbattuto dal nemico esterno, ma eroso dai suoi mali interni, e il suo atto di decesso fu segnato non dalla deposizione di Romolo Augusto, ma dalla adozione del cristianesimo come religione ufficiale dello stato e dal trasferimento della capitale a Costantinopoli. Con questo duplice avvenimento comincia, per Roma, un altro capitolo della sua storia. Ma sarebbe un errore pensare che il cristianesimo sia stata la causa del declino. Il cristianesimo non distrusse nulla, si limitò a seppellire un cadavere, quello di una religione in cui ormai non credeva più nessuno, e a riempire il vuoto che essa lasciava. Una religione conta non in quanto costruisce templi e svolge riti, ma in quanto fornisce una regola morale di condotta. Il paganesimo questa regola l’aveva fornita. Quanto ai nemici esterni, Roma era abituata da mille anni ad averne, a combatterli e a vincerli. I Goti, i Vandali e gli Unni non erano più feroci ed esperti guerrieri dei Cimbri, dei Teutoni e dei Galli che Cesare e Mario avevano affrontato e distrutto. E nulla induce a credere che Attila fosse un generale più grande di Annibale. La decadenza era innanzitutto “biologica”. Essa era cominciata dalle classi alte di Roma con l’allentamento dei vincoli familiari e il diffondersi delle pratiche malthusiane e abortive. La vecchia orgogliosa aristocrazia, che è stata forse la più grande classe dirigente che il mondo abbia visto, e che per secoli aveva dato esempio di integrità, coraggio, patriottismo, insomma del “carattere” romano, cominciò ad essere modello di egoismo e vizio. A guardare dall’alto la parabola di Roma per darne una spiegazione, si può dire che Roma nacque con una missione, la assolse, e con essa finì. Questa missione fu di raccogliere le civiltà che l’avevano preceduta, la greca, l’orientale, l’egiziana, la cartaginese, di fonderle e di diffonderle in tutta l’Europa e nel bacino del Mediterraneo. Essa non inventò nulla di straordinario né nella filosofia, né nell’arte, né nella scienza, ma fornì le strade che favorirono la loro circolazione e diffusione, gli eserciti per difenderle, un formidabile complesso di leggi per garantirne lo sviluppo nell’ordine, ed una lingua per renderle universali. Non inventò nemmeno nuove forme politiche: monarchia e repubblica, aristocrazia e democrazia, liberalismo e dispotismo erano già stati sperimentati, ma Roma ne fece dei modelli, e in ognuno di essi fece brillare il suo genio pratico e organizzativo. Mai città al mondo ebbe più meravigliosa avventura. La sua storia è talmente grande da far sembrare piccolissimi anche i giganteschi delitti di cui è disseminata. Forse uno dei guai dell’Italia è proprio questo: di avere per capitale una città sproporzionata, come nome e passato, alla modestia di un popolo che, quando grida “Forza Roma!”, allude soltanto ad una squadra di calcio.

La fine del mondo antico

28 Il regime imperiale di Augusto si fondava su… §

Il regime imperiale di Augusto si fondava su un potere personale che cercava il riconoscimento del popolo romano secondo i consolidati meccanismi legali dell’ordinamento repubblicano. Rispetto ai senatori l’imperatore era un primo tra gli uguali e un “concittadino” tra gli altri cittadini. Il suo governo era personale con l’aiuto di un gruppo di collaboratori, di amici. La crisi del III secolo d.C. trasformò l’imperatore in un soldato professionista, un autocrate dallo status sovrumano. Esso fu riconosciuto e sancito dal cristianesimo, che ne fece un delegato di Dio in terra. Il contributo della Tarda Antichità all’evoluzione del pensiero politico è decisivo. L’imperatore era riconosciuto tale per “grazia divina”. L’imperatore bizantino fece propria questa ideologia, in un apparente immobilismo, per vari secoli. In Occidente, invece, nei nuovi regni creatisi a seguito delle invasioni barbariche, si realizzarono presto le condizioni per un’organizzazione del tutto nuova dell’economia e della politica. Iniziava allora un’età nuova, che per convenzione chiamiamo “Medioevo”. I regni romano-barbarici all’inizio si organizzarono attorno alla figura di capi militari: questi re, in mancanza di un’autonoma cultura politica, ricevevano titoli latini e in latino emanavano leggi, diplomi e ogni genere di atto amministrativo. Utilizzavano un vero e proprio “vocabolario di Stato latino”, segno di una recuperata continuità che è premessa della successiva evoluzione dell’Occidente. Più grave fu la frattura determinata dall’espansionismo arabo nel corso del VII secolo d.C. Una delle grandi realizzazioni dell’Impero romano era stata l’unificazione politica del Mediterraneo e la sua pacificazione. Tra la fine del VI e l’inizio del VII d.C. secolo questo quadro risulta irrimediabilmente compromesso. Da una parte l’Impero bizantino, travagliato da problemi interni e minacciato a Nord dai barbari, ad Oriente dai Persiani e a Sud dagli Arabi, non fu più in grado di svolgere una politica attiva in Occidente. L’Italia, abbandonata a se stessa, fu occupata stabilmente da una popolazione barbarica, i Longobardi, con i quali sino ad allora i contatti erano stati sporadici, limitati all’arte della guerra. Ma il vero fatto nuovo è rappresentato dal dinamismo degli Arabi che, sospinti dalla forza della religione predicata da Maometto, occuparono in breve tempo l’Africa settentrionale e parte del Vicino Oriente. All’interno dello stesso mondo cristiano a livello di culto le differenze dottrinali tra Costantinopoli e il papato romano, che acquisiva un’influenza crescente anche in ragione della precarietà degli equilibri politici esistenti in Italia, si fecero sempre più gravi. Si perse cosi anche l’ultimo fattore di unificazione ereditato dal mondo romano, quello religioso. Ancora oggi viviamo le conseguenze di quegli eventi.

Approfondimenti

Dionigi di Alicarnasso*

29 Lo storico greco Dionigi di Alicarnasso §

Lo storico greco Dionigi di Alicarnasso, vissuto la lungo a Roma a partire dal 30 a.C., fu un grande retore, e compose in greco venti libri sulla storia più antica di Roma, in cui ne ripercorreva le vicende dalle origini mitiche fino agli anni che precedettero la prima guerra punica. Dionigi presenta cosi la storia dei più antichi frequentatori dell’Italia meridionale.

30 Gli Arcadi §

Gli Arcadi, primi tra gli Elleni,attraversato l'Adriatico si stanziarono in Italia, condotti da Enotro, figlio di Licaone, nato 17 generazioni prima della guerra di Troia [ca. 1700 a.C.]. Enotro, portando con sé la maggior parte della spedizione, giunse all'altro mare, quello che bagna le regioni occidentali d'Italia [il Tirreno]. Questo si chiamava Ausonio dagli Ausoni che abitavano le sue rive;.........................e fondò sulle alture piccoli centri abitati vicini gli uni agli altri, secondo la forma di insediamento consueta tra gli antichi. E la regione occupata, che era vasta, fu chiamata Enotria ed Enotrie tutte le genti su cui regnò."

La leggenda di Enea*

31 La discendenza dei Romani dai Troiani è un elemento d’invenzione §

La discendenza dei Romani dai Troiani è un elemento d’invenzione. Si è avanzata spesso l’ipotesi che la leggenda possa tramandare lontani echi della presenza dei mercanti e dei viaggiatori micenei in Italia tra il XVI e il XV secolo a.C. ma quest’ipotesi suggestiva è priva di basi concrete. E’ indubbio che la leggenda di Enea è presente nella cultura latina da una data antica, ma è posteriore alla data di nascita di Roma (753 a.C.). Una prima versione del mito forse già correva a Lavinio (Pratica di Mare) nel VI secolo a.C. Comunque, nel IV secolo a.C., a poca distanza dalle mura di questa città, esisteva un santuario dedicato all’eroe troiano, costruito trasformando parzialmente una tomba tumulo del VII secolo a.C. Il santuario ha funzionato da centro di diffusione dei racconti leggendari sulla presenza di Enea nel Lazio, anche perché il mito troiano fondava e rinsaldava il ricordo della parentela e della vicinanza culturale tra i popoli latini che abitavano a sud del Tevere. Il mito di Enea servì oltre che per scopi di “propaganda” nella politica “interna” dei popoli latini, anche nelle relazioni di Roma col mondo greco. Per i Greci la leggenda troiana era una narrazione di fatti realmente accaduti; questa storia era l’unico legame che univa concretamente le varie città-stato, al di là delle discordie e delle lotte. In quanto discendenti di Enea, i Romani erano in qualche modo dei cugini, legati da sempre alle vicende e alla storia dei Greci. Questo particolare aspetto della leggenda di Enea, elaborato da alcuni autori greci nel V secolo a.C., ebbe uno sviluppo del tutto autonomo dalla elaborazione laziale centrata su Lavinium.

Lidia*

32 Per Erodoto §

Per Erodoto, che scriveva nel V secolo a.C., si tratto di un gruppo di Lidi che navigarono, guidati da Tirreno, dall’Egeo verso l’Italia.

33 Le usanze dei Lidi sono molto simili a quelle dei Greci §

Le usanze dei Lidi sono molto simili a quelle dei Greci, se si eccettua il fatto che prostituiscono le figlie. Per quanto ne sappiamo furono i primi uomini a fare uso di monete d'oro e d'argento coniate e i primi anche a esercitare il commercio al minuto. Secondo i Lidi anche i giochi praticati oggi dai Greci e dai Lidi sarebbero una loro invenzione: sostengono di averli escogitati all'epoca in cui colonizzarono la Tirrenia; ma ecco in proposito la loro versione. Sotto il regno di Atis figlio di Mane si era abbattuta su tutta la Lidia una terribile carestia: per un po' i Lidi avevano resistito, ma poi, visto che la carestia non aveva fine, cercarono di ingannare la fame inventando una serie di espedienti. E appunto allora sarebbero stati ideati i dadi, gli astragali, la palla e tutti gli altri tipi di gioco, tranne i "sassolini"; solo l'invenzione dei "sassolini" non si attribuiscono i Lidi. Ed ecco come fronteggiavano la fame con le loro scoperte: un giorno lo trascorrevano interamente a giocare per non sentire il desiderio di mangiare, il successivo lasciavano perdere i divertimenti e si cibavano. Tirarono avanti con questo sistema di vita per ben diciotto anni. Ma poiché la carestia non terminava e anzi la situazione si faceva sempre più grave, allora il re dei Lidi divise in due parti l'intera popolazione e affidò al sorteggio di decidere quale dovesse restare e quale dovesse emigrare dal paese; alla parte cui sarebbe toccato restare assegnò se stesso come re e a quella che sarebbe partita suo figlio, che si chiamava Tirreno. I Lidi designati dalla sorte a emigrare scesero fino a Smirne, costruirono una flotta e su di essa caricarono quanto possedevano di valore: salparono poi alla ricerca di una terra che procurasse loro i mezzi per vivere; oltrepassarono numerosi paesi finché giunsero fra gli Umbri: qui fondarono delle città e qui abitano a tutt’oggi. E cambiarono anche il loro nome assumendo quello del figlio del re, che li aveva guidati: da allora, dal suo nome si chiamarono Tirreni. I Lidi rimasti in patria caddero poi sotto il dominio dei Persiani.

Virgilio*

34 Nacque in Gallia Cisalpina §

Nacque in Gallia Cisalpina, ad Andes nei pressi di Mantova, nel 70 a.C. da un proprietario terriero abbastanza ricco e, dopo essere stato educato a Cremona e a Milano, a Roma studio retorica e filosofia. I beni familiari subirono un duro colpo in seguito alle espropriazioni decise dai triumviri nel 42 a.C. per le assegnazioni di terre ai veterani dopo la battaglia di Filippi. In quel periodo Virgilio intraprese la redazione delle “Bucoliche”, poi delle “Georgiche”, pubblicate nel 29 a.C. Nel decennio successivo e fino alla morte su dedicò alla composizione dell’”Eneide”, in dodici libri, in cui narrava il viaggio fatale di Enea, mitico antenato di Augusto, da Troia fino alle rive del Lazio. Nel 19 a.C. si mise in viaggio per la Grecia, dove si ammalò; tornato in Italia, morì a Brindisi e fu sepolto a Napoli, dove la sua tomba era venerata come un santuario.

Tito Livio*

35 Tito Livio nasce a Padova nel 59 a.C §

Tito Livio nasce a Padova nel 59 a.C., si pensa da famiglia agiata, in quanto dedicò interamente la sua vita alla stesura della sua opera storica "Ab Urbe condita", e non risulta che fosse sovvenzionato né da Augusto né da Mecenate. Pochi frammenti ci sono pervenuti dei suoi scritti filosofici e retorici, che noi conosciamo soprattutto tramite le testimonianze di successivi autori come Quintiliano e Seneca. Ma il suo capolavoro è rappresentato dalle “Storie”. Iniziato tra il 27 ed il 25 a.C., occupò tutta la sua vita. Originariamente il titolo doveva essere “Ab Urbe condita” e comprende in 142 libri annalisticamente, anno per anno o per gruppi di anni, la storia di Roma dalle origini sino al 9 a.C., anno della morte di Druso Maggiore (figliastro di Augusto), il governatore delle Gallie che combatté contro le popolazioni germaniche.

36 “Non ho la certezza §

“Non ho la certezza, né, se anche l’avessi, oserei esprimerla, di compiere un’opera che valga la fatica scrivendo la storia del popolo romano dall’inizio dell’Urbe, […]  Comunque sarò lieto di aver contribuito anch’io, per quanto è nelle mie facoltà, al ricordo delle gesta del più grande popolo della terra; e se in tanta folla di scrittori la mia fama rimarrà oscura, mi consolerò col pensiero dell’eccellenza e della grandezza di coloro che offuscheranno la mia rinomanza. […] Le leggende che corrono circa l’età anteriore alla fondazione di Roma o circa la fondazione stessa, più convenienti a racconti di poeti che ad una fedele e documentata opera di storia, non mi sento né di accettarle né di respingerle. Alle antiche età si suole fare questa concessione, di rendere più venerabili i primordi delle città mescolando l’umano col divino; e se mai ad un popolo deve essere lecito il fare sacre le sue origini e il riportarne agli dèi la fondazione, tanta è la gloria di guerra del popolo romano, che se esso ama vantare Marte come padre suo e del suo fondatore, le umane genti dovrebbero sopportare ciò altrettanto di buon animo come ne sopportano l’impero.” Ab Urbe condita” Praefatio - da “Storie Libri I-V di Tito Livio

Primo trattato tra Roma e Cartagine*

37 Lo storico greco Polibio (II secolo a.C.) asserisce… §

Lo storico greco Polibio (II secolo a.C.) asserisce di aver visto nell’archivio pubblico di Roma, dove era conservato, un documento eccezionale, risalente addirittura al 508 a.C. Ecco il testo del primo trattato tra Roma e Cartagine.

38 I Cartaginesi non molesteranno i cittadini di Ardea §

I Cartaginesi non molesteranno i cittadini di Ardea, Anzio, Laurentio, Circei, Terracina, né alcuna città latina soggetta a Roma, e si terranno lontani dalle città libere: se ne hanno conquistata una, la restituiranno intatta ai Romani. I Cartaginesi non dovranno costruire fortezze in territorio latino, e se vi entreranno come nemici non dovranno passarvi la notte.

Giove Capitolino*

39 Secondo lo storico Tito Livio una legge scritta… §

Secondo lo storico Tito Livio una legge scritta in caratteri arcaici prescriveva che il massimo magistrato della Repubblica conficcasse un chiodo del tempio di Giove Capitolino, ogni anno alle idi di settembre, anniversario della consacrazione del tempio. La notizia interessa per il fatto che il tempio di Giove sul Campidoglio era stato inaugurato nel primo anno della Repubblica: il numero di chiodi conficcati nel tempio potrebbe aver costituito un bizzarro, ma funzionale riferimento di cronologia assoluta per datare gli eventi della Repubblica.

Centurie*

40 I dati sull’organizzazione delle classi di censo si… §

I dati sull’organizzazione delle classi di censo si possono ricavare principalmente da Livio e da Dionigi di Alicarnasso (peraltro divergenti in alcuni particolari).

Cavalieri oltre 100.000 assi 18 centurie
I Classe oltre 100.000 assi 80 centurie (40 di giovani + 40 di anziani)
II Classe oltre 75.000 assi 20 centurie (10 di giovani + 10 di anziani)
III Classe oltre 50.000 assi 20 centurie (10 di giovani + 10 di anziani)
IV Classe oltre 25.000 assi 20 centurie (10 di giovani + 10 di anziani)
V Classe oltre 11.000 assi 30 centurie (15 di giovani + 15 di anziani)

41 Con l’aggiunta di 2 centurie di fabbri e di 2 (o 3 §

Con l’aggiunta di 2 centurie di fabbri e di 2 (o 3, secondo Livio) centurie di suonatori di corno e di tromba e di una centuria composta da coloro che hanno un censo inferiore a 11.000 assi (i capite censi, i nullatenenti che erano censiti per caput, a testa) il numero totale delle centurie arriva a 193 (o 194, secondo Livio).

Forche Caudine*

42 Tito Livio racconta dei Romani caduti in trappola §

Tito Livio racconta dei Romani caduti in trappola.

43 Due vie conducevano a Luceria §

Due vie conducevano a Luceria, una lungo il litorale del mare superiore, ampia e ed aperta, ma, quanto più sicura, tanto forse più lunga, l'altra attraverso le Forche Caudine, più breve; la conformazione del luogo è però la seguente: vi sono due passi alti, stretti e selvosi, congiunti tra di loro tutt'intorno da una serie ininterrotta di monti. Tra di essi è racchiusa una pianura, abbastanza ampia, erbosa e ricca d'acqua, nel mezzo della quale passa la strada; ma avanti che tu giunga a quella pianura, bisogna entrare nella prima gola, e poi, o rifare all'indietro la stessa via per la quale sei entrato, oppure, se vuoi proseguire oltre, uscire per l'altro passo, più stretto e malagevole. I Romani, fatto scendere l'esercito in quella pianura per la prima di tali vie, scavata nella roccia, proseguendo direttamente verso l'altra gola, la trovarono sbarrata da alberi abbattuti e da un cumulo ingombrante di grossi macigni. Era ormai apparso evidente l'inganno dei nemici, quando si scorge un loro presidio anche sulla sommità del passo. Cercano quindi di tornare indietro, rifacendo in fretta la via per la quale erano venuti; ma trovano anche questa bloccata da un proprio sbarramento e da uomini armati. (Storia di Roma IX, 2, 6/10) Legione*

44 La riforma dell’esercito e le armi del legionario §

La riforma dell’esercito e le armi del legionario. Fino alle guerre sannitiche, il modo della legione di schierarsi sul campo di battaglia, era stato quello della falange oplita: i soldati erano schierati gomito a gomito, presentandosi al nemico come un "corpo unico" molto compatto. Questo schieramento era ottimo per scontrarsi in campo aperto, ma proprio l'esigenza di muoversi con maggior agilità, sulle montagne dell'Abruzzo, li convinse ad adottare un nuovo tipo di schieramento e così la legione venne divisa in unità più piccole, i manipoli, composti all'incirca da 150 unità. La legione quando si schierava era organizzata su quattro linee, protette ai fianchi dalla cavalleria.

NEMICO

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VELITES

si occupavano di aprire lo scontro creando scompiglio tra le
linee nemiche.
Erano armati di scudo rotondo, lancia e spada.
EQUITES HASTATI EQUITES

proteggevano i fianchi della erano i soldati alle prime armi e sostenevano la parte più
cavalleria e appoggiavano gli grossa dello scontro.
attacchi della fanteria  Erano armati con lancia (hasta),  elmo, scudo rettangolare,
cotta di maglia, schinieri  e spada. La lancia col tempo si
accorciò e diventò un giavellotto (pilum).
PRINCIPES

originariamente erano i primi a combattere (pincipes=primo),
ora intervenivano quando gli hastati erano in difficoltà.
Erano armati di elmo, scudo rettangolare, corazza, cotta di
maglia, schinieri  e spada.
TRIARII

erano i veterani ed entravano in battaglia quando le sorti
della guerra volgevano al peggio.
Erano armati di elmo, scudo rettangolare, corazza, cotta di
maglia, schinieri lancia e spada.

Tempesta*

45 I numerosi e catastrofici naufragi di cui rimasero… §

I numerosi e catastrofici naufragi di cui rimasero vittime le prime flotte romane non sono imputabili a un caso sfortunato. Anche se i piloti delle navi avevano indubbiamente una concreta esperienza, ciò che più favorì i disastri, fu soprattutto la cocciuta volontà dei comandanti delle legioni che, per un malinteso senso del prestigio e a dimostrazione di un assurdo coraggio, spesso imponevano ai piloti recalcitranti rotte pericolose, come accadde appunto durante il viaggio di ritorno dall’Africa alla flotta inviata in soccorso di Attilio Regolo.

Strategia e tattica*

46 Strategia e tattica sono due termini che riguardano… §

Strategia e tattica sono due termini che riguardano in modo specifico l’arte militare e, pur avendo un significato somigliante, differiscono nettamente. La strategia, infatti, costituisce il piano generale di un’azione bellica di ampio respiro e tiene anche conto di complessi fattori che presi di per sé non sono tutti strettamente militari; quando Annibale, ad esempio, pensa di venire in Italia, e di poter contare sulla rivolta degli Italici, inserisce una valutazione politica nel suo piano strategico. La tattica, invece, studia l’impiego dei mezzi esclusivamente militari sul campo di battaglia; quando Annibale a Canne fece arretrare il centro del suo schieramento per attirare i Romani e accerchiarli con la cavalleria, realizzò un piano tipicamente tattico.

Prima guerra macedonica*

47 Nel 251 a.C §

Nel 251 a.C. i Romani vennero a conoscenza di un patto di alleanza tra Annibale e Filippo V di Macedonia, le cui ambizioni nell’Adriatico meridionale trovavano ostacolo nel protettorato romano sulle città della costa. Nell’Adriatico una flotta di 50 quinqueremi si rivelò sufficiente per impedire ciò che i Romani temevano maggiormente: un’invasione dell’Italia da parte di Filippo V e un suo congiungimento con le forze di Annibale. Le operazioni contro Filippo in questa prima guerra macedonica coinvolsero per la verità in misura solo limitata gli eserciti romani. Roma riuscì a paralizzare l’azione del re macedone creando una coalizione di Stati greci a lui ostili, tra i quali primeggiava la Lega etolica. Quando apparve chiaro che gli Etoli intendevano rinunciare alla lotta, anche Roma si affrettò a concludere con Filippo una pace che sostanzialmente lasciava immutato il quadro territoriale (pace di Fenice 205 a.C.).

Naraggara*

48 A Naraggara Scipione dispose le truppe secondo la… §

A Naraggara Scipione dispose le truppe secondo la sua nuova concezione; infatti egli, che ad imitazione di Annibale aveva potenziato la cavalleria, anche in questa occasione rinunciò ad ammassare i reparti per ottenere una maggiore forza d’urto, e dispose i manipoli su un fronte largo e poco profondo, allo scopo di poter far scorrere verso destra o sinistra la seconda e la terza linea, in modo tale da evitare accerchiamenti o addirittura da provocarne a danno degli avversari.

Lega Etolica*

49 L’esercito romano si era trattenuto fin troppo in Grecia §

L’esercito romano si era trattenuto fin troppo in Grecia, impegnato in una campagna contro Sparta, alimentando cosi la propaganda ostile delle Lega etolica. Gli Etoli infatti, scontenti di quanto avevano ottenuto in cambio del loro importante aiuto militare nella lotta contro Filippo, andavano sostenendo che la Grecia aveva semplicemente cambiato padrone, dalla Macedonia a Roma.

Baccanali*

50 Dietro la Roma vittoriosa delle grandi guerre orientali… §

Dietro la Roma vittoriosa delle grandi guerre orientali si nascondono lotte sociali e malessere. Oltre ai processi agli Scipioni, un altro grave episodio è sintomo di una profonda frattura nella comunità. La repressione sanguinosa dei baccanali, le feste in onore di Bacco (Dioniso in greco), provocarono la morte di molte persone. Le feste mescolavano insieme diversi ingredienti esplosivi. A queste celebrazioni notturne, avvolte da profondo mistero, potevano prendere parte solo gli iniziati. Il vino e la musica assordante stordivano i partecipanti, donne e uomini vestiti da donne. Orrendi delitti, stupri, unioni carnali, si consumavano tra le allucinazioni religiose che sviluppano le facoltà divinatorie dei partecipanti. In un clima di terrore, Roma tremava di fronte a queste sette segrete. La denuncia al console arrivava come conseguenza di losche macchinazioni e scattava immediatamente la repressione. Si promulgavano senatoconsulti per vietare qualunque tipo di associazione segreta e si punivano i colpevoli. Le delazioni e le condanne si susseguivano, molti in preda alla vergogna si suicidavano, la città era bagnata di sangue.

Lega Achea*

51 Scongiurata la minaccia di Andrisco §

Scongiurata la minaccia di Andrisco, il senato si occupò delle questioni concernenti gli Achei, ordinando che fosse staccata dalla Lega le città di Sparta, Argo e Corinto. Ciò avrebbe significato in pratica la fine della Lega achea come organismo di una qualche rilevanza politica. L’assemblea della Lega decise la guerra, che fu brevissima. Gli Achei non poterono impedire l’invasione del Peloponneso da parte di Metello, il vincitore di Andrisco che era calato da nord; qui il comando venne rilevato dal console Lucio Mummio, che sconfisse definitivamente l’ultimo esercito acheo.

Legge agraria*

52 La vittoria della reazione non poté distruggere l’opera… §

La vittoria della reazione non poté distruggere l’opera di Caio Gracco. La promozione politica dei cavalieri si impose a lungo come fatto irreversibile, che la nobilitas dovette rassegnarsi ad accettare. Le colonie fondate da Caio in Italia rimasero, e in seguito, anzi, altre comunità analoghe vennero fondate in territori extraitalici. Anche le leggi agrarie ebbero effetti durevoli, benché assai diversi dalle intenzioni dei Gracchi. Ben presto, infatti, gli appezzamenti distribuiti dai triumviri furono liberati dalla clausola dell’inalienabilità e dal vectigal, e si trasformarono pertanto in proprietà private; come tali essi furono poi venduti ai latifondisti, dato che le piccole aziende agricole non riuscivano a reggersi nel nuovo contesto economico. Il risultato finale della riforma agraria fu dunque quello di favorire la concentrazione delle terre in poche mani e l’appropriazione privata anche dell’ager publicus.

Corruzione e inchieste*

53 La condotta fiacca della guerra nei primi due… §

La condotta fiacca della guerra nei primi due anni (111-110 a.C.) e la vergognosa sconfitta subita dall’esercito romano da parte di Giugurta (il quale agisce con astuzia e spregiudicatezza, tanto da essere soprannominato il “leone del deserto”, ma non disdegna corruzione e tradimento) portano ad un inasprimento dei conflitti latenti all’interno della oligarchia romana. Accuse di incompetenza e di corruzione sono rivolte ai consoli, che hanno trattato con Giugurta. Nel 109 a.C. si giunge alla costituzione di una commissione d’inchiesta, che è formata secondo la legge di Gracco da cavalieri e si dimostra intransigente verso gli ex consoli che sono condannati all’esilio.

Homo novus*

54 Homo novus per i Romani è un cittadino… §

Homo novus per i Romani è un cittadino che inizia la carriera politica senza poter vantare nella propria famiglia almeno un magistrato curule (pretore o console). Le cariche pubbliche, infatti, si tramandano all’interno d’una ristretta cerchia di famiglie (nobilitas), che ripetutamente ricopre le magistrature romane. L’ascesa politica di chi non appartiene alla nobilitas è molto difficile e nei primi tempi del tutto eccezionale: richiede comunque il sostegno di membri influenti dell’aristocrazia patrizio-plebea che detiene il potere. Un caso esemplare è costituito da Caio Mario. Nato da genitori oscuri, Mario passa i primi anni della sua vita nel villaggio di Cirreatone, nel territorio di Arpino. Milita sotto Scipione Emiliano nella campagna contro i Celtiberi e partecipa alla presa di Numanzia, facendosi apprezzare dal generale per le sue virtù militari. Intraprende la carriera politica grazie all’appoggio di Cecilio Metello. Tribuno della plebe nel 119 a.C., in seguito è pretore e propretore in Iberia. Rientrato a Roma, sposa Giulia (zia del futuro Giulio Cesare) e si assicura l’appoggio della famiglia patrizia dei Valerii Flacci.

Nullatenenti*

55 Già da tempo nelle interminabili e sanguinose campagne… §

Già da tempo nelle interminabili e sanguinose campagne militari spagnole si erano riscontrate gravi difficoltà nel reclutamento legionario, che era limitato ai solo cittadini iscritti nelle cinque classi censitarie. Per ovviare al problema si era via via diminuito il censo minimo per l’attribuzione dei cittadini alla quinta classe fino a cifre pressoché irrisorie, così che molti degli appartenenti agli strati più poveri della popolazione potessero essere coscritti, naturalmente armati e equipaggiati a spese dello Stato. Mario, bisognoso di nuove truppe a lui fedeli e per far fronte ai gravi vuoti determinati dalla guerra contro Giugurta e dai massacri subiti ad opera dei Cimbri e dei Teutoni, apri l’arruolamento volontario ai capite censi, cioè a coloro che erano iscritti sui registri del censo per la loro sola persona, senza il minimo bene patrimoniale, dunque nullatenenti. Il metodo era stato utilizzato prima di Mario su scala limitata e soltanto in casi di emergenza, dopo Mario divenne pratica regolare.

Vantaggiosa*

56 La condizione di cittadino romano era divenuta sempre… §

La condizione di cittadino romano era divenuta sempre più vantaggiosa e ciò aumentava l’irritazione e le rivendicazioni degli Italici, consci di avere ampiamente contribuito ai successi militari di Roma, anche nelle recenti campagne contro i Cimbri e i Teutoni, in cui la loro presenza era stata determinante. Delle distribuzioni agrarie (e frumentarie) beneficiavano i soli cittadini romani: gli Italici non solo ne erano esclusi, ma vedevano essere riassegnati a cittadini terreni da loro a lungo utilizzati e messi a coltura. Essi partecipavano allo sfruttamento economico delle province, ma in misura minore e subalterna. Non avevano parte alcuna nelle decisioni politiche, economiche, militari che pur vedevano largamente coinvolti anche i loro interessi. Perfino nell’esercito tutta la struttura era concepita a favore dei cittadini romani: gli alleati continuavano a pagare l’imposta destinata al soldo delle loro reclute, mentre i cittadini ne erano dispensati; ricevevano una parte meno importante del bottino e punizioni più gravi; non potevano condividere in alcun modo le funzioni di comando.

Caio Giulio Cesare*

57 Caio Giulio Cesare veniva §

Caio Giulio Cesare veniva, come Silla, da una famiglia aristocratica povera che faceva risalire le sue origini ad Anco Marcio e a Venere, ma che non aveva dato alla storia di Roma personaggi famosi. C’erano stati dei Giuli pretori, questori, e anche consoli, ma di ordinaria amministrazione. La loro casa sorgeva nella Suburra, il quartiere popolare e malfamato di Roma, e qui egli nacque nel 100 o 102 a.C. Non sappiamo nulla della sua infanzia, se non che ebbe come precettore un gallo, Antonio Grifone. Pare che nella pubertà fosse afflitto da mali di testa e attacchi di epilessia, e che la sua ambizione fosse allora quella di diventare uno scrittore. Fu calvo molto presto e, vergognandosene, cerco di rimediarvi coi “riporti”, tirandosi i capelli dalla nuca alla fronte. Fu sin da ragazzo un eccellente cavaliere, ma camminava molto anche a piedi alla testa dei suoi soldati, dormiva nei carri, mangiava sobriamente. Di viso non era bello; tuttavia fu sempre fortunato con le donne. I suoi soldati lo chiamavano moechus calvus, “l’adultero calvo”. Finiti gli studi sui sedici anni, parti al seguito di Marco Termo che andava in Asia a farvi una delle tante guerre. Divento un favorito di Nicomede, re di Bitinia. Tornato a Roma diciottenne, sposò Cossuzia, per volere del padre. Quando costei morì, sposò Cornelia figlia di Cinna compagno di suo zio Mario. E così venne a rinsaldare i vincoli che già lo legavano al partito “democratico”. Silla, quando instaurò la dittatura, gli ordinò di divorziare, ma Cesare rifiutò. Venne condannato a morte e la dote di Cornelia fu confiscata. Grazie all’intercessione di alcuni amici, Silla lo lasciò andare in esilio. Quando il dittatore si fu ritirato, Cesare tornò a Roma, ma ripartì subito per la Cilicia, dove venne catturato in mare dai pirati che chiesero per il suo riscatto venti talenti: Cesare mandò i suoi servi a procurarli. Quando nel 68 a.C. si presentò candidato alla questura, era già pieno di debiti. Con i soldi prestati comprò i voti, fu eletto, ebbe un governatorato e un comando militare in Spagna. Tornò a Roma e nel 65 a.C., si ripresentò alle elezioni e fu eletto edile. Incalzato dai debitori, chiese aiuto a Crasso che lo tolse dai guai. Tre anni dopo fu nominato propretore in Spagna. Cesare sottomise quasi completamente la Spagna e riportò a Roma un tale bottino che il senato gli accordò il trionfo.

Serie di leggi*

58 Eletto tribuno §

Eletto tribuno, Clodio fece approvare una nutrita serie di leggi. Il potere dei censori di espellere membri del senato venne limitato. Nessun magistrato (tranne gli àuguri e i tribuni) avrebbe più potuto interrompere le assemblee pubbliche adducendo l’osservazione di auspici sfavorevoli. Vennero di nuovo legalizzati i collegia, associazioni private con fini religiosi e di mutuo soccorso, che il senato aveva soppresso nel 64 a.C. perché divenute pericoloso strumento di mobilitazione delle masse urbane. Fu abilità di Clodio sfruttare le funzioni iniziali di queste associazioni, disseminate per tutta la città, per farne prima dei gruppi di pressione, poi delle bande armate organizzate al suo servizio; pronte alla sommossa o alla riunione politica esse divennero ben presto un’arma temibile nelle mani degli agitatori. Le distribuzioni frumentarie ai cittadini romani residenti a Roma dovevano essere completamente gratuite; ciò comportò un progressivo aumento dei beneficiari.

Caio Ottavio*

59 Colui che poi sarebbe divenuto l’imperatore Augusto nacque… §

Colui che poi sarebbe divenuto l’imperatore Augusto nacque a Roma il 23 settembre del 63 a.C., in un anno drammatico per la repubblica: l’anno della congiura di Catilina e del consolato di Cicerone. Il padre Caio Ottavio era originario di Velletri e fu il primo della sua famiglia a entrare in senato. Prima che il padre entrasse in senato, gli Ottavi erano solo di rango equestre; appartenevano a quella piccola nobiltà di cui si gloriavano le colonie e i municipi d’Italia e che in futuro lo stesso Augusto avrebbe sempre avuto particolarmente cara. In seconde nozze il padre Caio Ottavio sposo Azia, figlia di Marco Azio Balbo e di Giulia, la sorella di Caio Giulio Cesare. La famiglia si imparentava dunque non solo con Marco Azio Balbo, un senatore legato per parte di madre con Pompeo Magno, ma anche con il nobilissimo Caio Giulio Cesare, già allora pontefice massimo. Trasferitosi definitivamente a Roma nel 60 a.C., fu eletto pretore e l’anno successivo non tardarono a farsi sentire gli effetti della sua parentela con Cesare e con Pompeo: fu scelto, infatti, come uno dei venti commissari che dovevano distribuire terre in Campania ai veterani di Pompeo grazie ad un’apposita legge fatta approvare da Cesare. Caio Ottavio morì abbastanza giovane, lasciando il figlio che aveva appena quattro anni. Dopo la morte del marito, Azia sposò nel 56 a.C. Lucio Marcio Filippo console in quell’anno. Per motivi che ignoriamo il futuro Augusto non andò a vivere con la madre e il patrigno, ma fu allevato dalla nonna Giulia. Alla morte della nonna (51 a.C.) il giovane tornò dalla madre. Il giovane Ottavio ricevette l’educazione come quelle di tutti i giovani patrizi incentrata sullo studio delle lettere latine e greche. Nel 48 a.C. Ottavio fu nominato pontefice grazie all’intervento di Cesare, che era pontefice massimo. Quando nel 49 a.C. scoppiò la guerra civile tra Cesare e Pompeo Caio Ottavio aveva circa tredici anni. Il nipote di Cesare fu allontanato da Roma e messo al sicuro in una tenuta paterna in campagna. La vittoria di Cesare su Pompeo ricondusse ben presto Caio Ottavio a Roma, dove nel 47 a.C. ricoprì la sua prima carica cittadina, quella di prefetto urbano. Cesare dalla moglie Calpurnia non aveva avuto figli, cosi come non ne aveva avuti dalle mogli precedenti. Suo unico discendente era un figlio naturale, Cesarione, natogli da Cleopatra, la regina d’Egitto. A Roma però Cesarione, nato da una relazione adulterina con una regina straniera, non poteva essere ufficialmente riconosciuto come figlio e dunque Cesare riversò sul figlio della nipote l’aspirazione a possedere una propria legittima discendenza. Caio Ottavio sarebbe stato adottato da Cesare solo nel suo testamento, ma già in precedenza lo stesso Cesare aveva dato segni di prediligere quel nipote tanto giovane ma già cosi serio e assennato. Il dittatore prese il giovane nipote sotto la sua tutela, sottraendolo in qualche modo a quella della madre Azia. Nel 46 a.C. Cesare, di ritorno da una campagna d’Africa, dimostrò il suo affetto nei confronti del nipote graziando il fratello di un amico di Ottavio che in Africa aveva combattuto dalla parte del suo avversario Catone, morto suicida ad Utica. L’amico di Ottavio si chiamava Marco Vipsanio Agrippa e così, a partire da quell’anno, entra in scena uno dei personaggi più importanti nella vita di Augusto. Dopo aver dovuto forzatamente rinunciare a seguire Cesare in tutte le campagne militari per ragioni di salute (Ottavio fu sempre di salute estremamente cagionevole), raggiunse il dittatore in Spagna facendogli da intermediario nell’amministrazione della giustizia e nella riorganizzazione della provincia. Del resto Augusto, abilissimo politico e diplomatico, non fu mai un grande stratega e anche in seguito le guerre condotte sotto i suoi auspici furono combattute da altri: prima da Agrippa, poi dai figliastri Tiberio e Druso. Dopo la Spagna, Ottavio si recò ad Appollonia, nell’Illirico, dove Cesare stava raggruppando le truppe per la spedizione contro i Parti. Ad Appollonia, Ottavio ricevette la notizia dell’assassinio di Cesare avvenuto in senato alle idi di marzo del 44 a.C. Ottavio accompagnato ad Agrippa, lasciò Apollonia. Attraversato lo Ionio, sbarcò in Calabria, dove apprese la notizia, esaltante ma pericolosa, che Cesare nel suo testamento lo aveva adottato come figlio, lasciandolo erede del suo nome e del suo patrimonio. Per rivendicare entrambi intraprese il suo viaggio di ritorno verso Roma.

Marco Vipsanio Agrippa*

60 Marco Agrippa è il classico homo novus con umili origini §

Marco Agrippa è il classico homo novus con umili origini. Nato come Caio Ottavio nel 63 a.C. è amico del futuro Augusto fin dagli anni giovanili. La sua carriera politica è legata alle fortune di Ottaviano. Egli si distingue come generale e ammiraglio, sia nelle guerre civili sia nelle campagne di conquista delle province germaniche e illiriche. Con Mecenate rappresenta Augusto a Roma fino dal suo ritorno dopo Azio. Nel 23 a.C. è il depositario del sigillo di Augusto, in occasione di una grave malattia. E’ più volte incaricato di missioni diplomatiche e militari in Oriente, in Gallia e in Spagna. Divide con Augusto la censura, poi ha la potestà tribunizia e il potere proconsolare maggiore. Non solo è il più stretto collaboratore di Augusto, ma sul piano formale e costituzionale è il secondo uomo dell’Impero.

Mecenate*

61 La mediazione fra il potere e gli intellettuali… §

La mediazione fra il potere e gli intellettuali fu opera di Mecenate (ca. 70-8 a.C.), devoto amico di Augusto e suo prezioso collaboratore in molte circostanze difficili. Attivo promotore delle attività culturali (tanto che il suo nome indica ancora oggi chi protegge le arti e le scienze), Mecenate formò intorno a sé un circolo cui parteciparono i maggiori poeti e scrittori dell’epoca (Orazio, Virgilio), e riuscì a conciliarli col regime senza toglier loro il necessario margine di libertà espressiva e ideale.

Liberti*

62 Claudio governa Roma e i suoi liberti governano Claudio §

Claudio governa Roma e i suoi liberti governano Claudio. Questo pensa la plebe della capitale. Come tutti i ricchi e potenti Romani, anche Claudio affida la gestione del suo patrimonio e dei suoi affari privati ai propri ex schiavi, che svolgono il ruolo di intendenti e amministratori. Quando sale al trono egli affida ai suoi esperti liberti anche l’amministrazione del patrimonio imperiale. Essi non possono naturalmente ricoprire cariche pubbliche, ma operano in nome e per conto dell’imperatore. Ai liberti preferiti, da cui si fa spesso guidare nelle sue scelte, Claudio non lesina onori. Naturalmente tutti costoro approfittano della situazione per arricchirsi in proprio, tanto che il patrimonio dell’imperatore ne risulta visibilmente assottigliato.

Tito*

63 Tito §

Tito, il figlio di Vespasiano, aveva portato a conclusione la guerra giudaica. Gli Ebrei assediati in Gerusalemme avevano avuto un periodo di respiro in conseguenza dei disordini dell’anno dei quattro imperatori, che avevano distratto l’attenzione del comandante in capo romano; ma la superiorità numerica e tecnica delle legioni avrebbe finito con l’imporsi. Nella tarda estate del 70 d.C. fu infatti possibile a Tito smantellare una per una le linee di fortificazione della città, distruggere il tempio e continuare il combattimento per le strade sino alla resa degli ultimi superstiti, destinati alla schiavitù e alla strage. Da allora gli scampati all’assedio e molti Ebrei che già si trovavano fuori dal loro paese non ebbero più una patria, ed iniziò la lunga vicenda del popolo ebraico, nota sotto il nome di diàspora (o “dispersione”).

Marco Aurelio e Lucio Vero*

64 Con la decisione di Marco Aurelio di associarsi… §

Con la decisione di Marco Aurelio di associarsi come collega di pari autorità suo fratello adottivo Lucio Vero, l’impero fu retto per la prima volta da due principi. La formula del governo collegiale, come vedremo, sarà ripresa più tardi da Diocleziano.

Palmira*

65 Palmira fu una delle più ricche città dell’antico Oriente §

Palmira fu una delle più ricche città dell’antico Oriente, situata accanto a una vastissima oasi nella regione della Celesiria, tra Siria e Arabia e abitata da una popolazione araba. La città si trovava sull’importante via commerciale che collegava la valle dell’Eufrate al mare Mediterraneo e subì così gli influssi culturali tanto della penisola mesopotamica quanto del mondo ellenico. Fino al II secolo d.C. la città mantenne buoni rapporti con Roma, governata da una famiglia del posto che aveva assunto il nome romano di Iulii Aurelii Septimi. Dopo che i Persiani ebbero sconfitto e catturato l’imperatore Valeriano (259 d.C.), Palmira riuscì a difendersi dai Persiani, estendendo il proprio dominio sull’Oriente romano. La politica della nuova regina, Zenobia, provoco l’intervento romano. L’imperatore Aureliano vinse le truppe di Palimira ad Emesa e fece prigioniera la regina che fu condotta a Roma e costretta finire i suoi giorni in esilio. Cominciò allora la decadenza del regno di Palmira di cui oggi restano grandiose rovine.

Ario*

66 L’eresia ariana §

L’eresia ariana, condannata a Nicea, sarà in seguito a tratti rivalutata da quegli imperatori che intenderanno ridurre l’importanza e l’influenza della Chiesa sulla società romana. L’arianesimo, per la sua semplicità, si diffonderà inoltre molto facilmente tra i barbari della penisola balcanica i quali, quando invaderanno l’Occidente nel V secolo d.C., saranno quasi tutti ariani.

Barbari*

67 Già dal III secolo d.C §

Già dal III secolo d.C. sui confini dell’impero si è andata facendo sempre più massiccia e pressante la presenza dei barbari (dal greco “straniero”), cioè di quelle popolazioni che, stanziate a oriente del Reno e a nord del Danubio, non erano state raggiunte all’espansionismo di Roma. Queste popolazioni di stirpe germanica, suddivise in gruppi e popoli diversi, occupavano tutta la fascia dell’Europa che va all’incirca dalla penisola dello Jutland alle coste del Mar Nero, e nel IV secolo d.C. avevano raggiunto un certo grado di evoluzione rispetto ai loro antenati, con cui i Romani erano già entrati in contatto ai tempi di Mario e di Cesare. Nel IV secolo d.C. i Germani della zona balcanica avevano conosciuto anche la religione cristiana sotto la forma ariana, e nelle zone confinanti con l’impero i contatti pacifici e gli scambi commerciali li avevano portati a familiarizzare con la civiltà romana, cui essi guardavano con rispetto e timore. I barbari delle zone di confine si infiltravano spesso alla spicciolata nel territorio imperiale e a volte vi si trasferivano in massa, magari col permesso delle autorità romane.