Indice dei paragrafi · 69
  1. Introduzione
  2. La penisola italica fu abitata dall’uomo sin dalle…
  3. Le lingue sicuramente non-indoeuropee sono
  4. In età più propriamente storica
  5. Dal racconto dello storico greco Dionigi di Alicarnasso*
  6. Tra l’VIII e il V secolo a.C
  7. Sin da quando gli studiosi hanno cominciato ad…
  8. Il popolo etrusco fu il primo tra i…
  9. Gli Etruschi usavano un alfabeto che avevano imparato…
  10. Noi conosciamo l’arte etrusca soprattutto per ciò che…
  11. Alla metà dell’VIII secolo a.C
  12. La tradizione fissa in modo molto preciso il…
  13. Questa ricostruzione storica basata sulla tradizione ha posto…
  14. L’episodio leggendario della fondazione e la figura del…
  15. Gli scavi archeologici condotti hanno portato alla luce…
  16. La fondazione di una città era un evento…
  17. La base della organizzazione sociale dei Latini era la famiglia
  18. La monarchia romana era elettiva
  19. Incertezza vi è anche sull’origine della divisione sociale…
  20. Roma conobbe uno sviluppo notevole nel corso del VI secolo a.C
  21. Il predominio etrusco su Roma portò ad un…
  22. La tradizione orale pone una serie di questioni
  23. La nozione di famiglia romana comprendeva un raggruppamento…
  24. Il ruolo della donna aristocratica romana non era…
  25. La prima forma di proprietà della terra era…
  26. Nel caso di Roma arcaica uno studioso francese…
  27. La storia di Roma arcaica si è avvalsa…
  28. L’imperatore Claudio nel 48 d.C
  29. Con l’avvento dei Tarquini inizia la fase dell’espansionismo romano
  30. Come è noto
  31. I Fasti sono liste dei magistrati eponimi della Repubblica
  32. La fine della monarchia
  33. Gli antichi avevano fissato nel 510 a.C
  34. Secondo la tradizione i poteri del re furono affidati a due consoli
  35. Con le crescenti esigenze dello Stato compariranno nuove…
  36. A Roma non si può tracciare una distinzione…
  37. Il vecchio consiglio regio dei capi famiglia nobili…
  38. Oltre alle magistrature e al senato
  39. Il conflitto tra i due ordini aveva una duplice natura
  40. Il metodo di lotta della plebe fu quello delle secessioni
  41. La più significativa vittoria della plebe fu ottenuta nel 451 a.C
  42. Il plebiscito fatto votare da Canuleio ebbe come…
  43. Nonostante la promulgazione di un codice scritto e…
  44. Le leggi Licinie-Sestie segnarono la fine delle fase…
  45. Nel 312-311 a.C
  46. Alla fine della monarchia etrusca Roma controllava nell’antico…
  47. Il IV secolo a.C
  48. Nel 354 a.C
  49. Il latente contrasto con i Latini esplose subito clamorosamente
  50. L’interesse che Roma dimostrava apertamente per la Campania
  51. La potenza raggiunta da Roma allarmava ormai tutti i popoli italici
  52. Dopo la definitiva vittoria sui Sanniti realizzata agli…
  53. Roma con la vittoriosa guerra tarantina estese il…
  54. Con la vittoria su Cartagine Roma si trovò…
  55. L’occupazione della Sardegna e della Corsica aveva rinfocolato…
  56. Pochi anni dopo la conclusione della guerra con Cartagine
  57. L’espansione romana in Grecia ed in Oriente comincia…
  58. I rapporti con la Macedonia ebbero uno strascico…
  59. Nel medesimo anno in cui Corinto era data alle fiamme
  60. All’indomani della seconda guerra punica la fascia sud-orientale…
  61. La tradizione storiografica aristocratica con la sua polemica…
  62. Nel 133 a.C
  63. Nel 118 a.C
  64. Mentre Mario si trovava ancora in Africa
  65. Nel 103 a.C
  66. Mentre Roma si accingeva a concludere le guerre cimbriche
  67. Il decennio successivo si aprì tra forti tensioni…
  68. Con le conquiste
  69. La conclusione della guerra sociale
DALLE ORIGINI ALLA TARDA REPUBBLICA

Storia romana — Parte I

TESTO ORIGINALE DELL’AUTORE — NON MODIFICATO

01 Introduzione §

Introduzione. Datazione e cronologia. Onomastica romana. Il mondo di Roma.

L’Italia preromana

02 La penisola italica fu abitata dall’uomo sin dalle… §

La penisola italica fu abitata dall’uomo sin dalle età più remote della preistoria, come stanno a testimoniare le tracce lasciate dagli uomini del Paleolitico. Ma in Italia le età preistoriche si protrassero piừ a lungo rispetto al Vicino Oriente e all’Egitto, e pertanto le popolazioni stanziate nella penisola entrarono nella storia solo verso il 1000 a.C., quando anche in Italia, come nell’Europa continentale, si diffuse l’età del ferro. Durante il secondo millennio, attraverso fasi successive, maturò l’età del bronzo che segnò un notevole passo avanti per le popolazioni della penisola; i siti risalenti a questa epoca sono dislocati un po’ ovunque nella penisola, ma in numero prevalente lungo la dorsale montuosa che la percorre da nord a sud: ecco perché tale cultura è stata denominata “appenninica”. In questa età di progresso si affermarono le civiltà delle “terramare” nella pianura emiliana a sud del Po tra il XVIII e il XII secolo a.C. La civiltà delle “terramare” o “terremarne”, cioè “terre grasse”, è caratterizzata dal fatto che gli uomini, abbandonate le caverne, costruiscono i loro villaggi di capanne su piattaforme sopraelevate sul terreno asciutto; l’ordine geometrico con cui venivano costruite tali piattaforme, il preciso allineamento delle capanne rivelano una capacità pianificatrice e organizzatrice che ci offre una chiara misura dell’incivilimento raggiunto. Nello stesso periodo di tempo nelle coste dell’Italia meridionale e in Sicilia si faceva sempre più imponente l’influenza della civiltà micenea, allora nel suo pieno rigoglio marittimo ed espansionistico. Novità di rilievo è che con l’inizio dell’età del ferro l’Italia presenta un quadro differenziato di culture locali. Una prima differenziazione si ritrova nel sistema di sepolture: cremazione al nord e lungo la costa tirrenica fino alla Campania; inumazione nelle restanti regioni. Tra i laghi di Piemonte e Lombardia si assiste allo sviluppo della “civiltà di Golasecca”, presso Padova di quella nota come “cultura di Este”, ma la più conosciuta è quella ricordata come “civiltà Villanoviana”. I Villanoviani si affermarono in Emilia, in Toscana, nel Lazio (dal nome della necropoli rinvenuta nell’omonima località presso Bologna); il fatto che l’irradiazione di tale cultura coincida con l’area di diffusione della civiltà etrusca ha indotto molti studiosi a considerare i Villanoviani come i diretti antenati degli Etruschi. Agli inizi del I millennio, pertanto, l’Italia si costituisce come un mosaico di popoli che ha un riscontro importante in un quadro linguistico variegato, riconducibile all’arrivo nella penisola di gruppi etnici di varia provenienza. Queste lingue possono essere schematicamente divise in due grandi famiglie, quelle indoeuropee e quelle non indoeuropee.

03 Le lingue sicuramente non-indoeuropee sono §

Le lingue sicuramente non-indoeuropee sono: • Ligure (Liguria) • Sardo (Sardegna) • Etrusco (Toscana) • Retico (alta valle dell’Adige) Le lingue sicuramente indoeuropee sono: • Latino e Falisco (Lazio) • Umbro-Sabino (Sabina, Umbria, Piceno) • Osco (Sanniti, Lucani, Brettii) • Messappico (Puglia meridionale) • Celtico (pianura padana)

04 In età più propriamente storica §

In età più propriamente storica, cioè verso l’VIII e il VII secolo a.C., i Greci occuparono le zone costiere di gran parte del Mezzogiorno, e, senza dar vita a entità politiche unitarie, esercitarono un’influenza decisiva sulle popolazioni indigene. In Sicilia giocarono un ruolo importante le colonie cartaginesi. Un posto a parte nel composito quadro delle culture italiche ha la civiltà dei nuraghi, che si sviluppò in Sardegna durante l’età del bronzo. Essa è nota col nome di civiltà nuragica ed è caratterizzata dalle massicce costruzioni in pietra, a forma di tronco, che quasi certamente dovevano avere funzioni difensive.

05 Dal racconto dello storico greco Dionigi di Alicarnasso* §

Dal racconto dello storico greco Dionigi di Alicarnasso*, veniamo a sapere che i primi Elleni che si stanziarono nell’Italia meridionale furono gli Arcadi (17 generazioni prima della guerra di Troia, ca. 1700 a.C.). Gli scavi archeologici condotti nella costa calabrese che si affaccia sullo Ionio, mostrano come proprio il periodo indicato dallo storico greco fosse effettivamente un momento di importante svolta demografica. Il popolamento del territorio, tuttavia, difficilmente può essere dovuto ad una massiccia emigrazione di una popolazione dell’Arcadia, piuttosto dipende da uno sviluppo della cultura indigena. In ogni caso queste coste iniziarono ad essere frequentate da genti di provenienza orientale, probabilmente Micenei. Sappiamo che artigiani egei si stabilirono nei villaggi dell’Italia meridionale e vi diffusero l’uso di ceramiche più evolute di quelle locali. Inoltre, per ragioni di sicurezza, gli stanziamenti sorsero su creste poco accessibili secondo una forma di insediamento consueta per gli antichi Greci. Dopo un’interruzione di quasi quattro secoli, legata alla crisi del mondo miceneo, gli scambi con il Mediterraneo orientale ripresero; questa ripresa preannuncia però una svolta nell’interesse dei Greci per l’Italia meridionale, che si tradurrà in una grande impresa di colonizzazione.

06 Tra l’VIII e il V secolo a.C §

Tra l’VIII e il V secolo a.C. i Sanniti dall’Appennino centro-meridionale si espandono verso il versante tirrenico, e con i Sabini si intromettono nella Roma dei Latini e degli altri gruppi linguistici non Latini, Equi, Ernici e Volsci. Sul versante adriatico, tra il IX e il VII secolo a.C., si afferma una civiltà importante, quella dei Piceni. Nel VII secolo a.C. nell’area comincia ad affermarsi una cultura simile a quella che già da qualche tempo si era caratterizzata in Etruria e nel Lazio, con una ristretta élite di principi e re, che si distingue dal resto della società per il lusso che persegue.

Gli Etruschi

07 Sin da quando gli studiosi hanno cominciato ad… §

Sin da quando gli studiosi hanno cominciato ad occuparsi delle vicende degli Etruschi, sono state avanzate numerose ipotesi sulle loro origini, che apparivano oscure e misteriose, perché essi parlavano una lingua non indoeuropea e avevano usanze e costumi evidentemente orientaleggianti. Già nell’antichità lo storico greco Erodoto (V secolo a.C.) sosteneva che essi provenivano dalla Lidia*, mentre Dionigi di Alicarnasso (I secolo a.C.) opinava che gli Etruschi fossero un popolo autoctono della penisola italica. Gli studiosi moderni hanno pensato che queste tesi così diverse potessero avere un fondo di verità, se prese nel loro insieme, e perciò oggi si ritiene che gli Etruschi abbiano formato la loro civiltà proprio in Italia, con influenze provenienti da presenze esterne, in primo luogo ... le colonie greche presenti nell’Italia meridionale con le quali ebbero rapporti. Stabilitisi in Toscana e nell’alto Lazio, dove fondarono numerose città, gli Etruschi durante il VII e il VI secolo a.C. estesero la loro influenza e il loro dominio diretto nella pianura padana, nel Veneto e nella Campania; essi, come i Greci, non riuscirono mai a creare un forte stato unitario e le loro città rimasero ognuna autonoma e indipendente rispetto alle altre; tuttavia, coscienti delle comuni origini culturali e religiose, essi costituirono degli organismi unitari, le dodecapoli (Veio, Cere, Tarquinia, Vulci, Roselle, Vetulonia, Volterra, Chiusi, Cortona, Perugia, Arezzo e Fiesole), che celebravano feste religiose comuni e raggruppavano le varie città nei momenti di maggior pericolo. Ogni città era governata da un principe, o lucumone, il quale deteneva il potere giudiziario e comandava l’esercito; furono poi sostituiti da magistrati eletti annualmente, gli zilath, espressione delle potenti oligarchie cittadine che miravano a mantenere il potere nelle loro mani, evitando di renderne partecipi gli strati più larghi della popolazione. Il processo di espansione degli Etruschi, che si era sviluppato fino alla pianura padana e alla Campania, dove Capua divenne città Etrusca per eccellenza, subì una prima battuta d’arresto attorno al 530 a.C. a seguito di una battaglia navale, in cui peraltro non ci fu un chiaro vincitore, ingaggiata con i Focei. I Focei avevano fondato in Corsica la colonia di Alalia, fatto che gli Etruschi avevano interpretato come una minaccia per i loro interessi commerciali. Neppure l’alleanza con i Cartaginesi fu sufficiente per sbaragliare i Focei, abili per mare. Nel corso del V secolo a.C. cominciarono i primi rovesci e nel 474 a.C. gli Etruschi furono gravemente sconfitti a Cuma dai Greci di Siracusa. La sconfitta patita dalla città etrusca di Veio nel 396 a.C. ad opera dei Romani fu il colpo definitivo, perché contemporaneamente anche i possedimenti etruschi nella valle padana andavano perduti in seguito all’avanzata dei Celti dilaganti a sud delle Alpi. Nel III secolo a.C., infine, l’occupazione romana dell’Etruria sarà un fatto compiuto e la regione si romanizzerà rapidamente.

08 Il popolo etrusco fu il primo tra i… §

Il popolo etrusco fu il primo tra i popoli della penisola ad immaginare e definire una precisa serie di divinità. Gli Etruschi ebbero una forte sensibilità religiosa e sentirono la presenza della volontà degli dèi come qualcosa di schiacciante, cui l’uomo doveva rassegnarsi con timore. Attraverso il contatto con il mondo greco le divinità etrusche assunsero una sempre più precisa identità e fisionomia; la maggiore era Tinia. Alcune hanno nomi di evidente origine ellenica: Hercle (Eracle), Apulu (Apollo), Artumes (Artemide), Charu (Caronte). Gli Etruschi manifestavano la loro pietà religiosa soprattutto nel culto dei morti, come è testimoniato dalle necropoli e dalle numerose tombe isolate. Convinti che il defunto conservasse la propria individualità congiunta con le sue spoglie mortali, essi concepirono il sepolcro come una casa di abitazione, formata da una o più stanze arredate con tavoli, letti e utensili domestici vari. In un secondo tempo a questa immagine dell’aldilà se ne sostituì un’altra, che concepiva l’oltretomba come una destinazione alla quale si perveniva dopo un lungo viaggio, che poteva esser effettuato a piedi, con un carro o a cavallo. Gli Etruschi svilupparono alla perfezione l’arte aruspicina, finalizzata a comprendere la precisa volontà degli dèi attraverso lo studio del fegato degli animali sacrificati. Essi ritenevano che esistesse una strettissima connessione tra il cielo e la terra, tra mondo celeste e mondo della natura, per cui erano convinti che ogni fatto umano e naturale fosse il frutto di un preciso disegno divino. L’analisi delle parti delle vittime sacrificate serviva all’aruspice per le sue interpretazioni e per trovare le risposte a domande che venivano rivolte alla divinità.

09 Gli Etruschi usavano un alfabeto che avevano imparato… §

Gli Etruschi usavano un alfabeto che avevano imparato dai Greci e pertanto i loro segni fonetici ci sono noti; la difficoltà sta invece nel fatto che quando noi leggiamo una parola in etrusco, il più delle volte non sappiamo che cosa voglia significare. Gli esperti, a tutt’oggi, hanno individuato il significato di una quantità notevole di parole (circa 8000); ma il limite di questo successo consiste tuttavia nel fatto che le parole a noi conosciute riguardano in gran parte iscrizioni funerarie, nomi di defunti, termini che si riferiscono alle cariche ricoperte e simili. La soluzione del problema potrebbe venire solo dal ritrovamento di una stele bilingue o trilingue che permettesse di cogliere il significato di qualche centinaio di termini, oppure dall’esistenza di una lingua nota che potesse essere considerata affine all’etrusco. A tutt’oggi i testi più cospicui che possediamo sono quello scritto su strisce di tela della mummia di Zagabria, illustrante un rituale religioso, e quello del Tegolo di Capua, che ci ha fornito notizie storiche sulla presenza degli Etruschi nella Campania; un progresso alle nostre conoscenze è venuto dalle lamine d’oro di Pyrgi, che contengono un testo in fenicio e in etrusco relativo alla dedica di un tempio alla dea Uni da parte dello zilath Tefarie Velianas.

10 Noi conosciamo l’arte etrusca soprattutto per ciò che… §

Noi conosciamo l’arte etrusca soprattutto per ciò che riguarda l’architettura e la pittura; dei templi ci restano solo le fondamenta in pietra, perché le strutture superiori erano costruite in legno. La pietra, scavata nel tufo, era usata per le cinte murarie, per gli archi dei portali e per le tombe; l’arco e la volta furono una conquista tecnica degli Etruschi, realizzata durante la piena maturità della loro civiltà. L’arco di Volterra è il più celebre esempio di questa abilità, che si espresse anche nella costruzione di tombe sotterranee, suddivise in tante stanze arricchite a volte da vivacissimi pitture, rappresentanti scene gioiose di banchetti, danze, cacce. Inizialmente la vita economica degli Etruschi era fondata sull’agricoltura e sulla pastorizia, ma in seguito, con lo sfruttamento minerario dell’Elba e delle Colline Metallifere, l’attività produttiva subì una profonda e radicale trasformazione: la metallurgia, cioè l’arte di fondere e lavorare i metalli, fece allora rapidi progressi che portarono le città etrusche della costa, come Populonia, ad una notevole potenza economica e commerciale. Rame, ferro, piombo permisero agli Etruschi di raggiungere una vera perfezione nei lavori di artigianato, che venivano esportati dovunque; altre forme di artigianato, come la lavorazione dell’oro importato da altri paesi, e la tessitura, procurarono agli Etruschi la fama di lavoratori abili e intelligenti. Anche l’agricoltura conservò a lungo la sua importanza: il frumento e il vino etruschi godevano di larga rinomanza.

Roma

Le origini

11 Alla metà dell’VIII secolo a.C §

Alla metà dell’VIII secolo a.C. un gruppo di agricoltori e allevatori fonda una città sulla sponda sinistra del Tevere: Roma. In Occidente la scrittura alfabetica è ancora uno strumento nuovissimo e dovranno passare secoli perché sia utilizzata per annotare gli avvenimenti storici. Per questo gli antichi Romani affidano il racconto della nascita della loro città alla memoria. Di generazione in generazione alcuni particolari si perdono, altri acquistano un’importanza che prima non avevano. I cambiamenti di alleanze o di linea politica e il desiderio di inventarsi antenati prestigiosi fanno il resto. Grazie al grande lavoro svolto da Varrone (116 a.C.?-27 a.C.) la leggenda delle origini di Roma assume la sua veste pressoché definitiva sotto Augusto (27 a.C.-14 d.C.), ad opera del poeta Virgilio* (70 a.C.-19 a.C.) e dello storico Tito Livio* (59 a.C.-17 d.C.). E’ indubbio che si è trattato di una operazione politico-culturale, ma è necessario ripetere che gli antichi Romani su molti particolari della loro storia ne sapevano più di noi. Se ci sono vari episodi molto favolosi e poco veridici nel complesso delle antiche leggende, le scoperte archeologiche degli ultimi anni in più casi hanno confermato il nocciolo d’informazione attendibile e veritiera che è alla base del racconto tradizionale. Tito Livio scrisse una grande storia di Roma, in ben 142 libri. Livio stesso, peraltro, si rendeva conto della fragilità delle basi su cui poggiava la sua ricostruzione della storia di Roma almeno fino all’incendio della città da parte dei Galli nel 390 a.C.. Molto importante è anche la versione dello storico greco Dionigi di Alicarnasso. Lo scopo principale dell’esposizione della storia romana arcaica è quello di dimostrare che i Romani erano una popolazione di origine ellenica. Dionigi si impegna ad apportare argomenti a sostegno della grecità dei Romani, attraverso confronti tra le istituzioni politiche, gli usi, i riti e i culti dei due popoli. La versione più nota e diffusa della leggenda delle origini di Roma è quella di Virgilio. Il primo libro dell’Eneide narra della fondazione di Alba Longa da parte del figlio di Enea*, Ascanio/Iulo, trent’anni dopo la fondazione di Lavinium, la città cui il padre dà il nome della moglie Lavinia. Secondo la leggenda il fondatore e primo re di Roma, Romolo, è figlio di Marte, il dio della guerra, e di Rea Silvia, figlia di Numitore, ultimo re di Alba Longa. Nella tradizione trova posto anche la premessa del conflitto tra Cartagine e Roma. Enea, nelle sue peregrinazioni, era giunto fino a Cartagine, dove aveva conosciuto la regina Didone; quando Enea decise di partire, Didone, innamoratasi di lui e non riuscendo a trattenerlo, giurò vendetta contro la città che l’eroe avrebbe fondato. La città di Alba Longa era sede di una delle più antiche e famose leghe politico–religiose dei Latini, quella dei Populi Albenses, a cui si sostituì Roma dopo la distruzione della città. Il sito doveva trovarsi nei pressi della dorsale dominante il lago di Albano su cui sorge il moderno paese di Castel Gandolfo.

I sette re di Roma

12 La tradizione fissa in modo molto preciso il… §

La tradizione fissa in modo molto preciso il periodo monarchico dal 754 al 509 a.C. In questo periodo avrebbero regnato sulla città sette re: Romolo, il fondatore, Numa Pompilio, Tullio Ostilio, Anco Marcio, Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo. Ad ogni re venne attribuita un’opera religiosa, politica o militare. A Romolo la creazione delle prime istituzioni, a Numa i primi istituti religiosi, a Tullio Ostilio le prime conquiste, ad Anco Marcio la fondazione di Ostia, a Servio Tullio la costruzione delle prime mura (dette serviane) e l’istituzione dei comizi centuriati; l’ultimo re, Tarquinio il Superbo, assume i tratti del tiranno che infligge ai cittadini ogni tipo di vessazione. Il problema principale è che il racconto risale ad una fase molto successiva della storia di Roma. Cerchiamo si vedere quali erano le fonti sulle quali i romani basavano i loro racconti. ✓ Le opere storiche a noi non pervenute. I primi storici che hanno trattato di Roma sono noti come “annalisti”, perché hanno organizzato il materiale in ordine cronologico: Fabio Pittore (fine del III sec. a.C.) e Marco Porcio Catone (234-148 a.C.). ✓ La tradizione familiare. I primi storici probabilmente appartenevano all’aristocrazia senatoria ed attinsero i loro racconti dalla celebrazione delle glorie degli antenati delle principali famiglie. ✓ La tradizione orale. Anche se di dubbia credibilità, è stato un canale di trasmissione attraverso il quale vennero tramandate, di generazione in generazione, le vicende dell’antica Roma. ✓ Documenti d’archivio. I primi storici romani menzionavano per ogni anno i nomi dei magistrati principali. Tra queste possibili fonti vi sono gli Annali dei pontefici, ovvero la registrazione, anno per anno, degli avvenimenti fondamentali tenuta dal pontefice massimo. Gli eventi salienti e il nome dei magistrati erano riposti su una tavoletta di legno imbiancato esposta di fronte all’ingresso della propria abitazione. Il problema è che questi documenti non risalgono all’età regia.

La storiografia moderna

13 Questa ricostruzione storica basata sulla tradizione ha posto… §

Questa ricostruzione storica basata sulla tradizione ha posto qualche problema interpretativo agli storici moderni. I risultati della ricerca archeologica hanno fornito elementi preziosi. Sembra oggi accertato che il racconto della tradizione abbia fuso due versioni: quella greca relativa alla leggenda di Enea, e quella indigena, nella quale Romolo rappresenta un mitico re-fondatore autoctono. Tuttavia alcuni elementi si possono definire sicuramente storici: la presenza di popolazioni diverse, i Latini e i Sabini, e la fase finale nella quale predomina la componente etrusca.

La fondazione di Roma

14 L’episodio leggendario della fondazione e la figura del… §

L’episodio leggendario della fondazione e la figura del fondatore sono per gli storici moderni molto problematici. E’ difficile che Roma sia sorta dall’oggi al domani per la volontà di un uomo. E’ più probabile che la nascita della città sia dovuta ad un risultato graduale di federazione tra comunità che vivevano sparse sui singoli colli. Le vicende delle origini di Roma si comprendono meglio se si tiene conto della posizione della città, situata tra due aree etnicamente differenti e divise dal Tevere: gli etruschi e i latini. Sembra improbabile che Roma abbia preso il nome da un fondatore Romolo: semmai che l’esistenza di una città chiamata Roma abbia fatto immaginare che fosse stata fondata da Romolo, l’eroe eponimo, come era accaduto per le città della storia greca. Tra le possibilità dell’origine del nome “Roma” c’è quella che derivi dalla parola “ruma” (mammella), oppure da Rumon, il termine latino arcaico che designava il fiume Tevere.

Il muro di Romolo

15 Gli scavi archeologici condotti hanno portato alla luce… §

Gli scavi archeologici condotti hanno portato alla luce i resti di una palizzata e di un muro databile all’VIII secolo a.C. Secondo un’ipotesi potrebbe trattarsi del cosiddetto “pomerio”, la linea dell’originario solco tracciato secondo la tradizione da Romolo. Il racconto tradizionale risulterebbe confermato: intorno all’VIII secolo a.C. un re-sacerdote eponimo (Romolo) avrebbe celebrato un vero e proprio rito di fondazione. Qualcosa di diverso dai primi villaggi che sorgevano sulla medesima area.

Il pomerio e i riti di fondazione

16 La fondazione di una città era un evento… §

La fondazione di una città era un evento che si svolgeva con un rituale fisso e preciso. Per prima cosa si scrutava il cielo, per cercare di interpretare quale fosse la volontà degli dei; per far questo si saliva su un’altura. Avuto parere favorevole, si aggiogava una coppia di buoi ad un aratro e in processione religiosa si delimitavano i confini. Il pomerio (da post murum) di una città è una linea di demarcazione il cui significato va oltre quello di confine politico e militare; il pomerio è un limite magico e sacro, difeso da tabù e divieti. All’interno del pomerio si possono compiere alcune azioni, non se devono compiere altre (tra i divieti la proibizione di seppellire i morti). Ma il pomerio non sempre coincideva con le mura ed era limitato da cippi infissi nel terreno.

Roma arcaica

17 La base della organizzazione sociale dei Latini era la famiglia §

La base della organizzazione sociale dei Latini era la famiglia, dominata dalla indiscussa autorità del pater; varie famiglie imparentate tra loro costituivano una gens, un gruppo di grande rilievo organizzato politicamente e religiosamente. La popolazione dello Stato romano arcaico era divisa in gruppi religiosi e militari, detti “curie”, che comprendevano tutti gli abitanti ad eccezione degli schiavi. Non sappiamo come queste curie fossero organizzate, se su base gentilizia o territoriale, ma sappiamo che rappresentarono il fondamento della più antica assemblea politica cittadina: quella dei comizi curiati. Eguale incertezza regna a proposito del raggruppamento importante delle tribù, la cui creazione fu attribuita a Romolo; in origine erano tre: Tities, Ramnes, Luceres. La prima ha fatto pensare alla componente sabina e al nome di Tito Tazio, le ultime due sono riconducibili all’onomastica etrusca. Verso la fine dell’età monarchica, lo Stato romano si organizzò in maniera più rigorosa: ogni tribù fu divisa in dieci curie e da ogni tribù furono scelti cento senatori, i quali costituirono la prima assemblea degli anziani (trecento senatori). Ogni tribù doveva poi fornire un contingente di cavalleria di cento uomini ed uno di fanteria di mille uomini. L’esercito era cosi composto da tremila fanti e trecento cavalieri detti celeres.

La monarchia romana

18 La monarchia romana era elettiva §

La monarchia romana era elettiva. L’elezione era demandata all’assemblea dei rappresentanti delle famiglie più in vista. Originariamente il re era affiancato nei suoi compiti da un consiglio di anziani composto dai patres; questi uomini rappresentavano il nucleo di quello che poi sarebbe divenuto il senato. In età monarchica sono presenti due figure importanti: il rex sacrorum, che aveva compiti religiosi, che prima erano del re; e l’interrex, termine che designa il magistrato che subentrava nel caso di indisponibilità di entrambi i consoli (non mi sembra chiaro). Il potere del re veniva limitato dal potere detenuto dai capi delle gentes. Il re, per ciò che riguardava la sfera religiosa, veniva affiancato dai pontefici, interpreti delle norme giuridiche, da un collegio di auguri, che avevano il compito di interpretare la volontà divina, e dalle vestali, donne votate alla castità, il cui compito era di custodire il fuoco sacro perenne della dea Vesta.

Patrizi e plebei

19 Incertezza vi è anche sull’origine della divisione sociale… §

Incertezza vi è anche sull’origine della divisione sociale tra patrizi e plebei. Per la tradizione i patrizi erano i discendenti dei primi senatori, la cui nomina si faceva risalire a Romolo. Queste le ipotesi più accreditate: ✓ i plebei erano i clienti dei patroni patrizi ✓ i patrizi erano gli abitanti latini, mentre i plebei erano sabini ✓ differenza di carattere economico: i primi ricchi proprietari, i secondi corrisponderebbero ai ceti emergenti, con possibilità economiche ma senza diritti politici E’ probabile che la società romana arcaica abbia subito notevoli trasformazioni sociali per l’accrescimento della popolazione, dovuto all’afflusso di persone estranee alla comunità originaria. Pertanto la differenziazione fu il punto di arrivo di un’evoluzione sociale complessa. I nomi dei primi consoli e re (Anco Marcio) plebei fanno pensare che nella fase più antica della storia di Roma questa divisione non esistesse neppure.

L’influenza etrusca

20 Roma conobbe uno sviluppo notevole nel corso del VI secolo a.C §

Roma conobbe uno sviluppo notevole nel corso del VI secolo a.C., nel periodo in cui si trovò sotto l’influenza etrusca. La realtà di una supremazia etrusca sulla città è confermata dalla documentazione archeologica e dalla stessa tradizione letteraria. Tarquinio Prisco, giunto a Roma da Tarquinia, si guadagnò il favore di Arco Marcio, che lo elesse suo successore. In questo periodo Roma si trovò al centro di avvenimenti che coinvolsero da una parte gli Etruschi e dall’altra i Greci per il dominio dell’Italia centro-meridionale. Il controllo di Roma era necessario per i Tirreni, poiché la città era posta sulla via d’accesso alla Campania. Episodi che fanno capire l’interesse degli Etruschi per Roma sono raffigurati in alcune tombe scoperte in Etruria. Quando i figli di Anco Marcio uccisero Tarquinio Prisco, Servio Tullio, educato alla corte del re, assunse i poteri regi senza che la sua successione fosse legittima in mancanza della nomina da parte dell’interrex. Questo episodio lascia intravedere una fase della monarchia romana durante la quale la nomina del monarca aveva una propensione ereditaria in conflitto con il principio della monarchia elettiva. La figura di Tarquinio il Superbo assume i connotati tipici del tiranno greco, artefice di grandi opere pubbliche e di una politica espansionistica, ma inviso dal popolo. Secondo la tradizione il re fu cacciato da una congiura capeggiata da Publio Valerio, che avrebbe instaurato la repubblica.

3.13 La doc archeologica

Rafforzamento della monarchia

21 Il predominio etrusco su Roma portò ad un… §

Il predominio etrusco su Roma portò ad un rafforzamento della monarchia e ad una trasformazione delle istituzioni militari e politiche. In questo periodo, tra il VII e il VI secolo a.C., venne costruita la regia, la sede ufficiale del re; venne definita l’area per l’attività politica del popolo, il comitium, e del senato, la cura Hostilia. La tradizione attribuisce a Tarquinio Prisco l’aumento del numero dei senatori e a Servio Tullio l’introduzione delle “centurie”, secondo un criterio che teneva conto del censo, cioè della ricchezza degli individui. Il censo fu anche il criterio per l’organizzazione dell’esercito, che prese il nome di classis per i cittadini che potevano procurarsi un armamento pesante e infra classis per i soldati armati alla leggera. A Servio venne attribuita la creazione delle quattro tribù urbane territoriali, in sostituzione delle antiche tre tribù romulee, a base gentilizia. Le nuove ripartizioni corrispondono alle regioni nelle quali Servio suddivise la città. Probabilmente l’Esquilino e il Celio vennero inglobati in questa grande Roma, che avvertì la necessità di dotarsi di una prima cerchia di mura, dette “serviane”.

Tradizione orale e storiografia

22 La tradizione orale pone una serie di questioni §

La tradizione orale pone una serie di questioni: chi trasmette, che cosa viene trasmesso e per quale scopo, quanto è passato dalla tradizione orale alla ricostruzione storica. Un buon numero di dati relativi a eventi storici deve essere stato trasmesso nell’ambito delle famiglie nobili, ad esempio la costruzione di fittizie ascendenze regali. Anche se gli antichi si erano resi conto del rischio di deformazione, in buona parte furono accettate (si veda la lista dei consoli). Il problema è relativo al modo in cui è stata operata la selezione del materiale trasmesso, cioè con quale criterio di selezione. La nascita di una cultura letteraria risale alla seconda metà del III secolo a.C. Per definizione le fonti scritte non possono fornire elementi di prova per una cultura preletteraria. Anche qui la prova archeologica ci viene in aiuto. Noi sappiamo che nel VII e anche nel VIII secolo a.C. l’uso del symposion aristocratico fu adottato dalle elites locali del Lazio e dell’Etruria (a Roma furono i cosiddetti carmina convivalia). Appare quindi verosimile che i canti, le storie ripetute in questi banchetti maschili, possano avere creato la memoria comune del gruppo. Il problema è relativo all’anello di congiunzione tra la fase favolistica e mitologica e quella storiografica.

3.16 Esempio di elaborazione storiografica

La famiglia

23 La nozione di famiglia romana comprendeva un raggruppamento… §

La nozione di famiglia romana comprendeva un raggruppamento sociale assai più ampio di quello che siamo abituati ad intendere oggi. Della famiglia romana facevano parte tutti coloro (moglie, figli, schiavi) che ricadevano sotto l’autorità del paterfamilias, al quale spettava anche il controllo sui beni. Il vincolo di fondo della famiglia romana era il potere che il pater esercitava sulle persone. Di questa famiglia non facevano parte solo i figli naturali, ma anche quelli adottati. Questi caratteri prestatali ebbero un riflesso anche sull’evoluzione delle norme giuridiche del diritto romano. In età arcaica i padri potevano rifiutare i figli naturali, più frequentemente le femmine, al momento della nascita ed essi entravano a far parte della famiglia attraverso un atto formale. Tra i vincoli della famiglia romana primitiva c’era quello religioso; i riti venivano trasmessi da padre in figlio e la loro osservanza era doverosa. Il pater poteva anche diseredare un figlio. Tuttavia per tutelare i figli legittimi, era possibile annullare il testamento dimostrando l’infermità mentale del defunto nel momento in cui lo aveva redatto.

La donna

24 Il ruolo della donna aristocratica romana non era… §

Il ruolo della donna aristocratica romana non era limitato alla sola vita domestica; la moglie accompagnava il marito nella vita pubblica e condivideva con lui l’educazione dei figli. In età arcaica e repubblicana il potere del marito sulla moglie non conosceva limiti: poteva essere punita ed uccisa in caso di adulterio. La rigida tutela della castità e del comportamento femminile era finalizzata al solo scopo di avere figli legittimi: sotto questo punto di vista la donna aveva una funzione molto importante. I Romani si sposavano presto, e per le femmine, ancora bambine, il matrimonio era combinato dal padre. La felicità di una sposa era legata alla capacità di avere figli, in caso contrario poteva essere ripudiata e rimandata alla casa paterna. Un istituto alternativo fu rappresentato dall’adozione, che serviva non solo per avere una discendenza, ma anche per concretizzare strategie politiche.

Agricoltura e alimentazione

La proprietà della terra

25 La prima forma di proprietà della terra era… §

La prima forma di proprietà della terra era limitata solo alla casa e all’orto circostante (heredium orto in latino arcaico), mentre da essa era esclusa la terra arabile e quella a pascolo. Il termine sors, che compare in alcune fonti, si applica sia alla nozione di proprietà trasmissibile per via ereditaria che a quello di lotto assegnato per sorteggio. A partire dal IV secolo a.C. iniziarono le assegnazioni di terreno conquistato, mentre in seguito si svilupperanno le attività artigianali e commerciali.

L’ideologia indoeuropea nei racconti sulle origini di Roma

26 Nel caso di Roma arcaica uno studioso francese… §

Nel caso di Roma arcaica uno studioso francese ha creduto di potere rintracciare un’importante eredità indoeuropea in una serie di episodi: il ratto delle Sabine, episodio simile ad un racconto della mitologia scandinava; Giove, dio maggiore, associato a due divinità minori, Terminus e Iuventus, che trova un parallelo nella religione indo-iranica; le modalità con cui Servio organizzò la popolazione ed ottenne la regalità.

La scoperta del Lapis Niger

27 La storia di Roma arcaica si è avvalsa… §

La storia di Roma arcaica si è avvalsa del contributo decisivo dell’archeologia: dalla scoperta dell’iscrizione della dedica di Valerio Publicola, a quella del santuario di Enea a Lavinio, dei resti di un muro sul Palatino forse attribuibile a Romolo, di una “pietra nera nel Comizio”, che contrassegnava un luogo funesto, forse la tomba di Romolo.

Le origini di Roma secondo Claudio

28 L’imperatore Claudio nel 48 d.C §

L’imperatore Claudio nel 48 d.C. pronunciò un discorso al senato a favore dell’ammissione nell’assemblea di alcuni illustri rappresentanti delle province della Gallia Comata. Per dimostrare la tradizionale apertura di Roma nei confronti degli stranieri egli prende spunto dalle vicende dell’origine della città. Claudio narra gli episodi di Numa, successore di Romolo ma Sabino d’origine, di Tarquinio Prisco, che lascia Tarquinia per Roma per poter accedere alle cariche pubbliche, e di Servio Tullio, addirittura figlio di una schiava, che ottenne il regno con grande beneficio per lo Stato (da Tacito fine pag. 37).

La grande Roma dei Tarquini

29 Con l’avvento dei Tarquini inizia la fase dell’espansionismo romano §

Con l’avvento dei Tarquini inizia la fase dell’espansionismo romano. Già Tullio Ostilio nel VII secolo a.C. aveva distrutto Alba Longa e le conquiste di Anco Marcio aprirono la strada delle “saline”, che si trovavano nei pressi della costa su entrambi i lati del Tevere, il cui controllo fu strategicamente decisivo per Roma. Il secolo che intercorre tra Tarquinio Prisco e Tarquinio il Superbo vede una rilevante crescita della potenza romana, passando da circa 20 km ai 90 km che separano Roma da Terracina; questa espansione ha riscontro in un documento eccezionale, risalente al 508 a.C., che Polibio dice di aver visto nell’archivio pubblico romano: il primo trattato tra Roma e Cartagine*. Roma in questo periodo è già la città più estesa del Lazio.

La nascita della Repubblica

30 Come è noto §

Come è noto, la tradizione racconta che un figlio di Tarquinio oltraggiò gravemente Lucrezia, moglie di un patrizio, e che la violenta reazione nobiliare, guidata da Publio Valerio Publicola e Lucio Giunio Bruto, provocò la fine dell’istituto monarchico. Questo evento viene fissato al 510 a.C. Il tentativo di Porsenna, re di Chiusi, di restaurare il potere di Tarquinio su Roma fu vano. Secondo la tradizione i romani, cacciato l’ultimo re, avrebbero affidato la guida dello stato a due supremi magistrati, i consoli. In realtà è difficile ammettere che un popolo ancora rozzo come quello romano potesse darsi istituti completamente nuovi dall’oggi al domani. I dati archeologici forniscono solo in misura limitata elementi di riscontro; la ricerca storiografica si è dunque dovuta concentrare sulla critica interna ai dati della tradizione.

31 I Fasti sono liste dei magistrati eponimi della Repubblica §

I Fasti sono liste dei magistrati eponimi della Repubblica, cioè quei magistrati che davano il nome dell’anno in corso. I Fasti ci sono giunti sia attraverso la tradizione letteraria (Livio e Diodoro), sia attraverso alcuni documenti epigrafici: i Fasti Capitolini. Nei Fasti Capitolini, ripresi anche da Varrone, la data della fondazione della città veniva fatta risalire al 753 a.C. e il primo anno della Repubblica al 509 a.C. La cronologia per il V e IV secolo a.C. non trova però conferma in Polibio, che ad esempio fissava il sacco di Roma nel 386 a.C. (stesso anno della pace di Antalcida) e non nel 390 a.C. I dubbi sull’attendibilità dei Fasti, almeno per la fase più antica, derivano da alcune incongruenze: consoli eponimi con nomi plebei (mentre sappiamo che fino al 367 a.C. i consoli furono patrizi), inserimento di alcuni anni di anarchia in cui non vennero eletti magistrati e la loro funzione fu assolta da un dittatore. Tuttavia gli storici moderni non propendono per rigettare in blocco la credibilità dei Fasti.

32 La fine della monarchia §

La fine della monarchia, a causa di una rivolta del patriziato romano, e l’odio feroce che la stessa aristocrazia dimostrò in tutto il corso dell’età repubblicana contro l’istituto monarchico sembrano indicare che il mutamento di regime non sia avvenuto in modo graduale ed indolore, ma sia stato il risultato di un evento traumatico, di una vera “rivoluzione”. Questo non significa che subito dopo la cacciata di Tarquinio si sia stabilito immediatamente un regime repubblicano. Alcuni elementi lasciano pensare ad un periodo confuso, in cui Roma appare in balia di re e condottieri come Porsenna, Mastarna e i fratelli Vibenna. La sconfitta degli Etruschi ad Aricia ad opera dei Latini e dei Greci di Aristodemo di Cuma, assestò un duro colpo all’influenza politica degli Etruschi nel Lazio. Questo successo favorì Roma, che ebbe così l’occasione di dare sviluppo alle sue nuove istituzioni repubblicane.

33 Gli antichi avevano fissato nel 510 a.C §

Gli antichi avevano fissato nel 510 a.C. la cacciata di Tarquinio, nello stesso anno in cui i Pisistratidi vennero cacciati da Atene. La coincidenza con la più famosa città greca è sospetta, per questa ragione gli studiosi optano per una data più tarda 470-450 a.C., confermata anche dalla documentazione archeologica, che intorno a quel periodo vede interrompere i contatti culturali con gli Etruschi. Inoltre, sempre secondo la documentazione archeologica, la Regia verso la fine del VI secolo a.C. presenta una pianta di un edificio templare non di una residenza reale, proprio in quel periodo sarebbe divenuta la sede del rex sacrorum, il sacerdote che assunse alcune delle competenze del monarca.

34 Secondo la tradizione i poteri del re furono affidati a due consoli §

Secondo la tradizione i poteri del re furono affidati a due consoli, o meglio due pretori. Eletti dai comizi centuriati, detenevano il comando dell’esercito ed il potere esecutivo. Solo alcune competenze religiose furono trasferite al rex sacrorum, il quale tuttavia non poteva detenere cariche politiche. Ben presto al nuovo sacerdozio vennero affiancandosi altri sacerdozi come i pontefici e gli auguri. Ai consoli rimase di competenza il controllo degli auspici, cioè l’interpretazione della volontà divina. Caratteristica comune a tutte le magistrature dello Stato romano erano l’annualità e la collegialità. I poteri dei consoli erano ristretti dalla possibilità di ogni cittadino di appellarsi al giudizio dell’assemblea popolare contro le condanne capitali inflitte da una legge provocatio che la tradizione fa risalire al primo anno della repubblica, ma che probabilmente fu di molto posteriore (300 a.C.). Un altro dubbio sorge sui poteri che furono trasferiti ai consoli. E’ probabile che la magistratura collegiale del consolato sia stata creata dopo, la tesi è relativa alla cerimonia dell’infissione del chiodo nel tempio di Giove Capitolino* ad opera del praetor maximus, che indicava l’esistenza di tre pretori, di cui uno dotato di supremi poteri.

35 Con le crescenti esigenze dello Stato compariranno nuove… §

Con le crescenti esigenze dello Stato compariranno nuove magistrature come quella dei questori, che affiancheranno i consoli nelle attività finanziarie, i censori (443 a.C. secondo la tradizione) aventi il compito di tenere il censimento. In caso di necessità, i supremi poteri della Repubblica potevano essere affidati ad un dittatore. Contro il volere del dittatore non valeva l’appello al popolo o l’opposizione del veto da parte dei tribuni della plebe. Dati i poteri straordinari della dittatura, la sua durata venne limitata a sei mesi, anche se ci aspettava che la carica venisse deposta subito dopo risolta l’emergenza. Il fatto che in alcuni scontri della prima fase della repubblica, l’esercito venisse comandato da un dittatore, fa supporre che venisse nominato soprattutto per fronteggiare crisi militari.

Magistratura Data di Creazione Età minima (dal 180 Numero Durata in carica Elezione Poteri principali
a.C.)
Dittatura 501 a.C. 1 (con a fianco un 6 mesi massimo Da un console o un Poteri supremi, sfera militare
magister equitum) pretore o un interré
Censura 443 a.C. 44 anni 2 18 mesi Eletti ogni 5 anni Redazione del censimento
dai comizi Lista dei senatori
centuriati
Consolato 509 a.C. 42 anni 2 1 anno Eletti dai comizi Comando dell’esercito
centuriati Comandi provinciali
Convocazione e presidenza del
senato e dei comizi
Controllo degli auspici
Pretura 366 a.C. (urbano) 39 anni 1 (urbano) + 1 1 anno Eletti dai comizi Comando dell’esercito
242 a.C. (peregrino) peregrino + 4 centuriati Comandi provinciali
227 a.C. (province provinciali Convocazione e presidenza del
Sicilia, Sardegna) senato e dei comizi
197 a.C. (2 Spagne) Giurisdizione fra i cittadini
(urbano) e fra i cittadini dei
peregrini (peregrino)
Edilità curule 366 a.C. 36 anni 2 1 anno Eletti dai comizi Organizzazione dei Ludi maximi
tributi
Edilità plebea 496 a.C. 36 anni 2 1 anno Eletti dai concilia Prima archivisti e tesorieri
plebis tributa delle plebe
Dopo cura dei mercati,
approvvigionamenti, strade,
templi ed edifici pubblici
Tribunato della plebe 496 a.C. 2 poi 10 1 anno Eletti dai concilia Ius auxlii e ius intercessionis
plebis tributa Convocazione e presidenza dei
concilia plebis tributa
Questura Età regia o 509 a.C. 30 anni 2 poi il numero 1 anno Prima forse eletti Competenze finanziarie
aumenta dai consoli, poi dai
comizi tributi

36 A Roma non si può tracciare una distinzione… §

A Roma non si può tracciare una distinzione netta tra le cariche politiche e le massime cariche religiose. La medesima persona poteva rivestire contemporaneamente una magistratura ed un sacerdozio. Oltre al rex sacrorum altri ordini sacerdotali erano i flamini, sacerdoti del dio Marte, Giove e Quirino e altri 12 flamini per divinità minori. I tre più importanti collegi religiosi erano i pontefici, gli auguri e i duoviri; i loro poteri andavano oltre quelli sacerdotali, fino a quelli politici. Il collegio dei pontefici era guidato da un pontefice massimo, la massima carica religiosa. Gli auguri affiancavano i magistrati nel compito di trarre gli auspici e di interpretare la volontà divina. Infine i duoviri erano incaricati di custodire i Libri Sibillini, un’antichissima raccolta di oracoli da consultare nel caso di manifestazioni nefaste. Gli aruspici erano incaricati di capire la volontà divina attraverso l’esame delle viscere degli animali. La funzione dei feziali, invece, era quella di dichiarare la guerra, assicurando a Roma il favore degli dei.

37 Il vecchio consiglio regio dei capi famiglia nobili… §

Il vecchio consiglio regio dei capi famiglia nobili divenne il perno della nuova repubblica: il senato. Composto da ex magistrati, la carica era vitalizia. Il potere era pressoché inattaccabile, in quanto i magistrati non avrebbero avuto motivo di scontrarsi con un’assemblea di cui stavano per divenire membri, ed essi avevano la possibilità di dispiegare la loro politica con continuità. Nel senato si concentrò la leadership dello Stato costituita prima dal patriziato e in un secondo momento dalla nobiltà patrizio- plebea.

38 Oltre alle magistrature e al senato §

Oltre alle magistrature e al senato, il terzo pilastro è costituito dalle assemblee popolari. Non tutta la popolazione, ma solo i maschi adulti e di condizione libera potevano prendervi parte. Si diveniva cittadini romani per diritto di nascita, in quanto figli legittimi di padre in possesso di cittadinanza. Ma al contrario delle città greche, Roma manifestò una notevole apertura. Concessione di massa non furono fatti isolati, basti ricordare la concessione della cittadinanza al clan dei Claudi (5000 Sabini, familiari e clienti dei Claudi furono accolti a Roma). Poteva venire concessa la cittadinanza anche agli schiavi liberati (liberti). Nella prima età repubblicana l’assemblea più importante era costituita dai comizi centuriati, fondati su una ripartizione della cittadinanza in classi di censo e, all’interno di queste, in centurie*, mentre i comizi curiati persero le loro prerogative. L’assemblea eleggeva i consoli e le maggiori magistrature. L’attività legislativa era limitata alle dichiarazioni di guerra e forse ai trattati. Un’altra assemblea nella quale si riunivano i cittadini di Roma erano i comizi tributi. In questa assemblea il popolo votava per tribù. Le tribù erano divise in urbane, in numero di quattro, e rustiche che si accrebbero dalle 16 di età regia fino a raggiungere le 31 nel 241 a.C. Anche l’assemblea tributa aveva funzione elettorale, scegliendo i magistrati minori, e legislativa. A Roma le assemblee venivano convocate dai magistrati che le presiedevano, stabilivano l’ordine del giorno, e sottoponevano al voto le proposte di legge, che l’assemblea poteva accettare o respingere ma non modificare. Ogni decisione dell’assemblea doveva, inoltre, ricevere la sanzione del senato.

Assemblee Unità di voto Composizione Presidenza Competenze
Comizi curiati 30 curie, su base Tutta la cittadinanza, Console o pretore Conferimento ufficiale dei
territoriale o gentilizia rappresentata da 30 littori poteri ai nuovi magistrati
(uno per curia) con la lex curiata de
imperio
Ratifica di adozioni e
testamenti
Comizi centuriati 193 o 194 centurie, su base Tutta la cittadinanza Console o pretore Elezioni di consoli, pretori
censitaria e censori
Attività legislativa solo
per diritto internazionale
Comizi tributi 35 tribu, su base Tutta la cittadinanza Console o pretore Elezione dei questori ed
territoriale (4 urbane e 31 edili curuli
rustiche) Attività legislativa (leges)
Concilia plebis tributa Prima forse le 30 curie, poi La plebe Tribuni della plebe, editi Elezione dei tribuni ed
le 35 tribu, su base plebei edeli plebei
territoriale (4 urbane e 31 Attività legislativa
rustiche) (plebiscita)

Il conflitto tra patrizi e plebei

39 Il conflitto tra i due ordini aveva una duplice natura §

Il conflitto tra i due ordini aveva una duplice natura, economica e politica. Con la caduta dei Tarquini e la sconfitta patita dagli Etruschi ad opera dei Greci di Ierone di Siracusa, a Roma si ebbero pesanti ripercussioni economiche. Roma prosperava grazie al dominio etrusco sulla Campania essendo sulla via commerciale. La vendita del sale poi soffrì del conflitto con i Sabini. I continui conflitti con i popoli vicini fecero il resto. Si aggiunsero difficoltà interne come cattivi raccolti, fame, epidemie. Queste concause indebolirono i piccoli agricoltori, i quali non avevano possibilità di fronteggiare la crisi. Il conseguente indebitamento verso i creditori (per non avere pagato i debiti si poteva divenire schiavo, essere venduto o messo a morte) provocò un generale scontento e la richiesta di mitigazione delle norme sui debiti associata alla richiesta di maggiore equità nella distribuzione dei terreni si fece sempre più pressante. Gli strati più ricchi della plebe erano invece più interessati ad avere maggior peso politico (completamente in mano ai patrizi) ed alla rivendicazione di un codice scritto di leggi, che ponesse i cittadini al riparo dalle applicazioni arbitrarie. Un altro fattore importante fu di natura militare. Le numerose vittorie nel corso del V e del IV secolo a.C., ottenute con la determinante partecipazione della plebe (in questo periodo l’esercito romano adottò un nuovo modello tattico: la falange, composto da Opliti, reclutati come i patrizi all’interno delle centurie, che ricordiamo erano a base censitaria), rinsaldarono la convinzione che gli uomini decisivi non potessero essere ridotti ad un ruolo di comprimari.

40 Il metodo di lotta della plebe fu quello delle secessioni §

Il metodo di lotta della plebe fu quello delle secessioni, cioè dell’abbandono in massa dalla città allo scopo di costringere i patrizi alle concessioni ritenute indispensabili: la prima di queste secessioni risale al 494 a.C., quando i plebei si riunirono sull’Aventino. In tale occasione i plebei si diedero dei capi, chiamati tribuni della plebe che, col progredire dell’azione rivendicativa, furono riconosciuti come magistrati veri e propri. La plebe stabilì inoltre che le sue assemblee, dette concilia plebis tributa, potevano prendere deliberazioni, dette plebiscita, all’inizio non vincolanti per lo Stato ed in seguito per gli interessi della Repubblica?. Ai propri tribuni la plebe decise di riconoscere diversi poteri, tra cui lo ius intercessionis, che permetteva loro di interrompere l’attività di un magistrato o di una qualsiasi assemblea che stesse per prendere decisioni lesive degli interessi della plebe. Ad essi inoltre fu accordata l’inviolabilità personale (sacrosanctitas), per proteggerli da un’eventuale reazione da parte delle Stato (ius auxilii). I tribuni ebbero infine il potere di convocare e presiedere l’assemblea della plebe e di sottoporre le proprie proposte (ius agendi cum plebe). Vennero creati anche altri due rappresentanti della plebe, gli edili plebei, che probabilmente affiancarono i tribuni, ai quali erano sottoposti, nei loro compiti. Il patriziato oppose resistenza, ma alla fine i plebei riuscirono a far accettare come legali le decisioni prese nelle loro assemblee. Rimase insoluto il problema dei debiti, anche se si può presumere che i tribuni della plebe, grazie allo ius auxilii, potessero intervenire in favore dei debitori insolventi. Dunque la protesta, nata da motivazioni economiche, raggiunge un risultato politico. E’ legittimo pensare che il disagio economico della plebe sia stato usato dalle famiglie plebee più facoltose ed influenti per raggiungere le conquiste politiche alle quali erano interessate.

41 La più significativa vittoria della plebe fu ottenuta nel 451 a.C §

La più significativa vittoria della plebe fu ottenuta nel 451 a.C., quando i plebei riuscirono a imporre la scritturazione delle leggi dello stato fino a quel momento tramandate oralmente dalle famiglie patrizie. Tra il 451 a.C. e il 450 a.C. un apposito decemvirato (due gruppi: uno nel 450 compilò 10 tavole, l’altro nel 451 ne aggiunse altre due) provvide a raccogliere le leggi romane che furono incise su XII Tavole di bronzo esposte al pubblico, in modo che tutti ne avessero diretta conoscenza e che i magistrati patrizi non potessero più approfittare della ignoranza popolare. Tra le disposizioni vi era quella delicata che proibiva il matrimonio tra patrizi e plebei, e che venne abrogata solo nel 445 a.C. in base ad un plebiscito Canuleio. Non possediamo il testo di queste leggi, della quali però rimangono larghi brani tramandati dagli autori dell’antichità. I frammenti che ci sono pervenuti riguardano soprattutto la sfera delle relazioni fra gli individui. Nelle XII tavole è ravvisabile anche un’influenza del diritto greco, proveniente dalla città greche dell’Italia meridionale e della Sicilia.

42 Il plebiscito fatto votare da Canuleio ebbe come… §

Il plebiscito fatto votare da Canuleio ebbe come conseguenza di rimuovere la principale obiezione che il patriziato aveva opposto, quella all’accesso dei plebei al consolato. A seguito dell’abrogazione della legge, il sangue delle famiglie plebee poteva mischiarsi con quello delle stirpi patrizie. Il patriziato ricorse ad un espediente: dal 444 a.C. si stabilì che alla testa dello Stato potessero essere posti o consoli con diritto di prendere gli auspici, carica riservata esclusivamente ai patrizi, o tribuni militari (comandanti dei reparti che componevano le legioni) con poteri consolari, i quali potevano essere plebei, ma non potevano prendere gli auspici. E’ più probabile che i tribuni militum abbiano affiancato i consoli patrizi nell’espletamento dei loro compiti, anche se i patrizi riuscirono fino al 401 a.C. a riservare i posti consolari unicamente ai tribuni militum provenienti dal loro ordine.

43 Nonostante la promulgazione di un codice scritto e… §

Nonostante la promulgazione di un codice scritto e l’istituzione dei tribuni militari, il problema politico ed economico non era stato risolto. Nel tentativo di alleviare la crisi economica, il patrizio Manlio Capitolino, tentò di far approvare una legge per la cancellazione dei debiti e per la distribuzione della terra, ma non ebbe successo. Qualche anno dopo (376 a.C.) si giunse alla approvazione delle leggi licinie-sestie, cosi chiamate dal nome dei tribuni che le proposero: C. Licinio Stolone e Lucio Sestio. Dopo un disperato tentativo dei patrizi di fare ostruzione, sotto la dittatura di Marco Furio Camillo, queste leggi assunsero valore effettivo e stabilirono in primo luogo che uno dei due consoli poteva essere anche plebeo, limitarono la distribuzione ai privati dell’ager publicus da parte dello stato e difesero i debitori dall’esosità dei creditori. Nel 366 a.C. vennero istituite due nuove cariche: il pretore, che aveva il compito di amministrare la giustizia tra i cittadini romani, e, dotato di imperium, poteva in caso di necessità essere messo alla testa dell’esercito; l’edile curule (ne venivano nominati due), a cui inizialmente venne affidato il compito di organizzare i Ludi maximi.

44 Le leggi Licinie-Sestie segnarono la fine delle fase… §

Le leggi Licinie-Sestie segnarono la fine delle fase più acuta della contrapposizione tra patrizi e plebei. Il processo fu ancora faticoso, solo nel 366 a.C. fu eletto il primo console plebeo. Nel 342 a.C. un plebiscito ammise la possibilità che ambedue fossero plebei. Nel 356 a.C. venne nominato il primo dittatore plebeo e nel 351 a.C. il primo plebeo alla censura, qualche anno dopo alla pretura. Infine nel 300 a.C. un plebiscito Ogulnio consentì ai plebei l’ingresso nel consiglio dei pontefici e degli auguri. Ma la vera soluzione al problema economico venne dalle vittorie e dalle conseguente divisione ed assegnazione delle terre conquistate.

45 Nel 312-311 a.C §

Nel 312-311 a.C. il censore Appio Claudio, nella compilazione della lista ??? dei senatori, tentò di favorire la plebe urbana, consentendo ai suoi rappresentanti di iscriversi in una qualsiasi delle tribù esistenti, ma la riforma venne rifiutata. Un provvedimento importante, sempre in questo periodo, riguardò il criterio di valutazione del censo dei cittadini, fino ad allora calcolato in base ai terreni e ai capi di bestiame posseduti, e in seguito misurato anche in base al capitale mobile, in metallo prezioso: commercianti ed artigiani videro riconosciuto il proprio peso economico e quindi politico. All’entourage di Appio Claudio (Cneo Flavio) appartiene la decisione di pubblicare le formule giuridiche da applicare nei processi, in un’opera che è nota come Ius civile Flavianum. Direttamente alla censura di Appio Claudio è da attribuire la costruzione del primo acquedotto e della via di comunicazione che congiungeva Roma e Capua. La legge Ortensia del 287 a.C. stabilì che i plebisciti votati dall’assemblea della plebe avessero valore per tutta la cittadinanza di Roma, equiparando i plebisciti ai comizi tributi e ai comizi centuriati. Rimasero distinti i magistrati, che avevano il diritto di convocarle e presiederle. Le leggi Licinie-Sestie e le grandi conquiste della plebe contribuirono alla formazione di una nuova aristocrazia, formata dalle famiglie plebee più ricche ed influenti e dalle stirpi patrizie che si erano meglio adattate alla nuova situazione: la nobilitas. La nobiltà patrizio-plebea si riservò l’accesso alle massime magistrature.

La conquista dell’Italia

46 Alla fine della monarchia etrusca Roma controllava nell’antico… §

Alla fine della monarchia etrusca Roma controllava nell’antico Lazio un territorio che si estendeva dal Tevere alla regione Pontina. I primi anni di vita della giovane repubblica furono difficili per l’acuirsi dei contrasti sia con i Latini del Lazio, sia con gli Etruschi, i quali mal sopportavano la cacciata da Roma dei Tarquini. Gli Etruschi tentarono di riaffermarsi nella città e il potente lucumone di Chiusi, Porsenna, sembrò riuscire nell’intento, ma solo per un breve periodo, dato che i Latini, alleati con i Greci di Aristodemo di Cuma, sconfissero ad Aricia un contingente di Etruschi: questi ultimi furono allora costretti a ripiegare definitivamente a nord del Tevere. Le città latine approfittarono delle difficoltà interne di Roma e si strinsero in una Lega Latina, i cui membri condividevano alcuni diritti: lo ius connubii, il diritto di contrarre matrimonio legittimo, lo ius commercii, il diritto di siglare contratti aventi valore legale tra le varie città, lo ius migrationis, grazie al quale un latino poteva assumere i pieni diritti civici in una comunità diversa da quella di nascita. Lo scontro diretto con Roma si verificò nei primi anni del V secolo (496 a.C.) con la battaglia del Lago Regillo, che la tradizione dice vittoriosa per i Romani. Il trattato di pace successivo alla battaglia, stabilito dal console Spurio Cassio, prevedeva un accordo bilaterale tra Roma e la Lega Latina; gli alleati si riconoscevano i diritti che abbiamo visto valere all’interno della Lega Latina. Nel 486 a.C. Roma completò il suo sistema di alleanze stringendo un accordo con gli Ernici, una popolazione che abitava la valle del fiume Sacco, a sud-est di Roma. L’alleanza tra Roma e i Latini scaturiva da uno stato di necessità. Roma, infatti, era preoccupata della potenza della città etrusca di Veio che, situata ad una ventina di chilometri da Roma, aspirava ad estendere il suo controllo su tutto il basso corso del Tevere; inoltre i Latini e la stessa Roma avevano ragione di temere le scorrerie e le razzie dei Sabini, degli Equi e dei Volsci, che dalle zone montagnose circostanti miravano con primitiva avidità agli armenti e alle culture delle fiorenti città latine della pianura. Il conflitto con gli Equi e i Volsci si concluse nel 431 a.C., quando gli alleati Romani, Latini ed Ernici riuscirono a bloccare al passo dell’Algido, sui colli Albani, gli eserciti coalizzati di Equi e Volsci. Ancora più a nord erano i sabini a minacciare direttamente Roma. Il processo di integrazione assunse il volto pacifico di una integrazione di massa (gens sabina dei Claudii). Il conflitto con Veio attraversò tutto il V secolo a.C. La città etrusca venne definitivamente sconfitta, dopo una serie di lotte, solo con un assedio che si dice durato dieci anni, dal 405 al 396 a.C.. La presa di Veio segnò una svolta importante per Roma: il lunghissimo assedio aveva tenuto per molti anni lontano i soldati romani dai loro campi. Per questo motivo si rese necessaria l’introduzione di una paga, detta stipendium. Proprio per far fronte alle accresciute spese militari, venne introdotta una tassa straordinaria chiamata tributum, che gravava in misura proporzionale sulle diverse classi dell’ordinamento censitario. Ma la vittoria su Veio fruttò la conquista di un ampio e fertile territorio.

47 Il IV secolo a.C §

Il IV secolo a.C. era cominciato per la repubblica sotto i migliori auspici, dato che nel 396 a.C. la potenza di Veio, come si è visto, era stata abbattuta; Roma aveva conquistato una posizione di decisa preminenza tra i Latini. Ma in questi stessi anni si andava delineando una nuova minaccia per Roma, e cioè la calata dal nord delle popolazioni dei Galli di stirpe celtica, i quali, occupata la valle padana, tendevano a filtrare più a sud. Nel 390 a.C. un forte gruppo di Galli Senoni penetrò nell’Italia centrale e, dopo avere vanamente assediato la città etrusca di Chiusi, puntò su Roma. L’esercito romano frettolosamente arruolato per affrontare gli sconosciuti avversari, più che sconfitto, si dissolse letteralmente al primo contatto avvenuto sull’Allia, un piccolo affluente del Tevere, e si rifugiò tra le rovine di Veio. Roma, rimasta priva di difese, venne presa e saccheggiata. La tradizione romana ha cercato di gettare un velo su questa grave sconfitta, inventando una serie di episodi intesi a far risaltare il coraggio e l’amor patrio dei cittadini; altrettanto poco credibili sono tuttavia i racconti delle immense perdite di vite umane e dell’immani distruzioni subite da Roma: la battaglia dell’Allia si risolse in una rotta generale, piuttosto che in un massacro e, almeno per il momento, la ricerca archeologica non ha rilevato i segni del supposto incendio che i Galli avrebbero appiccato alla città. La prova migliore che il disastro gallico non fu un evento drammatico, è costituita dalla rapidità con la quale Roma si riprese; in questi anni iniziò la costruzione delle cosiddette mura serviane, sfruttando il tufo della cave di Grotta Oscura, nei pressi di Veio. Già pochi anni dopo il sacco della città da parte dei Galli, con una serie di guerre che durarono fino alla metà dell’IV secolo a.C., Roma sconfisse definitivamente Equi e Volsci, gli ex alleati Ernici e alcune città latine. Nel 381 a.C. la città latina di Tuscolo venne annessa al territorio romano, ai suoi abitanti vennero assegnati i medesimi diritti e doveri dei cittadini romani; in altre parole Tusculo divenne il primo municipium, termine col quale saranno designate le comunità indipendenti incorporate nello Stato romano. Negli stessi anni anche gli Etruschi di Tarquinia e Cere furono costretti a siglare una lunga tregua.

48 Nel 354 a.C §

Nel 354 a.C., Roma, che avvertiva la crescente ostilità degli alleati Latini gelosi della sua preminenza, si alleò formalmente con i Sanniti, un rozzo e forte popolo stanziato nella regione montagnosa del retroterra campano, il Sannio. I Sanniti erano divisi in quattro tribù: i Carricini, i Pentri, i Caudini e gli Irpini, e formavano la lega sannitica, che possedeva una sorta di assemblea federale e poteva nominare, in caso di guerra, un comandante supremo. Questi alleati tuttavia si dimostrarono presto molto scomodi per Roma; spinti dalla loro povertà, i Sanniti miravano a scendere nella pianura campana ricca di risorse e di città civili come Capua e Teano. Capua, appunto timorosa dei Sanniti, chiese l’appoggio di Roma; qui, nonostante l’alleanza con i Sanniti, nel 343 a.C. i romani giudicarono imperdibile l’occasione che si offriva per aumentare la sfera d’influenza della repubblica, anche a costo di calpestare i patti. Ebbe luogo una prima guerra sannitica (343-341 a.C.), che si concluse rapidamente con un parziale successo dei Romani: il trattato che ne seguì riconosceva a Roma la Campania e ai Sanniti Teano (341 a.C.).

49 Il latente contrasto con i Latini esplose subito clamorosamente §

Il latente contrasto con i Latini esplose subito clamorosamente, perché questi ultimi provocarono Roma in modo aperto alleandosi con i Campani e i Sidicini, insoddisfatti per gli esiti della prima guerra sannitica, a cui si aggiunsero gli eterni nemici dei Volsci. Come stanno a testimoniare gli episodi drammatici narrati dalla tradizione, i Romani dovettero battersi con tutte le energie. La guerra latina (341-338 a.C.) si concluse anch’essa con la vittoria di Roma, che seppe amministrare con estremo equilibrio il nuovo successo; la Lega Latina fu sciolta e Roma stabilì patti con le singole città (con i diritti di connubium, commercium e migratio), le quali non potevano però allearsi tra loro. Le città dei Colli Albani divennero parte integrante dello Stato romano e i loro cittadini ebbero la pienezza dei diritti civili e politici. Gli abitanti di alcune città che si erano ribellate come Tivoli e Preneste, nonostante fossero di etnia latina, vennero privati dei privilegi di connubium, commercium e migratio e divennero semplici alleati (soci) di Roma. Al di fuori dell’antico Lazio, in particolare nelle città dei Volsci e dei Campani, Roma attuò la concessione di una forma parziale di cittadinanza romana, la civitas sine suffragio. I titolari avevano gli stessi diritti e doveri dei romani, ma non avevano diritto di voto nelle assemblee popolari di Roma, né potevano essere eletti alle magistrature dello Stato.

50 L’interesse che Roma dimostrava apertamente per la Campania §

L’interesse che Roma dimostrava apertamente per la Campania, dove la sua diretta influenza era ormai un fatto compiuto, suscitò il risentimento dei Sanniti, che sostenevano le masse popolari di Napoli in contrasto con le classi più agiate, di sentimenti filoromani. I Romani, che avevano fondato in Campania la colonia di Cales e che avevano stabilito un’alleanza con Fregelle, provocarono una nuova crisi nei rapporti tra le due potenze. Nel 326 a.C. ebbe inizio la seconda guerra sannitica che, attraverso lunghi periodi di stasi, si trascinò fino al 304 a.C. con alterne vicende. Nel 321 a.C. gli eserciti romani vennero circondati al passo delle Forche Caudine* e costretti alla resa. Cinque anni più tardi i Sanniti ottennero un altro brillante successo in pianura a Lautulae presso Terracina; i Romani apportarono in quel periodo importanti modifiche alla struttura della legione* e si allearono con gli Apuli, che minacciavano il Sannio sul versante adriatico (nell’Apulia settentrionale fu fondata la colonia latina di Luceria). I Sanniti furono respinti sulle montagne e le legioni romane giunsero a minacciare Boviano, capitale dei Sanniti, devastando la regione. Nel 304 a.C. i Sanniti furono costretti a chiedere la pace e, pur conservando il loro territorio, sconvolto dalle scorrerie romane, videro gravemente compromesse le loro future possibilità politiche ed economiche.

51 La potenza raggiunta da Roma allarmava ormai tutti i popoli italici §

La potenza raggiunta da Roma allarmava ormai tutti i popoli italici, compresi gli stessi Galli stanziati sulla riviera adriatica; di conseguenza nel 298 a.C. si costituì una grande coalizione antiromana comprendente Sanniti, Galli, Etruschi e Umbri ed ebbe inizio la terza guerra sannitica (298-290 a.C.), che fu l’ultimo duello tra le popolazioni italiche per il predominio nell’Italia centrale. Nel 295 a.C. i Romani, guidati dai due consoli Quinto Fabio Rulliano e Publio Decio Mure, riuscirono ad avere ragione degli avversari nella battaglia di Sentino. I Sanniti, ritiratisi nei loro territori, continuarono la resistenza ad oltranza per rialzare il prezzo della pace, ma nel 290 a.C. furono costretti alla resa definitiva. A nord l’attacco dei Galli e degli Etruschi fu bloccato nel 283 a.C. nella battaglia del lago Vidimone. La controffensiva romana colpì dapprima le città dell’Etruria meridionale (Volsinii, Vulci e Cere), poi raggiunse anche l’Etruria settentrionale e la vicina Umbria. I vincitori, sistemati in vario modo i territori conquistati lungo l’Adriatico dall’Apulia alle Marche, riorganizzarono il loro dominio su tutta l’Italia centrale, dall’Adriatico al Tirreno, suscitando i primi sospetti delle città greche del Mezzogiorno.

52 Dopo la definitiva vittoria sui Sanniti realizzata agli… §

Dopo la definitiva vittoria sui Sanniti realizzata agli inizi del III secolo a.C., Roma entrò in diretto contatto le città greche dell’Italia meridionale, già allarmate per la sua continua espansione. Le città della Magna Grecia, che pur erano molto progredite rispetto a Roma, afflitte dal loro tradizionale municipalismo, non erano mai riuscite a dar vita a uno stato unitario capace di contenere le minacce dei popoli italici come i Bruzi e i Lucani. Durante il V e il IV secolo a.C. alcuni condottieri e tiranni come Dionisio di Siracusa e Agatocle avevano cercato di costruire un forte stato comprendente la Sicilia e la Magna Grecia allo scopo di controllare le aspirazioni dei Cartaginesi, già accampati nella Sicilia occidentale, e dei popoli italici. Questi tentativi però non avevano approdato a nulla e già Taranto, nel 303 a.C., aveva prudenzialmente stipulato un patto con Roma, la quale si era impegnata a non inviare navi nel Mare Ionio e più precisamente a non superare Capo Lacinio, situato nei pressi di Crotone. Nel 282 a.C. tuttavia una città greca che sorgeva sulle rive calabresi del golfo, Turi, minacciata dai Lucani, richiese l’aiuto di Roma. Nelle successive operazioni di guerra in difesa di Turi, i Romani insediarono una guarnigione nella città e, con un gesto di sfida non si sa quanto deliberato, inviarono una flotta davanti alle acque della città di Taranto. I Tarantini reagirono energicamente e, affondata parte della piccola flotta romana, scacciarono anche da Turi la guarnigione romana. Le richieste di soddisfazione da parte di Roma vennero ignorate e la guerra divenne inevitabile. Nel frattempo Taranto aveva intavolato trattative di alleanza con Pirro, un condottiero allora sovrano dell’Epiro, che aspirava a venire nella penisola per costituirsi un dominio più vasto. Nel 280 a.C. Pirro sbarcò in soccorso di Taranto con un esercito di 30.000 mercenari; Roma per affrontare questo temibile schieramento arruolò per la prima volta i capite censi, i nullatenenti fino ad allora esentati dal servizio militare. Nonostante la superiorità numerica, i Romani subirono una sanguinosa sconfitta ad Eraclea, in Lucania, dovuta tanto all’abilità tattica di Pirro quando al devastante effetto psicologico che gli elefanti ebbero sui soldati romani: la battaglia costò tuttavia gravissime perdite anche per l’esercito epirota. La sconfitta di Eraclea mise gravemente in pericolo le posizioni romane nell’Italia meridionale: le città greche, i Lucani e i Bruzi si schierarono dalla parte di Pirro, seguiti dai Sanniti. Pirro tentò di allearsi anche con gli Etruschi, ma il tentativo fallì. Nel 279 a.C. ripresero le ostilità, e nella battaglia di Ascoli Satriano (in Puglia), presso il fiume Ofanto, i Romani ripiegarono ordinatamente, consapevoli della superiore capacità di manovra dell’epirota, evitando una disfatta. Pirro, cosciente di aver vinto solo la battaglia ma di essere lontano dall’aver vinto la guerra, tentò le vie di un accordo diplomatico, anche perché invogliato a passare in Sicilia dalle città greche dell’isola le quali, minacciate da Cartagine, lo invocavano come un liberatore. I Romani, sostenuti anche da Cartagine (Roma e Cartagine strinsero un’alleanza difensiva nel 279 a.C.), che non gradiva l’intervento di Pirro in Sicilia, respinsero dopo qualche tentennamento le proposte del loro avversario che ormai era però passato nell’isola, dove riusciva ad ottenere una serie di brillanti successi a danno dei Cartaginesi. Nonostante le vittorie, Pirro si rese ben presto conto che la situazione dell’isola era troppo rischiosa e nel 276 a.C. preferì tornare nell’Italia meridionale, dove si apprestò alla ripresa della lotta contro Roma. Lo scontro finale avvenne nel 275 a.C. a Benevento, dove i Romani, al comando del console Manio Curio Dentato, riuscirono ad avere la meglio. Il sovrano epirota decise di tornare in patria, mentre i Romani, posto l’assedio a Taranto, ne ottennero la capitolazione del 272 a.C.

La conquista del Mediterraneo

Le guerre puniche

53 Roma con la vittoriosa guerra tarantina estese il… §

Roma con la vittoriosa guerra tarantina estese il suo domino sulle città marittime della Magna Grecia ed entrò ben presto in collisione con la vecchia alleata Cartagine, la quale da già secoli controllava tutto il Mediterraneo centro-occidentale. Lo scontro venne precipitato dalla questione di Messina; i Cartaginesi, su richiesta degli abitanti di Messina in conflitto con Siracusa, nel 265 a.C. inviarono nella città un piccolo presidio militare, che però finì col suscitare la reazione dei cittadini. Lo scontento sfociò in una richiesta a Roma dell’invio di una guarnigione. Il senato esitò: Cartagine era ricca e potente, possedeva il dominio del Tirreno e forse esisteva una clausola tra le due città nella quale era specificato la divisione delle zone di influenza, la penisola italiana a Roma, la Sicilia a Cartagine. Tuttavia il senato, diviso al suo interno, per la ricchezza della Sicilia e la sua posizione felice nel cuore del Mediterraneo votò a favore dell’invio di un esercito a Messina. In tal modo ebbe inizio la prima guerra punica (264-241 a.C.), che metteva di fronte le due maggiori potenze del Mediterraneo centro- occidentale. Roma ottenne subito i primi successi sulla terraferma e i Cartaginesi, respinti verso occidente, si arroccarono nelle loro imprendibili roccaforti del Lilibeo e di Trapani, dove potevano resistere all’infinito grazie ai rinforzi e ai rifornimenti dal mare. A Roma si comprese allora che senza il controllo del mare non si poteva sconfiggere Cartagine dalla Sicilia e nel 261 a.C. il senato prese la grande decisione di approntare una flotta capace di affrontare l’avversario. Si trattava di una decisione delicata, perché i Romani non avevano alcuna esperienza marittima e in questo caso fu determinante l’aiuto offerto dalle città marittime del Mezzogiorno (i socii navales). Lo sforzo fu premiato nel 260 a.C. da una clamorosa vittoria del console Caio Duilio sulla flotta cartaginese nelle acque di Milazzo. L’entusiasmo fu grande e nel 256 a.C. i Romani decisero si attaccare Cartagine direttamente in Africa. La flotta romana sconfisse quella cartaginese al largo di capo Ecnomo, un promontorio ad est di Agrigento, e fece sbarcare l’esercito nella penisola di capo Bon, in Africa. Il piano fu attuato dal console Attilio Regolo, il quale inizialmente ottenne una serie di successi, che tuttavia non seppe sfruttare. Nel 255 a.C. Regolo venne duramente battuto da un esercito cartaginese comandato dal mercenario spartano Santippo. Per completare il disastro una grande flotta romana partita per portare soccorso arrivò in ritardo e sulla via del ritorno venne annientata da una tempesta*. Ai Romani non rimase che continuare la guerra in Sicilia, dove però le fortezze cartaginesi continuavano a resistere. Di conseguenza, dopo molte esitazioni, nel 242 a.C. Roma decise di riprendere la guerra sul mare; approntata una nuova grande flotta, nel 241 a.C. il console Caio Lutazio Catulo riusciva a battere i Cartaginesi in modo definitivo alle isole Egadi. Dopo più di venti anni la guerra era conclusa e i Romani poterono imporre a Cartagine lo sgombero dell’intera Sicilia e delle isole che si trovavano tra la Sicilia e l’Italia (Egadi e Lipari) e il pagamento di un forte indennizzo.

54 Con la vittoria su Cartagine Roma si trovò… §

Con la vittoria su Cartagine Roma si trovò a svolgere il ruolo di grande potenza marittima e commerciale nel cuore del Mediterraneo. Il sistema col quale Roma integrò questi nuovi possedimenti segnò una svolta nella sua storia istituzionale. La Sicilia entrò a far parte del territorio romano non in qualità di alleata ma come territorio di conquista, fatta eccezione per Siracusa e Messina, e gli abitanti dell’isola furono sudditi veri e propri, privi di diritti politici e obbligati a un tributo annuo (in cereali); la Sicilia fu quindi la prima provincia, inizialmente governata da un pretore, ma in seguito affidata a un console o a un pretore che avessero già concluso il loro mandato regolare, detti proconsoli o propretori. Nel 237 a.C., con una colpo di mano a danno della nemica che si dibatteva in gravi difficoltà interne, la Corsica e la Sardegna vennero annesse al territorio romano e andarono a formare la seconda provincia romana. Pochi anni più tardi Roma intervenne sull’Adriatico costringendo le popolazioni illiriche costiere ad abbandonare la pirateria; l’intervento allarmò il sovrano macedone e creò il precedente per una frattura tra Roma e la Macedonia. Inoltre Roma passò all’offensiva nella valle padana, dove i Galli nel 236 a.C. condussero un’incursione che si arrestò davanti alla colonia latina di Rimini. I Romani nel 225 a.C. schiacciarono i Galli a Telamone sulle coste dell’Etruria. Nel 222 a.C. i consoli Caio Flaminio e Claudio Marcello portarono l’offensiva nella valle padana e batterono i Galli Boi ed Insubri, giungendo ad occupare Mediolanum. La fondazione di Cremona e Piacenza doveva consolidare la conquista; Roma procedette alla definitiva sottomissione della pianura padana con la fondazione di numerose colonie, tra le quali quella di Aquileia nel 181 a.C. Fondamentale per l’organizzazione e il consolidamento dei confini della conquista si rivelò la costruzione di una fitta rete stradale: nel 220 a.C. la via Flaminia, da Roma a Rimini, nel 187 a.C. la via Emilia, da Rimini a Piacenza, nel 148 a.C. la via Postumia, da Genova ad Aquileia.

55 L’occupazione della Sardegna e della Corsica aveva rinfocolato… §

L’occupazione della Sardegna e della Corsica aveva rinfocolato i risentimenti cartaginesi contro Roma; di conseguenza, con l’iniziativa della potente famiglia dei Barca, nel 237 a.C. Cartagine intraprese la conquista della penisola iberica. Amilcare Barca riuscì in breve tempo a impadronirsi di un’ampia fascia costiera della penisola, e alla sua morte il genero Asdrubale ne continuò la politica, mirante al raggiungimento dei Pirenei e a un’alleanza tendenzialmente antiromana con le popolazioni della Gallia. Nel 226 a.C. i Romani imposero un trattato con cui riconoscevano le conquiste di Cartagine fino al fiume Ebro, ma impegnavano la città fenicia a non superarlo. Morto Asdrubale nel 221 a.C., il comando delle operazioni fu assunto da figlio di Amilcare, Annibale Barca, il quale intendeva portare fino alle estreme conseguenze la conquista spagnola con una guerra contro Roma. Nel 219 a.C. attaccò Sagunto che, pur situata a sud dell’Ebro e quindi in una zona di influenza cartaginese, era anche alleata dei romani. Roma non fu sollecita ad aiutare l’alleata, che dopo una strenua resistenza durata otto mesi si dovette arrendere. Il senato romano chiese a Cartagine la consegna dei responsabili dell’attacco a Sagunto, ma Cartagine respinse la richiesta e Roma, nel 218 a.C., dichiarò guerra. Ebbe così inizio la seconda guerra punica, conflitto che raggiunse momenti di altissima drammaticità e il cui esito fu incerto per molti anni. Annibale passò all’azione per realizzare l’ardito progetto di portare la guerra in Italia, dato che i Romani, col possesso delle grandi isole, godevano di un vantaggio troppo rilevante. Annibale contava sul fatto che la presenza di un esercito cartaginese nella penisola italica avrebbe indotto molti alleati ad abbandonare la città dominante. Nel settembre del 218 a.C. Annibale varcò i Pirenei e si diresse verso le Alpi con un imponente esercito, rafforzato dalle eccellenti truppe spagnole ben allenate alla disciplina militare dalle dure campagne condotte nella penisola iberica. Superate la Alpi con una marcia massacrante in cui andarono perduti uomini e animali, ma riscuotendo l’immediato sostegno dei Boi e degli Insubri, Annibale comparve nella valle padana, e sul fiume Ticino le superiori forze di cavalleria cartaginese prevalsero su quelle romane, comandate da Publio Scipione. Il primo grande scontro si ebbe sul fiume Trebbia, dove Annibale sconfisse gli eserciti di Scipione e del suo collega di consolato Tiberio Sempronio Longo. Nell’anno seguente Annibale passava gli Appennini e sorprendeva le truppe del console Caio Flaminio al lago Trasimeno. L’esercito romano venne annientato, lo stesso Flaminio fu tra le vittime. Il senato Romano allora elesse un dittatore, Quinto Fabio Massimo, il quale, al comando di quattro legioni, raggiunse Annibale, che era passato in Puglia, limitandosi a sorvegliarlo da vicino, attaccando reparti isolati e accampandosi sempre in luoghi montagnosi dove la cavalleria cartaginese nulla poteva. Il disegno tattico e strategico* di Fabio Massimo era giusto, ma si trattava di un disegno impopolare, perché imponeva gravi sacrifici alle popolazioni rurali, continuamente esposte alle violenze e ai saccheggi cartaginesi. Per questo motivo Quinto Fabio Massimo fu detto Cunctator (“il temporeggiatore”). Scaduti i sei mesi della dittatura, nel 216 a.C. i nuovi consoli furono Terenzio Varrone e Lucio Emilio Paolo, i quali decisero di attaccare Annibale che si trovava accampato a Canne: gli eserciti romani congiunti vennero annientati. La battaglia è considerata tuttora un capolavoro dell’arte militare, il più riuscito esempio di manovra di accerchiamento compiuta da un esercito numericamente inferiore agli avversari. La schiacciante vittoria cartaginese favorì alcune defezioni; Capua apri le porte ad Annibale, e Bruzi e Lucani abbandonarono Roma, come Siracusa. L’Italia centrale però non conobbe una sola defezione e con il ritorno alla strategia attendista di Fabio Massimo consentì a Roma di riguadagnare gradualmente le posizioni perdute nel Mezzogiorno. Il condottiero cartaginese era in difficoltà, perché nonostante le vittorie non poteva alimentare tanto facilmente i suoi eserciti come Roma, la quale, con enorme sforzo, dopo lo scacco di Canne, riusci a mettere in campo un esercito di 25 legioni. Dopo la sconfitta di Canne le cose per Roma peggiorarono ulteriormente, perché Siracusa nel 214 a.C. era passata ad Annibale e contemporaneamente il re Filippo V di Macedonia si era alleato con i Cartaginesi contro Roma. Roma seppe far fronte alle minacce: nel 211 a.C. il console Claudio Marcello riconquistava Siracusa e l’intervento di Filippo V veniva neutralizzato sul piano diplomatico (prima guerra macedonica*). La svolta decisiva degli eventi si verificò nel 210 a.C. quando a comandare le legioni di Spagna venne inviato Publio Cornelio Scipione, figlio del console che nel 218 a.C. era stato battuto sul Ticino. Il giovane Scipione, che sarà noto col cognomen di Africano, non aveva il titolo per comandare un esercito (aveva ricoperto una carica minore, quella di edile), ma venne scelto appositamente per condurre le operazioni in Spagna dall’assemblea popolare in virtù delle sue qualità personali. Recatosi in Spagna, Scipione raddrizzò la situazione che era peggiorata in quegli anni e tra il 209 a.C. e il 208 a.C. batté ripetutamente ben tre eserciti cartaginesi. Nel 207 a.C. Asdrubale, battuto da Scipione, riusciva a sfuggirgli e a presentarsi nella pianura padana, con l’intenzione di unirsi al fratello, ma i consoli in carica, Caio Claudio Nerone e Marco Livio Salinatore, riuscirono nella valle del Metauro a sbaragliarlo. Annibale non poteva più contare sui rinforzi dalla Spagna e disperando di ottenere soccorsi dalla madrepatria, si vide costretto a ritirarsi nel Bruzio. Scipione riprendendo il progetto fallito cinquant’anni prima ad Attilio Regolo, attaccò Cartagine direttamente in Africa nel 204 a.C. La città fenicia, subiti i primi scacchi, richiamoò Annibale in patria e nel 202 a.C. a Naraggara*, nei pressi di Zama, il condottiero per la prima volta venne battuto. Il trattato di pace imposto da Roma era durissimo, anche se non tale da annientare del tutto Cartagine; le clausole fondamentali prevedevano la consegna di tutta la flotta, tranne dieci navi e il pagamento di una fortissima indennità. Cartagine inoltre doveva rinunciare a tutti i suoi possedimenti al di fuori dell’Africa e riconoscere ai suoi confini un potente regno di Numidia governato da Massinissa, una sorta di gendarme di Roma in Africa; ai Cartaginesi inoltre non era concesso dichiarare guerra senza il permesso di Roma.

Le guerre nel Mediterraneo orientale

56 Pochi anni dopo la conclusione della guerra con Cartagine §

Pochi anni dopo la conclusione della guerra con Cartagine, Roma decise di inserirsi nello scacchiere politico-geografico del Mediterraneo orientale. I Romani infatti erano persuasi che una eventuale minaccia nei loro confronti potesse profilarsi in quel settore. Si temeva cioè che la Macedonia di Filippo V e la Siria di Antioco III, ingrandendosi a spese del regno d’Egitto e delle città greche, potessero prima o poi costituire una minaccia non inferiore a quella rappresentata pochi anni prima da Cartagine. Tuttavia, date le recenti terribili esperienze belliche, l’opinione pubblica e gran parte della classe dirigente, non erano propense a un intervento in Oriente, tanto che, nel 200 a.C. Rodi e Pergamo chiesero aiuti per contrastare la minaccia siriaca in senato si discusse a lungo. Ma il desiderio di alcuni membri della classe dirigente romana di trovare in Macedonia terreno di gloria e di trionfi militari e soprattutto la volontà di vendetta contro un sovrano che, alleandosi con Annibale all’indomani di Canne, aveva colpito Roma in uno dei momenti più bui della sua storia: i comizi centuriati votarono dunque la guerra. Alla fine del 200 a.C. l’esercito romano sbarcò nella città amica di Apollonia. Questa seconda guerra macedonica si trascinò inizialmente senza risultati; solo l’invio di un comandante come Tito Quinzio Flaminino portò alla conclusione del conflitto nel 197 a.C. con la battaglia di Cinocefale, in Tessaglia, in cui Filippo fu sconfitto. Con la pace, Filippo doveva abbandonare i territori greci e consegnare la flotta. Pochi mesi dopo il console Flaminino, in occasione dei Giochi Istmici a Corinto, proclamava solennemente la libertà delle città dell’Ellade. La mossa era stata suggerita dall’opportunità di procurarsi la solidarietà della Grecia in vista di uno scontro con Antioco di Siria, il quale si era ingrandito in Tracia e, a spese dell’Egitto, anche in Asia Minore. Dal canto suo Antioco di Siria, consigliato anche da Annibale, fuggito da Cartagine e rifugiatosi presso di lui, pensava che uno scontro con Roma fosse inevitabile, anche perché la Lega etolica*, scontenta della presenza di Roma, lo invocò come liberatore dai suoi falsi liberatori. Nel 191 a.C. Roma, sollecitata dal re di Pergamo che in Asia Minore era più che mai minacciato dall’espansionismo della Siria, iniziava la guerra siriaca. I Romani, battute le truppe siriache alle Termopili, sbarcarono in Asia Minore e nel 189 a.C. sbagliarono le superiori forze di Antioco a Magnesia. Con la pace di Apamea del 188 a.C., Antioco doveva rinunciare ai possedimenti in Tracia e in Asia Minore.

Trasformazioni politiche e sociali

57 L’espansione romana in Grecia ed in Oriente comincia… §

L’espansione romana in Grecia ed in Oriente comincia a far sentire i suoi effetti sull’assetto istituzionale e sociale di Roma. L’azione di Catone il Censore è il segno più chiaro della crisi. Il primo attacco lo sferra ad Acilio Glabrione, il vincitore delle Termopili, accusandolo di avere intascato nascostamente del denaro. Anche a Lucio, fratello dell’Africano, intenta un processo con la medesima accusa. L’Africano interviene personalmente stracciando in aula i registri e sfidando chiunque ad accusare colui che ha vinto Annibale e ha salvato Roma (187 a.C.). Tre anni più tardi, quando Catone diviene censore, la denuncia colpisce lo stesso Africano. L’accusa è di tradimento. Scipione rifiuta di rispondere alle accuse e si ritira nella sua villa di Literno, dove poco dopo la morte porrà fine alla sua esistenza. Colpendo l’Africano, Catone colpiva soprattutto una spinta verso l’individualismo che rischiava di mettere in pericolo la gestione collettiva della politica da parte della nobilitas. Oltre al processo agli Scipioni, un altro grave episodio è sintomo d’una profonda frattura nella comunità. La repressione sanguinosa dei baccanali*. Le feste in onore di Bacco (Dioniso in greco), provocarono la morte di moltissime persone. L’atteggiamento del governo di Roma nei confronti di un movimento che era primariamente religioso potrebbe apparire sorprendente. Preoccupava piuttosto che i devoti di Bacco si fossero dati un’organizzazione interna che poteva configurarsi come una sorta di Stato all’interno dello Stato romano, o meglio, contro lo Stato romano.

La terza guerra macedonica

58 I rapporti con la Macedonia ebbero uno strascico… §

I rapporti con la Macedonia ebbero uno strascico bellico pochi anni più tardi quando Perseo, figlio di Filippo V, volle tentare la rivincita contro Roma; con la vittoria di Pidna del 168 a.C. la partita fu chiusa e i Romani cancellarono il regno di Macedonia, che venne diviso in quattro piccole repubbliche tributarie di Roma. La stessa Rodi, sospettata di simpatie verso la Macedonia, venne privata del suo primato marittimo-commerciale; Delo divenne porto franco, nel quale cioè le merci in entrata e uscita erano esentate dai consueti dazi. Quando nel 149 a.C. la Macedonia tentò un’estrema rivolta guidata da un certo Andrisco, il suo territorio venne incorporato come provincia dello stato romano; nel 146 a.C. anche le città greche appartenenti alla Lega Achea*, che avevano iniziato una ribellione, furono battute a Leucopetra, dalle forze del pretore Quinto Cecilio Metello, e la città di Corinto fu distrutta. Di conseguenza tutta la Grecia venne sottoposta al diretto controllo di un magistrato che governava la Macedonia.

La terza guerra punica

59 Nel medesimo anno in cui Corinto era data alle fiamme §

Nel medesimo anno in cui Corinto era data alle fiamme, veniva distrutta anche un’altra città simbolo del mondo antico, Cartagine. Per comprendere come ciò sia potuto avvenire è necessario un passo indietro. La città fenicia, dopo la conclusione della seconda guerra punica, aveva mantenuto fede agli impegni e con i suoi mezzi navali aveva persino aiutato Roma impegnata nelle lotte in Oriente; nel 195 a.C. si era anche liberata di Annibale, che aveva tentato di rinnovare in senso più democratico le strutture costituzionali della città. Ma nonostante le ripetute prove di fedeltà ai trattati e di ossequio, un largo settore della classe dirigente romana, guidata da Marco Porcio Catone, continuava a guardare a Cartagine come a un potenziale pericolo. In realtà Cartagine, pur godendo ancora di una fiorente economia commerciale, non poteva più costituire una seria minaccia per Roma. Ciò nonostante, durante tutta la prima metà del II secolo Roma aveva più volte favorito il regno numidico di Massinissa a danno di Cartagine, che ripetutamente si era vista strappare, senza potersi difendere, lembi del suo territorio rivendicati dal sovrano numida protetto da Roma. Nel 151 a.C., Cartagine, esasperata dalle sopraffazioni di Massinissa, prese l’iniziativa di dichiarargli guerra senza chiedere il permesso, come avrebbe dovuto, al senato romano. In tal modo i seguaci di Catone, appoggiati da chi vedeva nella conquista dei Cartagine un bottino immenso e un territorio fertilissimo, ebbero buon gioco. Nel 149 a.C. Roma dichiarò dunque guerra a Cartagine, e i Cartaginesi, coscienti della propria inferiorità, si affrettarono ad umiliarsi, dimostrando di volere la pace ad ogni costo e giungendo ad accettare le dure condizioni poste da Roma. Ma il senato mirava ben oltre e giunse ad imporre una condizione inaccettabile: Cartagine doveva esse distrutta e ricostruita nell’entroterra, a non meno di 10 miglia dalla costa. A questo punto i Cartaginesi, ben a ragione, compresero che il destino della loro città era segnato e pertanto decisero di resistere a oltranza. Il lungo e difficile assedio venne risolto solamente nel 146 a.C. sotto il comando di Publio Cornelio Scipione Emiliano, entrato per adozione nella famiglia degli Scipioni. La città fu saccheggiata e rasa al suolo, il suo territorio trasformato nella nuova provincia romana d’Africa. Roma si accampava cosi ad Oriente e Occidente su tutto il Mediterraneo, imponendo dovunque con la forza delle armi e della sua organizzazione, la pace romana.

La Spagna

60 All’indomani della seconda guerra punica la fascia sud-orientale… §

All’indomani della seconda guerra punica la fascia sud-orientale della penisola iberica, strappata ai Cartaginesi, fu divisa in due province, la Spagna Citeriore e la Spagna Ulteriore (le due province comprendevano solamente le regioni costiere della Spagna meridionale e del Levante), governate da due pretori; il dominio romano sarà pero a lungo contrastato dai bellicosi Lusitani dell’interno, che terranno testa a Roma fin oltre la metà del II secolo a.C. Nella metà del II secolo a.C. Roma dovette affrontare la ribellione dei Celtiberi e dei Lusitani, la quale costrinse i Romani a lasciare quasi costantemente in Spagna forti eserciti. Le sconfitte numerose e le vittorie mai decisive causarono malcontento tra i legionari romani e le truppe degli alleati italici: malcontento che sfociò in clamorosi episodi di renitenza alla leva. La durezza della situazione costrinse i magistrati romani a creare un tribunale speciale per perseguire i reati di concussione, la quaestio perpetua de repetundis, su tutti i casi di abuso di potere da parte dei governanti provinciali (149 a.C.). Dopo la conclusione della lunga e difficile guerra contro i Lusitani (147-139 a.C.), la lotta si concentrò intorno alla città celtibera di Numanzia. Nel 133 a.C. Scipione Emiliano, dopo che un esercito romano fu sconfitto nel 137 a.C., riuscì a prendere e a distruggere la città come aveva fatto tredici anni prima con Cartagine.

L’età dei Gracchi

61 La tradizione storiografica aristocratica con la sua polemica… §

La tradizione storiografica aristocratica con la sua polemica contro il tribunato della plebe, la più eversiva di tutte le cariche, ha canonicamente identificato nell’età dei Gracchi l’origine della degenerazione dello Stato romano. Se una schematizzazione di questo genere è senz’altro eccessiva e di parte, è indubbio che in tale periodo vennero drammaticamente a maturazione fenomeni e problemi tra loro connessi che affondavano le loro radici nell’espansione del dominio romano. Fenomeni e problemi causati da queste trasformazioni: ✓ l’aumentato peso del capitale mobile, commerciale e finanziario, cui corrispose l’accresciuta importanza della classe dei cavalieri che lo monopolizzavano ✓ la crisi della piccola azienda agricola cui conseguì il declassamento di molti ex piccoli proprietari alla condizione di proletariato rurale o di sottoproletariato urbano ✓ l’enorme accrescimento numerico degli schiavi, che finirono con l’ammontare ad alcuni milioni e che, con la loro crescente pressione, introdussero nella società romana un elemento di precarietà sempre più minaccioso, destinato ad esplodere ripetutamente in sanguinose rivolte. L’espansione del capitale mobile derivò dalle conquiste nel modo più diretto. Dopo ogni vittoria venivano portate a Roma immense ricchezze, ma il bottino di guerra era a sua volta poca cosa rispetto al sistematico sfruttamento delle province che cominciava dopo la conquista. I magistrati romani di norma si arricchivano scandalosamente alle spalle dei loro amministrati. D’altra parte la mancanza di ogni apparato statale che sopperisse alle mille necessità dell’amministrazione rendeva necessario affidare in appalto a cittadini privati sia l’esecuzione dei lavori pubblici, sia la riscossione delle imposte; tali appalti erano ambiti da gruppi di uomini di affari molto ricchi, i quali costituivano delle societates pubblicanorum. In particolare, queste società provvedevano alla riscossione delle imposte, nella quale gli appaltatori estorcevano ai provinciali i più elevati contributi e versavano allo stato il minimo possibile. Nello sfruttamento delle province si commisero tali eccessi che nel 149 a.C. fu varata la lex Calpurnia, la quale istituiva un tribunale permanente per giudicare i reati di concussione; ma l’efficacia del provvedimento non corrispose alle intenzioni, sia perché in pratica si pensò più a salvaguardare i diritti dell’erario romano, sia perché i membri del tribunale appartenevano alla nobilitas, la stessa classe sociale degli imputati. Né le cose migliorarono quando, su proposta di Caio Gracco, i giudici furono reclutati fra i cavalieri, perché costoro, se non erano governatori delle province, costituivano comunque il ceto sociale degli esosi appaltatori. Sin dal 218 a.C., una lex Claudia aveva proibito ai senatori di occuparsi dei commerci e, nonostante le frequenti evasioni, li aveva perciò esclusi dal circuito di affari e di speculazioni; possessori del capitale mobile erano diventati quindi i cavalieri (equites). Organizzati sulla base di un censo di 400.000 sesterzi, essi comprendevano figli e fratelli di senatori, ricchi proprietari terrieri, pubblicani, uomini d’affari. Esclusi dalle cariche pubbliche, essi erano comunque interessati a difendere i propri interessi e ad entrare a far parte del tribunale permanente che perseguiva le estorsioni (quaestio perpetua de repetundis). Mentre per i cavalieri e le alte classi dirigenti la formazione dell’impero forniva abbondanti occasioni di speculazione e di arricchimento, per la piccola proprietà agricola essa era causa di una rapida e progressiva rovina. Coloro che un tempo avevano posseduto e coltivato modesti appezzamenti di terreno, costretti dalle lunghe guerre in paesi lontani ad abbandonare la loro professione tradizionale, si erano trasformati in soldati di mestiere, sia perché vedevano nelle attività militari la principale fonte di guadagno, sia perché l’assenza prolungata aveva compromesso le loro piccole aziende e li aveva perciò indotti o costretti a disfarsene. D’altra parte il grano veniva importato a basso costo dalle province (Sicilia e Africa), e le tradizionali colture italiche vennero sostituite dalla coltivazione della vite, dell’ulivo, degli orti, dei frutteti e dall’allevamento del bestiame, le quali richiedevano l’impiego iniziale di capitali cospicui. Il modello di proprietà tendeva a diventare la grande azienda agricola (villa rustica), basata sullo sfruttamento intensivo di schiavi. Sprovvisti di capitali necessari e perciò impossibilitati a sostenere la concorrenza, un numero sempre più crescente di piccoli proprietari era spesso stato costretto a vendere. Molti affluivano a Roma in cerca di un’occupazione, e questo contribuì a creare una massa urbana sempre più consistente: la città crebbe di dimensioni, iniziando la sua trasformazione in grande metropoli, con tutti i conseguenti problemi di sussistenza e di approvvigionamento. Il moltiplicarsi delle grandi tenute con personale costituito da schiavi, spesso trattato in modo disumano, creò i presupposti per il ripetuto esplodere di rivolte servili. La Sicilia fu il teatro dei più gravi moti di schiavi, che ebbero luogo nel 140-132 a.C. e nel 104-100 a.C. La prima rivolta, partita da Enna, dopo diversi fallimenti fu domata solo con l’intervento del console Publio Rupilio. La vendetta dei dominatori si abbatté terribile sui ribelli, che vennero crocifissi e migliaia nella campagne intorno ad Enna. L’accelerarsi dei mutamenti nella compagine sociale non mancò di ripercuotersi sugli equilibri che avevano regolato la stabilità della classe dirigente romana. Cominciarono a delinearsi due fazioni, entrambe scaturite dalla nobilitas: gli optimates, sostenitrici dell’autorità e delle prerogative del senato, e i populares, che si consideravano difensori dei diritti del popolo e propugnavano la necessità di ampie riforme in campo politico e sociale. Come sappiamo, le terre confiscate ai nemici costituivano l’agro pubblico (ager publicus), proprietà demaniale che la repubblica destinava alla fondazione di colonie o distribuiva fra i cittadini riservandosi di esigere una tassa (vectigal). Dal punto di vista giuridico l’assegnazione di un appezzamento era aperta a tutti i Romani, di fatto tuttavia, gli aristocratici erano riusciti ad assicurarsi gran parte dell’agro e consideravano i terreni ottenuti come un’autentica proprietà privata. Nel 134 a.C. Tiberio Sempronio Gracco, non ancora trentenne, veniva eletto tribuno della plebe per l’anno seguente. Il giovane apparteneva ad una delle famiglie più influenti della nobilitas romana. Le proposte avanzate da Tiberio del 133 a.C. miravano a stroncare le consuetudini arbitrarie degli aristocratici. Esse stabilivano che nessuno potesse possedere più di 500 iugeri di ager publicus, con l’aggiunta di 250 iugeri per ogni figlio fino forse ad un massimo di 1000 iugeri. Le eccedenze dovevano essere restituite al demanio, che avrebbe provveduto a ripartire fra i cittadini meno abbienti; per l’esecuzione delle riforme i comizi tributi avrebbero eletto una commissione di tre membri (triumviri agris judicandis adsignandis), incaricata di distinguere le terre private e di ridistribuire le quote eccedenti i limiti previsti. Benché la lex Sempronia fosse tutt’altro che rivoluzionaria, in quanto si limitava a rivendicare al demanio quella proprietà pubblica che già gli spettava, la nobiltà senatoriale, si oppose e trovò nel tribuno Marco Ottavio l’uomo disposto a bloccare col veto le proposte di Tiberio. Questi fece deporre dai comizi tributi l’avversario, reo di essersi messo in aperto contrasto con gli interessi del popolo: la legge fu approvata. Lo stesso Tiberio, il fratello minore Caio Gracco e il suocero Appio Claudio, nominati triumviri, procedettero ad attuare la riforma, malgrado la tenace resistenza di coloro che vedevano colpiti i loro interessi. Nell’estate del 133 a.C., due fatti nuovi fecero precipitare la situazione. In primo luogo, il re di Pergamo, Attalo III, venendo a morte, lasciò il proprio regno in eredità al popolo romano, e Tiberio propose ai comizi tributi di impiegare il tesoro del sovrano defunto per finanziare la riforma agraria. In secondo luogo, poiché era evidente che questa si sarebbe arenata senza l’appoggio costante di tribuni decisi ad attuarla, Tiberio avanzò la propria candidatura al tribunato anche per l’anno seguente. Estendere la sovranità dell’assemblea popolare alla politica estera significava toccava prerogative che riservavano al senato ogni decisione in questo campo; riproporre la propria candidatura al tribunato rompeva una consuetudine molto radicata e rispettata. Di fronte alle nuove iniziative del tribuno, l’opposizione conservatrice decise di impegnarsi nello scontro risolutivo. In una riunione del senato il pontefice massimo Scipione Nasica fece approvare la sospensione delle leggi, e nel corso dei comizi elettorali un gruppo di senatori e di avversari assalì e uccise Tiberio insieme a molti suoi sostenitori. La morte di Tiberio Gracco non pose fine all’attività della commissione triumvirale, poiché anche i reazionari più decisi non osarono abolire la legge agraria. Nel 123 a.C. fu eletto tribuno della plebe Caio Gracco, fratello minore di Tiberio e componente della commissione agraria fin dalla sua costituzione. La legge agraria fu ritoccata e perfezionata. Inizialmente Caio fece approvare dai comizi tributi una legge frumentaria, per la quale lo Stato si impegnava ad ammassare notevoli quantità di frumento nei suoi magazzini e a rivendere ad un prezzo politico fisso, alquanto minore di quello del mercato libero. Si sanciva così il dovere della repubblica di intervenire in difesa dei ceti più poveri, i quali erano interessati a sostenere la politica di riforme promossa dal tribuno. Con la legge giudiziaria Caio riuscì a spezzare il monopolio del senato nell’amministrazione della giustizia, e ad affidare il controllo dei tribunali permanenti ai cavalieri: i processi contro i rei di concussione non diventavano più equi, perché i cavalieri avevano troppi interessi nelle province, ma l’ordine equestre diveniva più importante e Caio se ne assicurava l’alleanza. Allo stretto monopolio dei cavalieri furono affidati anche gli appalti della riscossione dei tributi della nuova provincia d’Asia. Esauritosi l’agro pubblico disponibile, la riforma agraria aveva perduto gran parte del suo significato; Caio pensò allora di provvedere alla sistemazione di altri gruppi di cittadini poveri mediante una legge sulla deduzione delle colonie, in base alla quale furono fondate Minervia nel Bruzio, Neptunia presso Taranto, e decisa la fondazione di Iunonia presso Cartagine. Egli propose inoltre di estendere la cittadinanza romana almeno ai Latini. L’oligarchia senatoria, i cui privilegi venivano minati da questi e da altri progetti di Caio, tra cui la proposta di concedere la cittadinanza romana ai Latini e la cittadinanza latina agli altri Italici, per contrastarlo si servì di un altro tribuno, Marco Livio Druso. Approfittando dell’assenza di Caio, Druso fece proposte di inusitata larghezza, come la fondazione di ben dodici nuove colonie. Al suo ritorno a Roma Caio si rese conto che la situazione politica era cambiata e la sua popolarità in grave declino. Candidandosi al tribunato per il 121 a.C., non venne rieletto. Il suo tentativo di fondare la colonia a Cartagine fu bloccato e gli ostacoli aumentarono. Caio Gracco e i suoi sostenitori vennero dichiarati nemici pubblici, il senato fece ricorso al senatum consultum ultimum, con cui veniva sospesa ogni garanzia istituzionale. Il console Lucio Opimio ordinò il massacro dei sostenitori di Gracco. Molti caddero e lo stesso Caio si fece uccidere da uno schiavo. Poiché le riforme rispondevano a problemi reali, gli ottimati non osarono abolirle, ma ne ridussero gli effetti, soprattutto quelli della legge agraria*.

62 Nel 133 a.C §

Nel 133 a.C. il re di Pergamo Attalo III aveva lasciato il suo regno ai Romani, fatta eccezione per le città ed i loro territori. Una rivolta tenne a lungo testa alle pretese di annessione territoriale avanzate da Roma. Solo nel 129 a.C. la ribellione poté essere piegata e si poté organizzare il nuovo territorio nella provincia d’Asia. Nel 118 a.C., dopo avere sconfitto le tribù celto-liguri e galliche, fu organizzata intorno alla colonia romana di Aquae Sextiae la nuova provincia narbonese. Consolidato il possesso delle isole verso la Spagna (Sardegna e Corsica), nel 132 a.C. furono conquistate anche le Baleari, che erano divenute base di attività piratesche, con la fondazione delle colonie di Palma e Pollenzia.

La guerra giugurtina

63 Nel 118 a.C §

Nel 118 a.C. morì il re di Numidia Micipsa, ed il suo regno fu conteso tra i suoi tre eredi principali, Iempsale, Aderbale e Giugurta. Quest’ultimo fece ben presto uccidere Iempsale e ridusse a mal partito Aderbale, che invocò l’intervento di Roma. Il senato provvide allora a dividere la Numidia in due parti, delle quali l’orientale facente capo alla città di Cirta assegnò ad Aderbale, l’occidentale a Giugurta. Ma costui rimase insoddisfatto della decisione romana e nel 113 a.C. invase la regione affidata ad Aderbale, ponendo assedio a Cirta. Verso l’estate nel 112 a.C. la città capitolò ed egli, incurante delle ambascerie di Roma, e degli impegni assunti nelle trattative, fece trucidare non solo il rivale, ma anche i Romani e gli Italici che vi svolgevano la loro attività. Sotto l’impulso dei cavalieri, più direttamente colpiti dagli eccidi di Cirta, Roma si vide costretta a scendere in guerra nel 111 a.C. Le operazioni militari vennero condotte così fiaccamente che, tra accuse di corruzione e inchieste*, nel 109 a.C. fu inviato in Africa il console Quinto Cecilio Metello, del cui seguito faceva parte come legato, Caio Mario. Nonostante le vittorie, mai comunque risolutive, nel 107 a.C., dopo le forti proteste degli ambienti commerciali, Caio Mario venne eletto console, e, con un plebiscito, gli venne affidato il comando della guerra contro Giugurta. Mario era un homo novus* uscito dall’ambiente dei ricchi possidenti equestri e della carriera militare. Il fatto più rivoluzionario non fu tanto l’elezione di Mario al consolato, quanto il nuovo metodo da lui seguito nel raccogliere i soldati da condurre in Africa, che furono reclutati anche tra i nullatenenti*. Per quanto riguarda la campagna in Numidia, neppure Mario riuscì ad ottenere quella vittoria definitiva tanto auspicata. La guerra di trascinò fino al 105 a.C. e fu risolta mediante un intrigo intessuto da Lucio Cornelio Silla, allora legato di Mario, che indusse il re di Mauretania Bocco, suocero e alleato di Giugurta, a tradire il parente e a consegnarlo ai Romani. Nel gennaio del 104 a.C. Mario celebrò il suo trionfo nella capitale, mentre Giugurta fu giustiziato.

Cimbri e Teutoni e la riforma dell’esercito

64 Mentre Mario si trovava ancora in Africa §

Mentre Mario si trovava ancora in Africa, giunse a Roma la notizia che l’esercito romano, comandato da due consoli incapaci, presso Arausio (Orange, nel sud-est della Francia) era stato sconfitto in modo disastroso da Cimbri e Teutoni (105 a.C.). Mentre a Roma cresceva la polemica verso l’incapacità dei generali d’origine nobiliare, Mario venne rieletto console e gli fu affidato il comando della guerra. Quando i Teutoni decidono di avanzare verso le Alpi, partendo dalla Gallia meridionale, sono sbaragliati da Mario ad Aquae Sextiae nel 102 a.C.; mentre i Cimbri, scesi lungo la valle dell’Adige, sono sterminati da Mario ai Campi Raudii (una località nel Veneto, tra l’Adige e il Po). Dal punto di vista militare le innovazioni introdotte da Mario diedero all’esercito romano quell’aspetto che esso conservò sino ai primi secoli dell’impero: l’unità tattica fondamentale fu la legione, costituita da 6.000 uomini e ripartita in 10 coorti di 600 uomini l’una. La coorte era a sua volta articolata in tre manipoli, composti di due centurie. Il suo lavoro di riorganizzazione toccò quasi tutti gli aspetti dell’attività militare, dall’addestramento individuale, all’equipaggiamento, all’armamento, alle stesse insegne della legione.

65 Nel 103 a.C §

Nel 103 a.C. il tribuno Lucio Apuleio Saturnino, legato di Mario, era riuscito a far approvare una lex de majestate contro ogni non meglio determinata “offesa alla grandezza del popolo romano”: una legge così vaga e imprecisa che avrebbe permesso di mettere sotto accusa qualsiasi membro della classe senatoriale ostile ai deliberati dell’assemblea popolare o alle proposte dei tribuni. Nello stesso anno, Saturnino, in cambio dell’aiuto prestatogli da Mario per l’elezione a tribuno, ottiene la concessione per i veterani di Mario di cospicue terre nella provincia d’Africa. Nel 101 a.C. un altro tribuno della plebe di parte mariana, Caio Servilio Glaucia, riesce a togliere di nuovo il controllo dei tribunali ai senatori. Nel 100 a.C. Mario venne eletto al suo sesto consolato; Saturnino era stato rieletto tribuno della plebe e Caio Glaucia è pretore. Il controllo dello Stato è saldamente in mano alla parte mariana. La proposta di Saturnino di fondare colonie nella Gallia meridionale e distribuire terre ai veterani romani, latini e italici trova l’opposizione del senato. Gli alleati di Mario rilevano sfrenate ambizioni personali. Glaucia si presenta candidato al consolato mentre ricopre ancora la pretura, Saturnino ottiene la rielezione a tribuno. Scoppiano gravi tumulti e il senato proclama il senatum consultum ultimum e Mario, come console, si trovò nella situazione di doverlo applicare contro i suoi alleati politici. Saturnino e Glaucia furono uccisi, ma il prestigio di Mario uscì fortemente compromesso dalla vicenda.

66 Mentre Roma si accingeva a concludere le guerre cimbriche §

Mentre Roma si accingeva a concludere le guerre cimbriche, in Oriente era divenuta sempre più manifesta e pericolosa per la navigazione l’azione dei pirati che praticavano la loro attività nel mare Egeo. La creazione di un porto franco a Delo aveva enormemente incentivato le loro opere di razzia. Nel 102 a.C. Roma decise di intervenire con la creazione di una nuova provincia costiera (la Cilicia) con la principale funzione di proteggere il commercio marittimo. Quasi contemporaneamente, nel 104-100 a.C., una nuova rivolta servile aveva sconvolto la Sicilia ed era stata repressa con molte difficoltà.

67 Il decennio successivo si aprì tra forti tensioni… §

Il decennio successivo si aprì tra forti tensioni sociali e politiche, processi e rese dei conti tra le parti che si erano contrapposte durante le guerre giugurtina e germaniche ed i ripetuti consolati di Mario. Continuava il conflitto fra senatori e cavalieri per impadronirsi in esclusiva dei tribunali permanenti per i processi di concussione. Un coraggioso tentativo per superare questa situazione fu compiuto da Marco Livio Druso (figlio dell’omonimo Druso che si era opposto a Caio Gracco), che, asceso al tribunato nel 91 a.C., propose un complesso di leggi, riassumibile nei seguenti punti: ✓ Restituzione dei tribunali ai senatori ✓ Ammissione dei cavalieri al senato, che avrebbe dovuto aumentare di 300 membri ✓ Ripresa della riforma agraria, fondazione di nuove colonie, accrescimento delle distribuzioni semigratuite di grano ai nullatenenti ✓ Estensione della cittadinanza romana agli Italici Ancora una volta l’opposizione fu vastissima e fu trovato il modo di dichiarare nulle tutte le sue leggi. Quando però Druso venne assassinato, le aspettative e i contatti erano ormai molto avanzati e l’esasperazione e il sentimento di ribellione degli Italici avevano raggiunto un punto di non ritorno.

La guerra sociale

68 Con le conquiste §

Con le conquiste, l’Italia era penetrata nel bacino del Mediterraneo e gli scambi commerciali avevano sempre più unificato le comunità della popolazione italica. Le aristocrazie romane ed italiche tendevano a perdere molte delle loro ancestrali particolarità e tutto il modo di vivere della gente di rango veniva stemperandosi in un fondo comune fortemente impregnato di ellenismo. Essa diveniva inaccettabile quando serviva a giustificare una disuguaglianza di trattamento che si manifestava in tutti gli aspetti della vita civica NON E’ CHIARO. La condizione di cittadino romano era divenuta sempre più vantaggiosa* e ciò aumentava l’irritazione e le rivendicazioni degli Italici, consci di avere ampiamente contribuito alla vittoria nelle recenti campagne contro i Cimbri e i Teutoni. L’assassinio di Druso per il contesto politico nel quale era maturato indicava chiaramente agli Italici che le loro speranze di ottenere la cittadinanza romana non sarebbero mai state soddisfatte per le vie legali. Perciò essi concertarono una vasta sollevazione armata, che coinvolse i Piceni, i Marsi, i Peligni, i Vestini e, più a sud, i Sanniti e i Lucani. Cosi fra il 91 a.C. e il 90 a.C. ebbe inizio quella guerra che una tempestiva attuazione delle proposte drusiane avrebbe potuto evitare, e che si disse sociale appunto perché mossa dai socii, dagli alleati Italici. I ribelli si organizzarono in un’unica confederazione e scelsero come loro capitale Corfinium, ribattezzata Italica. La guerra fu lunga e sanguinosa. I Romani si trovarono a combattere contro gente armata e addestrata allo stesso loro modo. Visto l’andamento incerto del conflitto e per evitare che la ribellione dilagasse ulteriormente, i Romani dovettero allora concedere il diritto di cittadinanza a tutti i soci non secessionisti (lex Iulia de civitate), e poco dopo, all’inizio del 89 a.C., approvarono una legge per la quale la cittadinanza veniva estesa a tutti i soci che, interrompendo le ostilità, l’avessero chiesta entro due mesi (lex Plautia Papiria). Nel medesimo anno venne concesso il diritto latino alle comunità alleate del nord del Po (lex Pompeia). Nel nuovo quadro politico determinato da questi provvedimenti, anche le operazioni militari furono intensificate, sicché la campagna dell’89 a.C. volse decisamente a vantaggio di Roma. All’inizio dell’88 a.C. i ribelli dovettero evacuare la loro stessa capitale, e i nuclei di resistenza armata si ridussero a Nola e ad alcune zone del Bruzio, della Lucania e del Sannio. In pratica la guerra era conclusa, ma per vincere Roma aveva dovuto accogliere le richieste fondamentali dei soci. La base dello Stato veniva ora allargata a tutte le genti della penisola, e da questa nuova impostazione sarebbe col tempo derivata una maggiore omogeneità fra le regioni italiche, le cui tradizioni particolari, diverse da popolo a popolo, sarebbero alla distanza scomparse sin quasi a non lasciare traccia.

La guerra in Oriente

69 La conclusione della guerra sociale §

La conclusione della guerra sociale, pur destinata a produrre a lunga scadenza effetti positivi, lasciava per il momento Roma in una situazione difficile in Oriente, dove il re del Ponto Mitridate VI aveva approfittato delle difficoltà di Roma per mettersi a capo di un vasto movimento di riscossa dell’Oriente. Alleatosi con tutti i nemici virtuali dell’Urbe, dai pirati del Mediterraneo alle popolazioni provinciali oppresse, alle città della Grecia, a Tigrane, re dell’Armenia, nella primavera dell’88 Mitridate attaccò direttamente i domini romani d’Asia Minore e, sopraffatte le guarnigioni locali, fu presto padrone di tutta l’Asia. Per suo ordine più di ottantamila tra Romani e Italici, compresi donne e bambini, vennero massacrati. Roma aveva dichiarato guerra a Mitridate sin dall’89 a.C., ma, impegnata nella guerra sociale, non aveva potuto prendere da principio nessuna iniziativa adeguata. Per evitare la perdita definitiva della provincia d’Asia, nella quale a Roma era rimasta l’isola di Rodi, e le conseguenti gravi ripercussioni economiche, i Romani decisero di agire ed affidarono il comando della guerra a Lucio Cornelio Silla, uno dei consoli dell’88 a.C. Mentre Silla accelerava le operazioni intorno a Nola per poter marciare al più presto contro Mitridate, a Roma il tribuno della plebe Publio Sulpicio Rufo, che era stato amico di Druso, si adoperava per privarlo del comando della guerra. Nello stesso tempo si dibatte la questione dell’iscrizione dei nuovi cittadini nelle tribù. La legge prevedeva che essi fossero iscritti in nuove tribù (8 o 10). Così i nuovi cittadini non avrebbero conquistato il controllo dei comizi, come sarebbe avvenuto se essi, più numerosi dei vecchi cittadini, fossero stati distribuiti nelle 35 tribù tradizionali. Il tribuno Sulpicio intese eliminare questa restrizione e presentò un plebiscito contro l’istituzione delle nuove tribù. La proposta venne appoggiata anche da Caio Mario, sia per la sua tradizionale disponibilità nei confronti degli ex alleati sia per il desiderio di crearsi una nuova base politica e farsi assegnare la guerra contro Mitridate VI. Il plebiscito fu approvato, e il comando della guerra in Oriente venne tolto a Silla per essere affidato a Mario. Allora Silla marciò su Roma, dove, con la forza delle armi, gli fu facile costringere gli oppositori alla fuga. I frutti della riforma mariana dell’esercito stavano maturando: per la prima volta l’esercito veniva usato non per la difesa della repubblica, ma per risolvere con la violenza un contrasto politico. La necessità di partire al più presto per l’Oriente impedì a Silla di consolidare la vittoria conseguita contro l’opposta fazione: egli si limitò ad immettere nel senato 300 nuovi membri a lui fedeli e ad imporre che nessuna proposta di legge potesse essere presentata ai comizi tributi senza la preventiva approvazione del senato. Salpò quindi alla volta dell’Oriente (87 a.C.). Nel frattempo però, in Italia, una violenta ribellione armata, guidata da Mario e Lucio Cornelio Cina, aveva rovesciato la situazione, abrogato i provvedimenti sillani e destituito Silla dal comando della campagna d’Oriente (che egli peraltro continuò a tenere di fatto). Mario e Cinna imposero quindi a Roma un regime terroristico, traendo vendetta dei loro nemici e facendosi eleggere al consolato per ’86 a.C.; ma all’inizio di tale anno Mario morì. In Oriente Mitridate, sconfitto dagli eserciti di Silla e di Livio Valerio Flacco (inviato da Cinna), intavolò trattative di pace, che si conclusero nell’85 a.C. a Dardano (nella Troade). Le condizioni, molto miti, stabilivano che Mitridate doveva evacuare i territori occupati, pagare un’indennità di guerra e consegnare la propria flotta. Silla si recò quindi in Grecia (84 a.C.), con le sue truppe (nel frattempo l’esercito di Flacco venne incorporato) e con un immenso bottino, dove si dedicò con calma a preparare la spedizione punitiva in Italia.