Indice dei paragrafi · 27
  1. La storiografia è la narrazione di eventi storici…
  2. Storiografia
  3. Retorica
  4. Ermeneutica
  5. Cesura
  6. Logografo
  7. All’inizio ci fu il Mito (EPOS)
  8. Ecateo di Mileto
  9. La novità delle Genealogie é la critica al…
  10. * (In precedenza
  11. La sua attitudine laica che ispirò la revisione…
  12. Etnografi (scienza descrittiva dei caratteri culturali propri dei…
  13. XANTO di Lidia
  14. Cronografi (esposizione cronologica di fatti storici)
  15. ELLANICO fu il più grande cronografo del V secolo
  16. IPPIA di Elide
  17. A Carone si attribuiva una produzione molto variegata…
  18. Secondo Dionigi di Alicarnasso prima di Erodoto e…
  19. Erodoto Erodoto nacque ad Alicarnasso (Asia Minore)
  20. Le Storie La sua unica opera si chiama Le storie
  21. Lo storico accenna ad uno scopo tanto vasto
  22. L’obiettivo è di attestare la precarietà della vita…
  23. In molti passi delle Storie possiamo trovare novelle…
  24. Erodoto oggi L’opera di Erodoto ha avuto valutazioni…
  25. La questione tucididea (problema delle revisioni nel testo)…
  26. Nelle Storie Atene è il vero eroe tragico
  27. Autore Loc
STORIOGRAFIA

Introduzione alla storiografia greca

TESTO ORIGINALE DELL’AUTORE — NON MODIFICATO

La storiografia

01 La storiografia è la narrazione di eventi storici… §

La storiografia è la narrazione di eventi storici secondo determinati principi metodologici, nata come scienza presso gli antichi Greci a partire dai sec. VI-V a.C., con la grande figura di Erodoto e Tucidide che però è spinto ad una continua ricerca di rapporti di causa ed effetto, costituendo un modello per tutta la storiografia antica. Altre figure importanti della classicità sono Senofonte e Teopompo, più attenti ai problemi stilistici. La storiografia è nata come frutto dell'inesausto stimolo conoscitivo della natura greca e segnò il passaggio dall'epica alla prosa. L'adozione della prosa significò il distacco dai condizionamenti non solo tematici e stilistici ma anche mentali della tradizione poetica. La prosa, infatti, risulta molto più adatta ad una descrizione analitica e veritiera della realtà.

Lo storico nel mondo antico : storia e retorica

02 Storiografia §

Storiografia: l'attività, la pratica di scrivere opere storiche, sulla base di documenti e secondo particolari criteri metodologici, attraverso cui l'autore dà una sua interpretazione agli avvenimenti e alle cause che li hanno determinati.

03 Retorica §

Retorica: nell'antichità classica e durante tutto il medioevo, l'arte del comporre e del parlare con eleganza rispettando certe regole formali codificate.

04 Ermeneutica §

Ermeneutica: l'arte di interpretare documenti e testi antichi.

05 Cesura §

Cesura: nella poesia classica, pausa nel ritmo di un verso, coincidente con la fine di una parola all'interno di un piede centrale: cesura maschile o forte, se dopo un'arsi; cesura femminile o debole, se dopo una tesi.

06 Logografo §

Logografo: nome dato ai più antichi storici greci prima di Erodoto, che narravano le origini mitiche delle città.

Le origini

07 All’inizio ci fu il Mito (EPOS) §

All’inizio ci fu il Mito (EPOS). Mentre i poemi epici iniziavano con un canto alla musa, cioè il canto epico è ispirato dagli dèi, gli storici già dal V secolo a.C., appongono in cima alle loro opere un “sigillo” con il proprio nome: portano se stessi, e la ricerca, quale garanzia del racconto da loro offerto. La storia nasce come narrazione dei fatti umani, in questo risiede la sua specificità rispetto ad altre forme letterarie. Il primo storico greco va considerato Ecateo di Mileto, rappresentante di quella scuola ionica intellettuale filosofica che preparo la nascita della storiografia.

Ecateo e l'origine della storia

08 Ecateo di Mileto §

Ecateo di Mileto, vissuto attorno al 500 a.C. (il 476 a.C. è una possibile data in cui localizzare l’anno della sua morte), fu tra i primi autori di scritti di storia e geografia in prosa del mondo greco, oggi perduti (le testimonianze principali su Ecateo provengono da Erodoto). Di grande importanza fu l'opera intitolata Storie o Genealogie, in ragione delle quali si è considerato Ecateo come l’iniziatore di un pensiero storico e ‘laico’. Il metodo genealogico si proponeva infatti di affrancare l’avvicendarsi delle generazioni dal dominio del mito e della circolarità; iniziava così a prendere corpo una concezione lineare del tempo, del quale si cercava di restituire una successione cronologica e attendibile. Celebre l’esordio e la sphregís della sua opera storica, una forte presa di posizione contro la tradizione: Ecateo di Mileto così racconta (mythetai): "scrivo queste cose come a me sembrano essere vere, infatti, secondo quanto a me pare, i racconti (logoi) dei greci sono molti e risibili". La sua opera Genealogie arrivata a noi in frammenti è stata scritta intorno al 490 a.C. Ecateo nelle Genealogie, a differenza dei poemi epici, esordisce con il proprio nome e della città di provenienza “Ecateo di Mileto”, secondo lo stile orientale (“Parla Dario il Re”), ma scegliendo anche moduli narrativi della comunicazione epistolare greca, più comprensibili ai greci del V secolo. Separatezza (distanza) dal pubblico e dalla cultura media e volontà di comunicare (trovare un pubblico poiché la storia del V secolo a.C. faticava a ritagliarsi uno spazio nei quadri culturali) si sovrappongono nell’utilizzo di una formula del tipo “Ecateo di Mileto cosi racconta” (sigillo di tipo epistolare).

09 La novità delle Genealogie é la critica al… §

La novità delle Genealogie é la critica al sapere storico tradizionale, il mondo dell’epos. I genealogisti dei miti come Esiodo, illustravano le discendenze degli dei e degli eroi: per i genealogisti come Ecateo, la tradizione epica, appariva piena di contraddizioni e di inverosimiglianze, qui sì tocca la questione del “razionalismo” di Ecateo. L’esempio del “cane dell’Ade” è emblematico: Omero lo definiva come il mostro guardiano dell’oltretomba, Ecateo un serpente velenoso, negare l’esistenza di un “cane dell’Ade”, come faceva Ecateo, significava negare l’Ade. Ecateo prende le distanze dalla tradizione o “dai racconti dei greci” troppo molteplici e ridicoli: la tradizione era attaccabile perché contraddittoria. E’ probabile che l’esigenza di verità sia dovuta alla formazione del suo spirito critico verso le tradizioni dei greci, avvenuto, come scrive Erodoto*, dopo l’incontro con i sacerdoti egiziani di Tebe per il computo delle generazioni: sono credibili e che fondamento hanno le tradizioni greche?

10 * (In precedenza §

* (In precedenza, nei confronti dello storico Ecateo, che lì a Tebe aveva esposto la propria genealogia famigliare risalendo nel tempo per sedici generazioni fino a un’origine divina, i sacerdoti di Zeus si erano comportati esattamente come nei miei confronti, ma io non avevo elencato le mie ascendenze: mi introdussero nella sala interna del tempio, vastissima, e mi enumerarono, mostrandole una per una, le colossali statue di legno colà presenti, tante quante ho già detto: ogni sommo sacerdote, infatti, erige in quella sala una propria statua. Contandole e esibendole mi spiegarono che erano tutti discendenti diretti l'uno dell'altro: cominciarono dal sacerdote morto più di recente procedendo a ritroso, di personaggio in personaggio, finché me li ebbero indicati tutti. A Ecateo, che aveva fatto risalire la propria famiglia a un dio attraverso sedici generazioni, essi opposero quella genealogia, così calcolata, e non accettarono, del discorso di Ecateo, l'origine divina di un uomo; la contrapposero sostenendo che ogni statua rappresentava un «piromi» nato da un altro «piromi»; le mostrarono tutte quante, 345, escludendo ogni relazione con gli dei o con gli eroi. «Piromi» corrisponde in lingua greca a «uomo bello e valoroso»).

11 La sua attitudine laica che ispirò la revisione… §

La sua attitudine laica che ispirò la revisione razionalistica del mito esposta nelle sue opere (Genealogie). Tutte le sue opere furono scritte in dialetto ionico e furono ammirate dagli antichi per la purezza della lingua e per la precisione del suo stile La sua profonda conoscenza geografica ed etnologica che aveva acquisito durante i suoi lunghi viaggi, egli scrisse un’opera (Periegesi della terra) nella quale parlava di alcuni popoli, dei loro costumi, delle loro tradizioni (Lidia, Egitto, Scizia ecc.).

12 Etnografi (scienza descrittiva dei caratteri culturali propri dei… §

Etnografi (scienza descrittiva dei caratteri culturali propri dei vari popoli della Terra.).

Quali autori di etnografie possiamo porre prima di Erodoto? Tutto è molto incerto, vediamo:

13 XANTO di Lidia §

XANTO di Lidia: scrisse un opera in greco della sua patria, la Lidia. DIONIGI di Mileto: opera sulla Persia e dei Fatti dopo Dario, che dovevano contenere una storia persiana dalle origini fino al 486 a.C. ELLANICO di Mitilene: scrisse opere etnografie sulla Persia, l’Egitto e sulla Scizia, e genealogiche: la Phoronis riconduceva le principali stirpi del Peloponneso fra cui quella dei Pelasgi (Pelasgo). Scrisse anche storie locali come l’Atthis una storia locale di Atene. CARONE di Lampsaco: scrisse opere sulla Persia, l’Africa settentrionale e sulle parti meridionali e orientali del mondo abitato.

14 Cronografi (esposizione cronologica di fatti storici) §

Cronografi (esposizione cronologica di fatti storici).

15 ELLANICO fu il più grande cronografo del V secolo §

ELLANICO fu il più grande cronografo del V secolo. L’opera più importante fu le Sacerdotesse di Era ad Argo, cronaca universale della lista delle sacerdotesse di Era (con il periodo di tempo in cui ciascuna era rimasta in carica). Attraverso questa lista datava anno per anno eventi di portata ellenica, come il periodo della formazione del popolo siculo, avvenuta, secondo Ellanico, “nella terza generazione prima della guerra di Troia, nel 26° anno del sacerdozio di Alcione ad Argo”. Ellanico contava le generazioni con la durata media di 30 o 40 anni. Sembra che Tucidide abbia voluto rendere omaggio ad Ellanico iniziando il racconto della guerra del Peloponneso con l’anno della sacerdotessa argiva: (La tregua trentennale, conclusa dopo l'occupazione dell'Eubea, resistette in vigore per quattordici anni. Correva il quindicesimo anno, quarantottesimo del sacerdozio di Criside in Argo, mentre era eforo a Sparta Enesio e stava per concludersi (di lì a due mesi) il periodo di arcontato in Atene di Pitidoro, ed erano trascorsi cinque mesi dalla battaglia di Potidea...).

16 IPPIA di Elide §

IPPIA di Elide: compilò la lista di Olimpionici, i vincitori delle olimpiadi.

17 A Carone si attribuiva una produzione molto variegata… §

A Carone si attribuiva una produzione molto variegata tra cui una cronaca locale, Annali di Lampsaco, prima di Erodoto. Se Carone, incerto il suo periodo di vita, precedette Erodoto si pone il problema del rapporto tra la storiografia locale e generale. Qual’è venuta prima?

18 Secondo Dionigi di Alicarnasso prima di Erodoto e… §

Secondo Dionigi di Alicarnasso prima di Erodoto e Tucidide ci sarebbero state storie locali, le prime storie generali sono con Erodoto e Tucidide. Dionigi elenca una dozzina di “antichi storici”. La lista parte da un EUAGON di Samo (già la forma del nome é strana), ECATEO e ACUSILAO, che nulla hanno a che fare con la storia locale. Secondo una tesi moderna (Jacoby) la storia locale é nata dopo Erodoto, perché dalla vaghezza delle informazioni temporali e dai riferimenti ai regni orientali anziché ellenici puo sembrare che Erodoto non avesse cronache di città greche.

19 Erodoto Erodoto nacque ad Alicarnasso (Asia Minore) §

Erodoto Erodoto nacque ad Alicarnasso (Asia Minore), colonia greca di fondazione dorica, nel V secolo a.C., da una famiglia di origine aristocratica (data probabile 484 a.C.). Compì numerosi viaggi in Asia minore, Medio Oriente, Egitto, Grecia continentale e Magna Grecia. Soggiornò per parecchio tempo ad Atene dove conobbe Pericle. Sono famose le pubbliche letture che diede di una parte delle sue opere per le quali ricevette un elevato compenso che testimonia l’importanza della propaganda a quel tempo. Nel 443 a.C. si trasferì nella nuova colonia di Turii, nell’Italia meridionale, dove partecipo alla fondazione divenendone cittadino. Qui egli si stabilì e passò tutto il resto della sua vita. Mori negli anni successivi al 430 a.C.

20 Le Storie La sua unica opera si chiama Le storie §

Le Storie La sua unica opera si chiama Le storie, scritte in dialetto ionico. Quest’opera fu divisa dai grammatici alessandrini in nove libri intitolati alle nove muse. I primi cinque libri trattano delle vicende della Lidia e la conquista degli imperi orientali da parte della Persia, gli ultimi quattro, invece, narrano della guerra tra Persiani e Greci. Breve descrizione dell’opera: nel proemio Erodoto spiega il metodo usato per comporre la sua opera ed accenna al tema principale: lo scontro Europa-Asia e il conflitto che da sempre oppone i Greci ai barbari, individuandone le premesse in età mitica, dopo queste premesse il primo libro salta a trattare le vicende dell’Asia Minore, di Creso che per primo conquisto le città greche d’Asia. Oltre alla storia di Creso accenna alle vicende dei primi re di Lidia. All’interno di questa parte si pone il racconto di Gige e Candaule e il dialogo di Solone e Creso sul problema della felicità. Segue il logos su Ciro il grande e le vicende della formazione del regno medo-persiano, Ciro sconfisse Creso ed occupo le città greche dell’Asia Minore. Il libro II tratta di Cambise successore di Ciro e della storia dell’Egitto, passando in rassegna usi e costumi. Il libro III tratta della conquista dell’Egitto da parte di Cambise, seguono poi logoi sull’isola di Samo; lo storico ritorna poi a trattare della Persia, della morte di Cambise e della successione al trono di Dario. Qui si colloca il logos tra i maggiorenti persiani sul tipo di istituzione politica da dare ai persiani, la democrazia (Otane), l’oligarchia (Megabisso) o la monarchia (Dario). Segue la descrizione della struttura amministrativa dell’impero persiano e i primi anni del regno di Dario. Il IV libro è occupato sui logoi di due grandi regioni: la Scizia e la Libia. Con il libro IV termina la trattazione delle vicende dei barbari. Il V libro é considerato come una cerniera; seguendo la storia dell’impero persiano e delle sue province, Erodoto affronta le cause dello scontro tra greci e persiani, scontro che inizio con la rivolta ionica del 500-494 a.C.: rivolta che Erodoto affronta con un atteggiamento critico dei confronti dei rivoltosi. Le vicende della rivolta sono intervallate su logoi relativi alle due grandi città greche Sparta ed Atene e del racconto della visita di Aristagora, capo dei rivoltosi, nelle due città per chiedere assistenza. Con il libro VI entriamo nella seconda parte dell’opera, dedicata alle spedizioni persiane in Grecia: spedizioni di Dati e Artaserse del 490 a.C., culminata dalla battaglia di Maratona. Il libro si conclude con il breve excursus su Milziade. Negli ultimi tre libri (VII-IX) Erodoto segue il grande scontro tra greci e persiani, con la spedizione di Serse del 480 a.C. che determinarono la vittoria dei greci. L’opera si chiude con la vittoria di Sesto da parte delle forze alleate greche del 478 a.C.: un episodio minore che ha fatto dubitare sulla completezza dell’opera. Tuttavia non ci sono reali motivi per ritenere che Erodoto abbia lasciato incompiuta l’opera della sua vita. Tra oralità e scrittura Alcuni caratteri della sua opera sembrano legati alla tradizione orale epica dell’età arcaica. A differenza di altri la fama e la fortuna dell’opera fu data dalle occasioni di incontro delle feste panelleniche e dell’argomento trattato, la guerra greco-persiana, di portata non locale ma ellenica. Ma pensare che Erodoto fu l’ultimo grande erede della tradizione arcaica é fuorviante: ciò che abbiamo di fronte é un testo scritto. Erodoto conosce bene la struttura e l’organizzazione del testo, e anche se può apparire a volte confusa, più si analizza più risulta raffinata e sapiente. A fronte di inesattezze e promesse, di trattare argomenti, non mantenute, sono numerosi nel testo i rimandi interni, questo significa che la struttura oltre che complessa é rispettata. Anche se, probabilmente, la fama di Erodoto é dovuta a performances orali, egli sa di essere uno scrittore. Le domande possono essere qual’è il rapporto tra recitazione e il testo a noi pervenuto? Erodoto era conscio sin dall’inizio della struttura e della finalità della sua opera o maturò tale consapevolezza durante gli anni? I percorsi dei suoi viaggi erano finalizzati allo studio della sua opera o ad itinerari di conoscenza? Le risposte hanno fatto parlare di una “questione erodotea”. Gli analitici ritengono che Erodoto inizialmente fosse un etnografo, geografo che si interessa dei popoli non greci e redige monografie ad imitazione di Ecateo, e solo in un secondo momento le ricerche sui singoli temi verranno a saldarsi in un progetto unitario. Gli unitari, ritengono che Erodoto abbia sin dall’inizio concepito il suo lavoro. Probabilmente c’é un Erodoto all’inizio viaggiatore e aedo in prosa, e un secondo Erodoto, scrittore, determinato a mettere per iscritto le conoscenze e le sue esperienze. Interessante la tesi del De Sanctis: l’opera racconta l’espansione dell’impero persiano, il mondo greco é l’ultimo a venire in contatto, da qui l’inserimento delle vicende greche a partire dal V libro. Erodoto al lavoro Noi non sapremo mai come Erodoto lavorava. Certo non possiamo confrontare i suoi metodi con quelli dello storico moderno. Egli si occupo del mondo greco per un periodo relativamente breve che comprese tre generazioni (guerre persiane). Si trattava di una scelta legata alla natura delle fonti. Nel mondo greco la visione diretta (autopsia) era il modo migliore per avere informazioni e acquisire conoscenze. Era impossibile poter verificare tutte le fonti o esserne personalmente a conoscenza (averle viste). Erodoto afferma di avere controllato di persona il grado di attendibilità delle fonti e noi non possiamo smentirlo (sembrano veramente attendibili), anche se alcune volte, quando afferma di avere visto monumenti o avvenimenti, egli appare dipendente da altri, se non addirittura inventare di sana pianta (raro). La fonte di gran lunga più utilizzata, come presso tutti gli storici dell’antichità, é la testimonianza orale, raccolta e trascritta, preferendola a quella scritta. Rendendosi conto che non può controllare la veridicità, Erodoto aggiunge “io ho il dovere di riferire quello che si dice, ma non ho alcun dovere di crederci: sia questa la regola valida per tutta la mia opera, non devo lasciar cadere nulla nell’oblio, lasciando ai posteri o ai lettori il giudizio”. Altra domanda e se Erodoto ha potuto utilizzare precedenti autori per la stesura della sua opera. Considerando che é per noi difficile stabilire con esattezza a chi “c’era prima di lui”, possiamo fare solo congetture: sicuramente Omero ed Esiodo, l’unico collega citato é Ecateo che comunque viene criticato e tratteggiato in modo ironico: gli storici non amano citare mai i loro predecessori (Tucidide farà lo stesso con Erodoto). Ci sono opinioni che indicano Erodoto come il primo storico e altri che affermano che Erodoto abbia attinto da altri storici in primo luogo Ecateo. La complessità e l’originalità dell’opera ci porta a pensare che difficilmente l’autore abbia potuto prendere spunto da qualche contemporaneo o precedente autore, anche perché la nostre conoscenze, attraverso i frammenti rimasti, non ci danno sufficienti informazioni per individuare punti di contatto. La concezione erodotea del mondo Quali sono le motivazioni che spinsero Erodoto a scrivere l’opera. Se analizziamo l’incipit delle Storie: Erodoto di Alicarnasso espone qui il risultato delle sue ricerche storiche; lo scopo è di impedire che avvenimenti determinati dall'azione degli uomini finiscano per sbiadire col tempo, di impedire che perdano la dovuta risonanza imprese grandi e degne di ammirazione realizzate dai Greci come dai barbari; fra l'altro anche la ragione per cui vennero a guerra tra loro.

21 Lo storico accenna ad uno scopo tanto vasto §

Lo storico accenna ad uno scopo tanto vasto, e vago, da essere irrealizzabile: lo scopo è di impedire che avvenimenti determinati dall'azione degli uomini finiscano per sbiadire col tempo; unito ad uno scopo più limitato: di impedire che perdano la dovuta risonanza imprese grandi e degne di ammirazione realizzate dai Greci come dai barbari; fra l'altro anche la ragione per cui vennero a guerra tra loro. Il primo degli scopi é talmente ambizioso da superare l’ambito che noi riserviamo alla ricerca storica, ma non dobbiamo dimenticare che ai tempi di Erodoto non esisteva il concetto di ricerca storica. Il secondo obiettivo é più realistico; Erodoto fu il primo a cercare le cause che hanno determinato gli eventi e nel modo in cui si sono svolti. Nel fare questo l’autore ha superato limiti che altri non hanno superato: cioè non si é limitato alla ricerca del punto di vista greco, ma ha cercato di capire, attraverso l’attenzione degli usi e costumi dei “barbari”, in particolare Egiziani e Persiani, anche “gli altri”, senza nessuna pretesa di superiorità del suo mondo sugli altri. Nell’epoca in cui visse Erodoto un tale comportamento non poteva che provocare qualche sospetto philobarbaros (amico dei barbari). Erodoto fu molto religioso e alla base della sua concezione del mondo, sta la fragilità dei destini umani, in balia della volontà degli dei. E’ inutile che l’uomo tenti di opporsi al destino: (Verrò a parlare di varie città, ma senza distinguere fra grandi e piccole: il fatto è che alcune erano importanti nell'antichità e poi, in gran parte, sono decadute, altre, notevoli ai miei tempi, prima invece erano insignificanti; io, ben consapevole che la condizione umana non è mai stabile e immutabile, le ricorderò senza fare distinzioni.) Come esempio il racconto che ha per protagonisti il re egiziano Amasi e l’amico Policrate, tiranno di Samo: (Non sfuggirono ad Amasi le grandi fortune di Policrate, anzi cominciò a impensierirsi e, siccome questa prosperità cresceva sempre di più, Amasi inviò a Samo una lettera con il seguente messaggio: «Amasi dice a Policrate: è bello sapere che un ospite e amico gode di florida sorte, ma a me i tuoi grandi successi non piacciono, perché so quanto la divinità sia invidiosa. In un certo senso per me e per le persone che mi stanno a cuore vorrei che non tutto andasse bene, che qualcosa fallisse; vorrei una vita ricca di alti e bassi, piuttosto che successi continui. Non ho mai sentito raccontare di nessuno tra i favoriti in pieno dalla sorte, che non sia finito malamente, stroncato dalle radici. E tu allora dammi retta, procedi così di fronte alla buona sorte: pensa qual è l'oggetto per te più prezioso, la cui perdita ti rattristerebbe maggiormente in cuore, e quando l'avrai trovato, gettalo via, che non possa mai più comparire in mezzo agli uomini. E se dopo non si alternassero per te fortune e disgrazie, ricorri di nuovo al rimedio che ti ho suggerito». Policrate lesse i consigli di Amasi, ne riconobbe la bontà e cominciò a cercare fra i suoi tesori l'oggetto che più gli sarebbe spiaciuto perdere, finché lo trovò: possedeva un sigillo incastonato su un anello d'oro, uno smeraldo, opera di Teodoro figlio di Telecle di Samo. Appena ebbe deciso di disfarsene, si comportò come segue: equipaggiò una pentecontere, vi salì a bordo e ordinò di spingersi al largo; quando fu lontano dall'isola, si sfilò l'anello di fronte a tutti i suoi marinai e lo gettò in mare, poi si allontanarono; e Policrate tornò a casa davvero pieno di tristezza. Ma ecco che cosa gli accadde quattro o cinque giorni dopo: un pescatore aveva catturato un pesce molto grosso e molto bello e lo aveva ritenuto un dono degno di Policrate; quindi lo trasportò fino alle porte della reggia di Policrate e chiese di vedere il re; quando gli fu possibile, gli consegnò il pesce dicendo: «Mio re, io l'ho pescato, ma poi non mi è parso giusto portarlo al mercato, anche se sono uno che vive soltanto del proprio lavoro: a me sembrava degno di te e della tua autorità: ecco perché te l'ho portato in regalo». Il re, lieto di tali parole, gli rispose: «Hai fatto benissimo e io ti ringrazio doppiamente, per il dono e per ciò che hai detto; e ti invitiamo a pranzo». Il pescatore entrò allora nella reggia tutto orgoglioso dell'invito; i servi, tagliando il pesce, gli trovarono nel ventre il sigillo di Policrate; come lo videro, subito lo presero e pieni di gioia lo portarono a Policrate; e nel darglielo gli spiegarono come lo avessero ritrovato. Policrate capì che si trattava di un segno divino; descrisse in una lettera cos'aveva fatto e cos'era capitato e la inviò in Egitto. Amasi lesse il messaggio di Policrate e comprese che nessun uomo può sottrarre un altro uomo al suo destino futuro: Policrate, fortunato in tutto al punto di ritrovare ciò che gettava via, avrebbe avuto certamente una brutta fine. Per mezzo di un araldo, mandato a Samo a tale scopo, gli comunicò di voler sciogliere i loro vincoli di ospitalità. E questo per una ragione: per non dover soffrire in cuor suo per un ospite e amico, quando a Policrate fosse capitata una terribile sciagura.).

22 L’obiettivo è di attestare la precarietà della vita… §

L’obiettivo è di attestare la precarietà della vita di ogni individuo: (Straniero, quel che gli deve venire dal dio nessun uomo può stornarlo; e anche se dài avvertimenti degni di fede, nessuno vorrà prestarti ascolto. Siamo in tanti, fra i Persiani, ad essere convinti di ciò che si prepara e non ci opponiamo, obbligati dalla necessità. Ed è questa al mondo l'angoscia più odiosa: capire molto e sentirsi impotenti)

23 In molti passi delle Storie possiamo trovare novelle… §

In molti passi delle Storie possiamo trovare novelle di sapore arcaico: le sue riflessioni sul destino umano, la sua serenità, la sua imparzialità di dare giudizi. Erodoto dimostra dalle sue trattazioni, di essere imparziale, aderisce alla democrazia ateniese (ateniesi salvatori dell’Ellade), ma ne critica anche le imperfezioni (ateniesi che si sono fatti convincere da Aristagora, a confronto con il re spartano Cleomene), senza dimenticare la sua indipendenza di giudizio, che gli permette di assegnare il premio al valore agli Egineti per la battaglia di Salamina.

24 Erodoto oggi L’opera di Erodoto ha avuto valutazioni… §

Erodoto oggi L’opera di Erodoto ha avuto valutazioni piuttosto differenti nel corso dei secoli. E’ stata apprezzata dai suoi compatrioti, ma criticata da alcuni successori come per esempio Tucidide. Interessante è il giudizio di Cicerone che definisce, da una parte, Erodoto pater historiae, ma che poi dice che nella sua opera si trovano innumerabiles fabules. La critica moderna, anche se qualcuno lo indica come grande scrittore ma pessimo storico, ha comunque ammesso, anche attraverso nuove conoscenze sul mondo orientale che confermano ciò che l’autore osservava, Erodoto tra gli storiografi e apprezzato la sua opera per il suo modo libero di fare storia. Erodoto, come ogni storico dovrebbe fare, si é posto delle domande cercando di dare delle risposte, facendo ricerche, discutendo fonti e giudicandole. E lo ha fatto con grande onestà e serenità. Infine Erodoto rispettoso della religione, ma conscio della fragilità e della solitudine umana, orgoglioso dei successi dei suoi compatrioti, ma anche aperto a capire e a accettare tutto quello che veniva da altre civiltà. Tucidide E ignoto l’anno di nascita di Tucidide, ma verosimilmente esso dovette cadere intorno al 460 a.C. La sua famiglia apparteneva agli ambienti conservatori della città, ma ciò non impedì a Tucidide di elevare un alto encomio al campione della democrazia ateniese, Pericle. Nel 424 a.C. accadde ciò che avrebbe condizionato la sua vita per sempre. In quell’anno fu nominato stratega, gli venne dunque assegnato lo scacchiere dell’Egeo settentrionale, dove erano in corso importanti operazioni belliche, poiché il generale spartano Brasida vi aveva condotto una spedizione militare, spingendosi nel cuore di importantissimi possedimenti ateniesi. I nemici avevano cinto d’assedio la città di Amfipoli e Tucidide, mosso al soccorso, giunse troppo tardi per impedirne la conquista. Per questo sembra che sia stato condannato all’esilio per venti anni ma le notizie sono molto incerte; sembra che però sia stato presente ad alcuni avvenimenti importanti ad Atene. Non meno incerte sono le notizie sulla sua morte, che secondo una parte della tradizione sarebbe avvenuta ad Atene poco dopo la conclusione della guerra, mentre altri testimoni la collocano in Tracia: in effetti ad Atene esisteva una tomba di Tucidide, ma c’era chi obbiettava che si trattasse di un cenotafio (monumento sepolcrale vuoto innalzato alla memoria di un uomo celebre), e che egli fosse sepolto nei suoi possedimenti traci. Certo è, comunque, che morì di morte violenta: ma le fonti ignorano le circostanze e le cause. Le storie La sua opera è intitolata, come quella di Erodoto, Le Storie. L’opera divisa in otto libri, di cui l’ultimo é monco. Queste parlano della Guerra del Peloponneso che dal 431 a.C. oppose Spartani ed Ateniesi in un lungo e disastroso conflitto. Il libro I introduce il tema della guerra tra Sparta ed Atene, analizzando i precedenti e lo sviluppo delle due città. Segue l’Archeologia che tratta la storia antica della Grecia fino alla guerre persiane, e si chiude con l’autore che spiega il metodo storiografico; il libro contiene anche la Pentacontaetia, i 50 anni che intercorrono dalla fine delle guerre persiane all’inizio del conflitto. I libri II-IV riguardano i primi 10 anni di guerra; alcuni passaggi sono celebri: nel II libro il famoso discorso di Pericle ai caduti del primo anno (“manifesto” della democrazia ateniese) e la descrizione della peste che colpi Atene nel 430 a.C. Il libro V tratta della pace di Nicia, la campagna di Mantinea e la spedizione contro l’isola di Melo. I libri VI-VII seguono la spedizione in Sicilia. Il libro VIII narra parte della guerra ionica, il colpo di stato dei 400, e si interrompe durante l’anno 411 a.C. La guerra del Peloponneso La guerra del Peloponneso si divide in tre parti: guerra archidamica (431-421 a.C.) che vede gli spartani invadere l’Attica; pace di Nicia (421 a.C.) negoziata e rotta nel 413 a.C.(in realtà mai rispettata); guerra deceleica (dalla località attica di Decelea) o guerra ionica (nel egeo) 413-404 a.C. I contemporanei leggevano la guerra del Peloponneso in due distinte guerre con Sparta intervallate dalla pace di 50 anni, subito tradita, dove all’interno ci furono le vicende relative alla spedizione in Sicilia (416/5 a.C. – 413/2 a.C.), ai tre scenari, continentale, siciliano, egeo, finivano per corrispondere tre distinte guerre. Tucidide polemizza e asserisce che la guerra fu una sola poiché il periodo della pace di Nicia è considerata guerra, in quanto nessuno dei contendenti restituirono tutto, né accettarono i patti. Sono due le ragioni: la prima perché presuppone un occhio lungimirante e selettivo, capace di non lasciarsi fuorviare da scacchieri spaziali discontinui (Grecia continentale, Sicilia, Egeo orientale, Persia), per questo Tucidide insiste sulla ricerca della causa profonda e più vera della guerra (I 23.6 - Espongo dapprima le cause e gli attriti che produssero quest'atto d'abrogazione, perché nessuno debba più, in seguito, indagare le origini di questa guerra. Sono convinto che la motivazione più autentica, quella però che meno traspariva dai discorsi ufficiali, fosse la formidabile potenza conseguita da Atene e l'apprensione che ne derivava per Sparta: e la guerra fu inevitabile. Le ragioni invece, addotte nelle rispettive dichiarazioni rilasciate dai belligeranti, per la rottura dei patti e lo scoppio delle ostilità, erano le seguenti...); la seconda è che nel V secolo ogni anno era un anno di guerra per un greco, é difficile stabilire quale sia stato il vero periodo di guerra o la guerra più “grande”, in quanto ci furono continue aperture e chiusure di conflitti fra poleis, di paci stipulate e non mantenute. Tucidide non ha probabilmente avuto modo di confrontarsi con un altro problema storiografico (non é vissuto cosi a lungo) se la guerra corinzia scoppiata nel 395 a.C. (fino al 386 a.C.) era da includere nel conflitto unitario che fa concludere nel 404 a.C.

25 La questione tucididea (problema delle revisioni nel testo)… §

La questione tucididea (problema delle revisioni nel testo) Le Storie si interrompono nella narrazione dei fatti dell’estate del 411 a.C. Eppure Tucidide conosce la fine della guerra perché lo dichiara nel secondo proemio (C 26.I, V 26.5). Perché si interrompe o dove sono finiti i suoi appunti per gli anni 411-404 a.C., sempre che li abbia scritti? Inoltre quali e quanti interventi ha operato in questa seconda fase? Gli storici danno due versioni contrastanti: chi (unitari) vedono nell’opera una coerente visione storica della guerra; altri (analitici) vedono dissonanze e contraddizioni che disegnano un profilo frammentario e irrisolto sia della composizione che della filosofia della storia del loro autore. Nel secondo proemio (V, 26): 26. Anche la narrazione di questi avvenimenti è stata composta dallo stesso Tucidide d'Atene, seguendo l'ordine del loro reale svolgimento, uno dopo l'altro, per estati e inverni, finché gli Spartani con gli alleati a fianco umiliarono la potenza ateniese e invasero le Lunghe Mura con il Pireo. Ventisette anni di guerra erano corsi fino alla data di questo evento. Poiché stilerà un giudizio erroneo, chi non convenga sul definire guerra l'intervallo d'anni in cui prevalse la tregua. Scruti alla luce dei fatti positivi gli elementi che distinsero questo periodo dal precedente o da quello che lo seguì: e potrà riscontrare quanto sia fuor di luogo attribuire gli autentici caratteri della pace a quest'epoca di passaggio: durante la quale né si riconsegnò, né si ottenne ciò che il negoziato aveva prescritto. Oltre a questa circostanza, si notino i conflitti contro Martinea e Epidauro e le trasgressioni al patto di cui, a diverse riprese, le due potenze si resero colpevoli. Non si allentò la tensione ostile con gli alleati della Tracia e i Beoti si riducevano a formulare armistizi che spiravano entro dieci giorni. Sicché cumulando gli anni della prima fase bellica, cioè un decennio, con quelli della tregua malsicura che ne fu l'epilogo e con quelli dell'aperta lotta che poi ne nacque, si troverà, calcolando secondo le epoche naturali dell'anno, il numero già riferito, con l'aggiunta di pochi giorni: risultato che, in questa sola occasione, centrò compiutamente le attese di chi affidandosi agli oracoli l'aveva previsto. Giacché serbo un ricordo personale, d'aver sentito sempre, dallo scoppio della guerra fino al suo termine, più d'uno asserire che la sua durata doveva essere di tre volte nove anni. L'ho vissuta intera, stagione dopo stagione, maturo d'anni per indagarla e intenderla criticamente, studiandone ogni fase con riflessiva premura, con rigore assoluto di documentazione e di scienza. Mi toccarono inoltre venti anni d'esilio dalla mia patria, frutto di quella strategia ch'esercitai ad Anfipoli; mi fu così dato di frequentare ambedue i terreni d'operazione, e a causa della mia sorte d'esule, d'esser vicino soprattutto al campo dei Peloponnesi e di documentarmi con scrupolo minuzioso su ogni piega su ogni sfumatura dei singoli episodi. Mi accingo ora a riferire i motivi di dissidio e le violazioni dell'accordo nell'intermezzo successivo ai dieci anni iniziali di guerra e le azioni belliche che ne trassero origine. sembra che Tucidide bbia ripensato ai propri inizi storiografici, coincisi con l’esordio della guerra (I 1 - 1. Tucidide d'Atene descrisse la guerra tra Peloponnesi e Ateniesi, come combatterono fra loro. Mise subito mano alla stesura dell'opera, dallo scoppio della guerra, che prevedeva sarebbe stata grave, anzi la più degna di memoria tra le precedenti. Lo deduceva dal fatto che i due popoli vi si apprestavano all'epoca della loro massima potenza e con una preparazione completa osservava inoltre il resto delle genti greche schierarsi con gli uni o con gli altri, chi immediatamente, chi invece meditando di farlo. Fu senza dubbio questo l'evento che sconvolse più a fondo la Grecia e alcuni paesi barbari: si potrebbe dire addirittura che i suoi effetti si estesero alla maggior parte degli uomini. Infatti, sugli avvenimenti che precedettero il conflitto e su quelli ancor più remoti era impossibile raccogliere notizie sicure e chiare, per il troppo distacco di tempo; ma sulla base dei documenti, cui l'indagine più approfondita mi consente di prestar fede, ritengo che non se ne siano verificati di considerevoli, né sotto il profilo militare, né per altri rispetti). In questo punto critico Tucidide avrebbe avvertito la necessità di riconcepire la propria guerra all’ombra della sua fine. Una revisione é avvertita quando Tucidide ha abbandonato la prospettiva angusta della guerra contro Sparta intesa come “guerra decennale”, conclusa con la pace di Nicia. Ma si tratta di un pregiudizio: Tucidide afferma piu volte il proprio sguardo ampio, fin dagli inizi, del fare storia della storia contemporanea: la composizione continua, sempre da aggiornare, sempre da ripensare. La guerra del Peloponneso per Tucidide è come una persona in crescita, la cui storia assume senso col passare del tempo: questo é il senso delle correzioni, delle revisioni, anche delle contraddizioni di cui c’è segno nei libri di Tucidide Questo non significa che le Storie siano una stesura completa o definitiva: basta la mancanza della “fine” per capire che non lo sono. Significa pero che stesure e ristesure non contraddicono il progetto e la realizzazione della storia contemporanea. Fra tradizione e innovazione Se poste in sequenza l’una dopo l’altra, le Storie di Erodoto, le Storie di Tucidide, le Elleniche di Senofonte coprono un arco cronologico continuo: questo ciclo storico manifesta la volontà di ciascuno storiografo di inserirsi nella scia della tradizione. Ma Tucidide all’interno di questo ciclo prende le distanze dai predecessori sul fare storia. Prende cosi piede una polemica con gli storici (Erodoto, Ellanico) sui metodi e sugli scopi della storiografia. Questa polemica si consuma in apertura nel primo libro: nell’Archeologia (1 I-19), dove l’autore mostra la maggiore grandezza della guerra che sarà raccontata rispetto a quelle del passato; e la Pentecontaetia, il periodo di 50 anni che colma il divario tra la fine delle guerre persiane e l’inizio della guerra del Peloponneso, il cinquantennio in cui maturano le condizioni del futuro conflitto. Ma una breve osservazione sugli excursus, descrizione del sacrilegio cilonianio (I 126 - 126. La prima missione spartana intimò agli Ateniesi di espellere, in espiazione, gli autori del sacrilegio contro la Dea. Il sacrilegio di cui parlavano era stato così commesso. Cilone era un cittadino ateniese, vincitore di un'Olimpiade, nobile per discendenza antica e politicamente influente. Aveva preso in moglie la figlia di Teagene, un Megarese che in quegli anni reggeva la tirannia su Megara. Un giorno, Cilone interpellò l'oracolo di Apollo a Delfi: il dio profetò che nella più fausta festività di Zeus Cilone avrebbe occupato l'acropoli d'Atene. Cilone si fece consegnare da Teagene un nerbo d'armati e persuase alcuni amici a seguirlo. Quando giunse il tempo delle feste Olimpiche, che si celebrano nel Peloponneso, occupò l'acropoli con un colpo di mano, intenzionato a stabilirvi la tirannide. Aveva interpretato quella come la solennità più importante dedicata a Zeus e vi aveva perfino intravisto una certa relazione con la sua persona, perché aveva conseguito una vittoria proprio ad Olimpia. Se però la festa in questione dovesse essere la più importante di quelle celebrate in Attica, o in qualche altra parte di Grecia, Cilone non se l'era chiesto; nemmeno dal testo del vaticinio traspariva chiaro (ad esempio in Atene esistono le feste cosiddette Dionisie, le più solenni in onore di Zeus Meilichio: vengono celebrate fuori le mura e la cittadinanza interviene al completo, porgendo in offerta non vittime di sangue, ma altri prodotti locali). Persuaso d'aver inteso esatto l'oracolo, pose mano all'impresa: al diffondersi della voce gli Ateniesi accorsero in folla dalle campagne, li circondarono sull'acropoli e si disposero all'assedio. L'affare si trascina: la fatica e la noia del lungo blocco ne distoglie quasi tutti i cittadini, che affidano, desistendo, il compito della sorveglianza ai nove arconti con pieni poteri, con la raccomandazione che dispongano tutto il necessario al miglior esito dell'impresa: era ancora il tempo in cui gli arconti espletavano la quasi totalità delle funzioni governative e politiche. L'assedio, e soprattutto la scarsità di cibo e d'acqua intaccavano pesantemente la resistenza di Cilone e dei suoi: finché Cilone e il fratello riescono a fuggire. I loro compagni, prostrati e decimati dagli stenti si trascinano supplici all'altare collocato sull'acropoli. Gli Ateniesi che vigilavano li fecero alzare, come si accorsero che stavano spirando in uno spazio consacrato, e assicurando incolumità assoluta, li trassero fuori e li giustiziarono. Giunsero ad assassinarne per via alcuni, che si erano rifugiati nel santuario delle Venerande Dee e si appigliavano ai loro altari. Queste uccisioni fecero pesare sul capo dei loro esecutori la colpa di sacrilegio e di empietà al cospetto della Dea: anche la loro famiglia condivise la colpa e l'infamia. Di conseguenza, gli Ateniesi stessi espulsero questi sacrileghi e li bandì in seguito anche Cleomene spartano, con l'appoggio d'una fazione ateniese, durante una sommossa civile. I vivi patirono l'esilio; le ossa di quelli morti nel frattempo furono dissepolte e sparse fuori del territorio attico. Ma finirono sempre col ritornare, e la loro discendenza vive ancora in città.), della morte di Pausania (I 134 - 134. L'ascolto diretto degli efori questa volta fugò ogni dubbio: ormai incrollabilmente certi della sua colpa, predisposero la cattura di Pausania in città. Si dice che un attimo prima dell'arresto per via, Pausania intuisse dall'espressione dipinta sul viso di uno degli efori, mentre gli si accostava, lo scopo di quell'incontro. Un altro eforo gli avrebbe fatto un cenno impercettibile con il capo, per fargli intendere le loro intenzioni, spinto da un senso d'amicizia. Pausania comunque scattò di corsa verso il santuario di Atena Calcieca e riuscì a rifugiarvisi in tempo: poiché il recinto sacro era vicino. Sorgeva adiacente un edificio non ampio, in cui si precipitò, per avere almeno un riparo alle intemperie. Non si mosse più. Gli inseguitori non lo raggiunsero subito: fecero smantellare il tetto della costruzione e certi che si trovasse all'interno, ve lo rinchiusero murando le porte. Circondarono l'edificio e aspettarono di prenderlo per fame. Quando si accorsero che così incarcerato in quella stanza, era vicino a spirare lo trascinano all'esterno del recinto sacro. Respira ancora ma cade subito morto, appena fuori il santuario. Avevano già stabilito di precipitarlo nel Ceada, come usava con i malfattori: prevale però l'idea di dargli sepoltura più vicino. Ma il Dio, attraverso l'oracolo di Delfi, intimò agli Spartani di traslarne la salma nel punto stesso della morte (ancor oggi riposa infatti all'ingresso del santuario, come provano le iscrizioni di alcune stele). Ingiunse anche di espiare l'atto commesso, un sacrilegio grave, dedicando ad Atena Calcieca due corpi in cambio di uno solo. Furono così fatte erigere e consacrare alla dea due statue di bronzo, quasi a compenso di Pausania.), e di quella di Temistocle (I 138 - 138. Il re, secondo le voci che circolano, ammirò il suo piano e lo esortò a porlo in pratica. Temistocle impiegò il tempo del suo soggiorno a impratichirsi della lingua persiana e dei costumi di quel popolo, quanto poté. Al termine stabilito di un anno si presentò al re e conquistò presso di lui un'influenza superiore a quella di qualunque altro greco, parte per la stima di cui godeva anche precedentemente, parte per la speranza suscitata nel re di offrirgli soggetta la Grecia, ma principalmente per le molte occasioni in cui aveva fatto rifulgere la propria intelligenza. Era meritevole infatti Temistocle della più ammirata meraviglia, particolarmente per la straordinaria sicurezza con cui aveva imposto in molte occasioni il suo temperamento geniale. Doveva all'agilità innata del suo intelletto, libera da ogni preparazione di studio o riflessione scaturita dall'esperienza, la perspicacia potente con cui, dopo un fulmineo esame interpretava frangenti improvvisi e l'infallibile sagacia per cui ne individuava, nel futuro, anche le conseguenze più remote. Sapeva con precisione e chiarezza esplicare ogni aspetto delle azioni cui prendeva parte personalmente: su quelle di cui non possedeva diretta esperienza, era ben lontano dal non poter formulare un giudizio criticamente valido. Eccelleva nel presagire con notevole anticipo le proficue o negative conseguenze di un fatto, quando si celavano ancora per chiunque altro indistinte. Per concludere, in una parola, quest'uomo dal genio possente, dalla concentrazione istantanea fu ineguagliato nell'improvvisare in brevi attimi la soluzione per qualunque ostacolo. Morì di malattia: alcuni soggiungono che si sia dato la morte con il veleno, vedendosi nell'impossibilità di compiere le promesse formulate al re. Rimane di lui un monumento funebre nella piazza di Magnesia d'Asia. Era governatore di questa regione. Il re gli aveva donato Magnesia come «pane» (gli fruttava infatti cinquanta talenti l'anno), Lampsaco come «vino» (le sue campagne infatti godevano fama d'esser le più fertili di viti), Miunte come «companatico». Dicono i suoi parenti che le ossa furono traslate in patria, come aveva desiderato e che siano sepolte in Attica, di nascosto da Atene: sepoltura illegale, poiché egli era esule imputato di tradimento. Furono questi i casi estremi di Pausania spartano e di Temistocle ateniese, gli uomini di più fulgido prestigio, tra quelli della loro epoca, in Grecia.), pongono qualche problema sugli intenti storiografici di Tucidide e il loro “tradimento”, poiché nella forma sembrano assomigliare ad Erodoto. Il modo in cui Tucidide taglia il primo libro è già un manifesto: più che storia della Grecia arcaica o della Pentacontaetia, che per Tucidide non possono essere più oggetto di storia perché ormai passato perduto, l’autore trasceglie con difficoltà quei nuclei cha a posteriori assumono senso in funzione di quella stessa guerra. La storiografia diventa non raccolta di fatti ma loro interpretazione; ragione per cui è possibile passare da una successione di fatti (quello è accaduto prima di questo) ad una causale (questo è accaduto a causa di quello). Per Tucidide fare storia contemporanea non significa fare storia del presente al tempo presente, perché fare storia non si può se non oscillando tra un presente e un passato. L’interpretazione non è altro che il movimento (oscillazione) tra passato e presente, nello stesso tempo la storia dura quanto lo storico, quello che lo storico, attraverso vari criteri (udito, ecc.), puo garantire. Quando Tucidide espone le regole della propria storiografica, questi strumenti consentono solo a lui di fare la storiografia. Quando lo storico ha applicato i suoi criteri al passato lo ha fatto con coscienza del limite: se Erodoto raccoglie tutto e le consegna alla lettura, Tucidide le seleziona e ci consegna solo quelle lui ritiene importanti di darci. E’ piu oggettivo Erodoto che testimonia tutte le voci o Tucidide che sceglie la voce piu vera? Con Tucidide la storia è dello storico, perché non ci sono fatti prima dello storico (es. del rumore dell’albero che cade) e ha la presunzione di sentire bene i rumori della storia che vive. Vediamo le regole analizzando alcuni passi del proemio (1 I e 1 20- 22). Sono poste in primo piano la ricerca di testimonianze attendibili; l’accuratezza nel vagliare opinioni; la scelta di informatori attendibili; la distinzione di sapore sofistico tra causa profonda e superficiale (pretesto) di un fatto. Questi criteri li possiamo trovare anche in Erodoto anche se non in modo programmatico. Erodoto raccoglie tutte le fonti le vaglia e si astiene dal giudicarle quando non vi siano elementi sufficienti per un’ipotesi. Il metodo di indagine di Tucidide non differisce da quello di Erodoto con la differenza che sceglie di non metterci al corrente del contenuto delle proprie fonti se, secondo lui, non sono attendibili. La caratteristica di Tucidide è proprio quello di essere tiranno della propria storia e lo dice chiaramente nel proemio: Tucidide ha scritto la guerra non la storia della guerra, la sua ricostruzione, ma la guerra dove i fatti non li trova li investiga. La sua è storia vera e pretende fiducia assoluta: dobbiamo credere sulla fiducia che a lui non sia successo di essere imparziale, di parlare sotto l’impulso della simpatia, o con la memoria offuscata. La pretesa di fiducia tocca il paradosso nel caso di discorsi diretti pronunciati da statisti e strateghi. In 1 22.i-2 l’autore spiega come li ha vagliati (22. Per quanto concerne i discorsi pronunciati da ciascun oratore, quando la guerra era imminente o già infuriava, era impresa critica riprodurne a memoria, con precisione e completezza, i rispettivi contenuti; per me, di quanti avevo personalmente udito, e per gli altri che da luoghi diversi me ne riferivano. Questo metodo ho seguito riscrivendo i discorsi: riprodurre il linguaggio con cui i singoli personaggi, a parer mio avrebbero espresso nelle contingenze che via via si susseguivano i provvedimenti ritenuti ogni volta più opportuni. Ho impiegato il massimo scrupolo nel mantenermi il più possibile aderente al senso complessivo dei discorsi effettivamente declamati. Ho ritenuto mio dovere descrivere le azioni compiute in questa guerra non sulla base di elementi d'informazione ricevuti dal primo che incontrassi per via; né come paresse a me, con un'approssimazione arbitraria, ma analizzando con infinita cura e precisione, naturalmente nei confini del possibile, ogni particolare dei fatti cui avessi di persona assistito, o che altri mi avessero riportato. La boriosa e complessa indagine: poiché le memorie di quanti intervennero in una stessa azione, non coincidono mai sulle medesime circostanze e sfumature di quella. Da qui resoconti diversi, a seconda della individuale capacità di ricordo o delle soggettive propensioni. Il tono severo della mia storia, mai indulgente al fiabesco, suonerà forse scabro all'orecchio: basterà che stimino la mia opera feconda quanti vogliono scrutare e penetrare la verità delle vicende passate e di quelle che nel tempo futuro, per le leggi immanenti al mondo umano, s'attueranno di simili, o perfino d'identiche. Possesso per l'eternità è la mia storia, non composta per la lode, immediata e subito spenta, espressa dall'ascolto pubblico.) Dunque i discorsi possono essere interpretati. In particolare i discorsi di Pericle (II 35-46 Abbiamo un ordinamento politico che non ha nulla da invidiare alle legislazioni dei vicini: siamo noi stessi d’esempio agli altri piuttosto che imitatori. La nostra si chiama democrazia perché si governa a vantaggio non di pochi ma della maggioranza; secondo le leggi, nelle controversie private tutti hanno uguali diritti, ma quanto al prestigio ciascuno viene scelto per le pubbliche cariche secondo la fama che gode in qualche campo, e non per la sua appartenenza a una fazione più che per il suo valore; né d’altro canto chi è povero ma può operare a vantaggio dello stato ne è impedito per l’oscurità delle sue condizioni. Viviamo dunque liberamente nei riguardi della collettività, ma anche riguardo ai reciproci sospetti del vivere quotidiano, senza sdegnarci col vicino se fa qualcosa a suo piacere e senza infliggergli quei cipigli che sono innocui, si, ma irritanti. ... Noi poi abbiamo procurato allo spirito moltissimi svaghi dalle fatiche, istituendo gare e feste religiose in tutte le stagioni dell’anno, e con l’eleganza delle case private, il cui godimento quotidiano tiene lontana la tristezza. La grandezza della nostra città ci permette d’importare ogni sorta di beni da tutta le terra, e il godimento dei prodotti di tutti gli altri uomini non ci è meno familiare di quello dei prodotti del nostro suolo. Ma anche nell’esercizio della guerra ci distinguiamo dai nostri avversari per queste ragioni: la nostra città è aperta a tutti, e non succede mai che con l’espulsione degli stranieri noi escludiamo qualcuno dall’apprendere o dal vedere qualcosa che se non vien tenuto nascosto può recar vantaggio a qualcuno dei nemici che ne venga a conoscenza; riponiamo infatti meno fiducia nei preparativi e negli stratagemmi che nel nostro proprio ardimento al momento dell’azione. Mentre quelli [gli spartani] nell’educazione, fin da bambini, cercano di acquistare il coraggio con faticose esercitazioni, noi, pur conducendo una vita libera, sappiamo poi non meno di loro affrontare uguali pericoli. ... Amiamo il bello con semplicità, amiamo il sapere senza mollezza; ci serviamo della ricchezza più come strumento per le nostre attività che per vantarcene a parole; da noi è umiliante il confessare la propria povertà, ma piuttosto il non darsi da fare per liberarsene. Ciascuno di noi può contemporaneamente occuparsi delle proprie faccende private e di questioni politiche; applicandoci ad attività diverse abbiamo sufficiente capacità di giudicare gli interessi collettivi; solo noi, infatti, consideriamo chi non se ne occupa affatto non già un tranquillo, ma un disutile cittadino; noi personalmente o decidiamo, o almeno riflettiamo adeguatamente sugli affari di stato, reputando che alle azioni siano dannosi non i ragionamenti, ma piuttosto il non essersi chiarite bene le idee prima di giungere alle azioni da compiersi. ... Riassumendo, dico che la nostra città tutta è la scuola dell’Ellade, e ciascun cittadino a mio parere può presso di noi sviluppare in modo autonomo la propria personalità nelle più varie forme, nel modo più versatile e con la massima raffinatezza.) sono stati letti in modi differenti: posizione ideologica-politica di Tucidide, vicina a Pericle, o parole attribuite a Pericle per ironia verso la sua politica alla luce della sconfitta del 404 a.C. Ancora una volta i fatti sono interpretazioni, i fatti non parlano da sé, e nemmeno le parole, senza chi le comprende: e comprendere significa dirle nel proprio modo. Tucidide più volte nella narrazione introduce la testimonianza diretta di documenti epigrafici; ma l’introduzione di questi documenti non coincide con una più accurata scelta storiografica: più di una volta Tucidide riproduce passi che non hanno peso, che appaiono fuori contesto, o sono ripetitivi. Cioè i documenti non giocano un ruolo né chiave né chiaro per ipotesi o come testimonianze attendibili. Il documento diventa allora silente cioè non parlante non interpretato. Un’altra ambiguità che ritroviamo nelle storie è il ricorso al mythodes che Tucidide dice di evitare, ma che rintracciamo nei racconti dal gusto drammatico interne alle Storie (che è tipica della tradizione epica). Tucidide scrive in modo aspro e difficile, a differenza di Erodoto, ma che non disdegna il dramma, il tragico. Ma la drammaticità è anche necessaria alla storiografia, perché da movimento alle azioni attraverso l’intervento diretto dei protagonisti nei discorsi o il susseguirsi di eventi bellici. Tucidide ricorre a questa tecnica nel dialogo fra Ateniesi e Meli, “traditori” e condannati per questo alla cancellazione della loro polis. Il colore tragico è poi intensificato dalla costellazione di discorsi che dipingono la grandezza di Atene, la sua potenza e temibilità. Tutte qualità che confliggono con l’andamento della guerra e rendono più devastante la caduta finale: basta pensare al disastro della peste (II 65.5- 13 Faceva soffrire di più [gli ateniesi], oltre all’infierire del morbo, anche l’ammassamento in città degli abitanti delle campagne; questi ne risentivano maggiormente. Poiché infatti mancavano le case ed essi vivevano in capanne che la calura estiva rendeva soffocanti, la moria si estendeva in piena confusione; morendo uno sull’altro giacevano cadaveri, o si rotolavano per le strade e intorno e tutte le fonti, mezzo morti per il desiderio d’un po’ d’acqua. I santuari in cui s’erano attendati erano pieni di cadaveri di coloro che proprio lì erano morti; gli uomini, sopraffatti dal morbo, non sapendo che cosa sarebbe stato di loro, trascuravano ormai egualmente le leggi divine e quelle umane. Non si rispettava più nessuna delle consuetudini prima seguite per le sepolture, ma ciascuno seppelliva come poteva; e molti, mancando del necessario perché già parecchi erano stati i loro morti, ricorrevano a sepolture indecorose, perché alcuni ponevano il proprio morto su pire altrui, prevenendo quelli che le avevano preparate e accendendovi il fuoco, altri invece gettavano il morto che portavano alla sepoltura su un rogo dove stava bruciando un altro cadavere e se ne andavano.).

Il ritratto di Atene

26 Nelle Storie Atene è il vero eroe tragico §

Nelle Storie Atene è il vero eroe tragico. La sua parabola inizia con l’Archeologia quando Tucidide mette in relazione l’origine autoctona degli Ateniesi con l’aridità della terra che hanno impedito le lotte intestine per il territorio (I 2.5-6 L'Attica, ad esempio, per la povertà del suolo fu abitata per lunghissimo tempo sempre dal medesimo popolo. Ed ecco la prova più determinante a sostegno del mio ragionamento, che proprio per le migrazioni le altre genti greche non sono pervenute a un pari progresso: dai diversi luoghi della Grecia, esuli per un conflitto o per una sedizione intestina, gli uomini più ragguardevoli ricorrevano agli Ateniesi, certi di godervi un saldo rifugio. Fatti membri della città, fino dagli antichi tempi contribuirono a renderla via via maggiore per numero d'uomini: cosicché in seguito, non bastando più il territorio dell'Attica, Atene mandò fino nella Ionia le sue colonie.) Questa stabilità diventa un’attrattiva per gli stranieri che lasciano la patria di origine per emigrare e rendere grande Atene. Sarà dopo le guerre persiane che gli ateniesi diverrano marinai e costruiranno il loro impero. (I 18.2 Per parte loro gli Ateniesi, mentre avanzava l'aggressione persiana. decisero di abbandonare del tutto la città raccolsero i loro beni di fortuna e si imbarcarono sulle navi da guerra: si fecero così esperti del mare. Respinto lo straniero con sforzo concorde, non passò molto che il fronte comune dei Greci, di quelli che si erano emancipati dal Gran Re e di quelli che ne avevano retto l'assalto, si spezzò in contrapposti blocchi, polarizzandosi l'uno intorno ad Atene l'altro a Sparta.) Questa è una controtendenza rispetto alla tradizione delle poleis greche, che si identificavano col territorio: Pericle esorta i cittadini a trascurare l’eventuale perdita dei beni perché “non sono queste cose a creare gli uomini, ma gli uomini a creare queste cose”. Perché la città non sono gli uomini, gli Ateniesi abbandonano la città e fanno della propria flotta la loro unica forza. Già Temistocle aveva esortato gli Ateniesi a costruire una grande flotta ed aveva gettato le basi per la politica tallassocratica alla fine delle guerre persiane. Tucidide ravvisa i precedenti illustri nelle talassocrazie di Minosse, Agamennone, Policrate, i cui modelli erano riportati a posteriore per un confronto con Atene: eccedenza di ricchezza reinvestita nella flotta garantita dai tributi degli alleati, inaugurata come coalizione contro i nemici (persiani) e diventata impero marittimo. All’apice della potenza Ateniese, Sparta la rivale che teme l’ingerenza nella Lega Peloponnesiaca scatena la guerra per paura. Il conflitto si estende dividendo le città greche in alleate o nemiche delle due rivali, cioè democratiche o oligarchiche. La politica imperialistica di Atene che ha permesso, in pochi decenni, una enorme crescita, per la ragione di essere aggressiva nei confronti degli alleati conduce Atene alla rovina e alla sconfitta. Tucidide testimonia questa tragica parabola, riserva un posto speciale al periodo di Pericle e fa tracciare a Pericle un ritratto della sua Atene che è rimasto famoso come ritratto ideale dell’Atene classica (II 35-46). In occasione dei funerali del primo anno di guerra, Pericle pronuncia l’epitafio d’onore che è anche l’immagine ideologica della città: Atene modello per tutte le altre città greche. Nell’ultimo discorso di Pericle, per il secondo anno di guerra dopo la nuova invasione Spartana dell’Attica, l’oratore analizza le ragioni storiche e le cause materiali che hanno reso grande la città: la rinuncia di Sparta a condurre l’alleanza contro i persiani, il ricordo dell’impegno ateniese nelle guerre persiane. Ma la crescita dell’egemonia non può giustificare il comportamento aggressivo della città verso i suoi alleati. La potenza materiale di Atene e frutto di apertura e coraggio, opposto alla diffidenza e paura spartana, l’amore per il rischio e l’avventura, la curiosità del nuovo, la creatività, la fiducia, l’ottimismo. L’Atene descritta da Tucidide attrae gli altri, la propria grandezza è in grado di guidare, di proteggere gli altri. Pericle chiede di essere amanti della città, paladina della libertà, proprio perché repressiva delle libertà eccentriche dei singoli alleati, città democratica per eccellenza, proprio per questo nel diritto di essere tiranna. L’egemonia di Atene è giusta e motivata, al contrario di quella spartana, immeritata e ingiusta. Atene come Atlantide nel modello utopico di città orgogliosa del proprio governo e della propria potenza, che per la sua stessa hibrys si è inabissata ingoiata dal mare. Atene come Atlantide, democratica imperialistica, pronta a farsi mettere in ginocchio dalla peste, dalle rivolte, dalle invasioni, dal crollo demografico. La condizione per la salvezza della città era come disse Pericle “evitare di attirarvi altri pericoli in questo periodo di guerra”. Pericle invita i suoi concittadini a resistere al compito di polis thyrannos che Atene ha per naturale superiorità e a cui deve mantenere fede. La stessa tirannia, che secondo Tucidide, esercitava di fatto Pericle sulla città più democratica. La profezia di grandezza di Pericle diventa grottesca se paragonato all’esito della guerra, alle sofferenze di quegli stessi Ateniesi, e al crollo dell’immagine della città. Senofonte Senofonte nacque ad Atene intorno al 430 a.C., più o meno all’inizio della Guerra del Peloponneso; ebbe probabilmente occasione di parteciparvi quando essa volgeva al termine e, se ciò accadde, fu nelle fila dei cavalieri, perché apparteneva ad una famiglia agiata. Dall’umiliante resa di Atene, nel 404 a.C., Senofonte non restò certo colpito quanto i suoi cittadini di sentimenti democratici; egli seguì sempre un orientamento nettamente conservatore e poi, in gioventù si interessò più di filosofia che di politica. Allievo forse dapprima dei sofisti, scelse poi un maestro d’eccezione, Socrate. Anche il ristabilimento della democrazia ad Atene, dopo la parentesi autoritaria dei Trenta Tiranni, non era propizio ad una partecipazione di Senofonte alla vita pubblica nella sua patria. Nella primavera del 401 a.C. egli, accogliendo l’invito di Pròsseno, un amico originario della Beozia, raggiunse l’esercito di mercenari che si raccoglieva in Lidia agli ordini di Ciro il Giovane. Questo principe persiano, pur mascherando all’inizio i suoi propositi, intendeva spodestare il Gran Re, il proprio fratello Artaserse II, valendosi di truppe asiatiche e puntando soprattutto su un grosso contingente ellenico. Senofonte partecipò alla spedizione "senza essere né un generale né un capitano né un soldato" (come afferma egli stesso) fino alla battaglia di Cunassa, presso Babilonia, dove le truppe greche furono vittoriose nel settore loro assegnato, ma Ciro cadde combattendo; poi, quando i Greci, i "Diecimila", abbandonati a mesi di marcia dalla patria al centro di un impero ostile, si conquistarono fra enormi difficoltà la via del ritorno, egli ebbe in questa memorabile impresa un ruolo di rilievo, se non proprio di assoluta preminenza come tende a farci credere nell’Anabasi, l’opera in cui l’impresa verrà rievocata. Dopo varie traversie, protrattesi anche dopo che i Diecimila erano usciti dai confini persiani, Senofonte rientrò in patria nel 399 a.C. e quasi certamente fu per un certo tempo ad Atene. Ma ben presto l’avversione per gli ordinamenti democratici della città, l’assassinio di Socrate, le simpatie per il regime spartano ed infine il suo spirito d’avventura lo indussero nel 396 a.C. ad aggregarsi ad un altro esercito, quello che Sparta mandò, al comando del re Agesilao, a condurre una campagna di guerra contro la Persia in Asia Minore. Senofonte ritornò in Grecia con Agesilao nel 394 a.C. e si trovò al fianco del re spartano nella battaglia di Coronea, in cui Atene e i suoi alleati furono sconfitti da Sparta. Il divorzio dalla patria fu allora definitivo. Senofonte fu colpito dal bando e gli spartani lo risarcirono con la proxenia (una specie di cittadinanza onoraria) e col dono di una vasta e bella tenuta a Scillunte, una località a breve distanza dal santuario di Olimpia, nell’Elide. Per Senofonte, all’incirca quarantenne, ha inizio una nuova vita: si sposa, attende all’educazione dei suoi figli, amministra la sua proprietà, invita amici, va a caccia e soprattutto scrive: buona parte delle sue opere risalgono alla permanenza a Scillunte. Frattanto le vicende della Grecia erano soggette a incessanti mutamenti e alla supremazia spartana succedeva l’effimera egemonia tebana, sanzionata dalla battaglia di Leuttra (371 a.C.). Gli abitanti dell’Elide in lotta con Sparta, scacciano dalla sua dimora Senofonte, che deve cercare rifugio altrove e alla fine si stabilisce a Corinto. Peraltro il nuovo assetto della Grecia aveva portato ad un avvicinamento tra Atene e Sparta e il decreto che bandiva Senofonte e la sua famiglia venne revocato: tanto che i suoi due figli combatterono, ed uno cadde, nella battaglia di Mantinea, che vide Spartani e Ateniesi alleati contro i Tebani di Epaminonda (362 a.C.). Ma, nonostante ciò, Senofonte non fece rientro ad Atene e, attendendo sempre a scrivere opere di vario genere, trascorse gli ultimi anni della lunga vita (morì infatti intorno al 355 a.C.) ancora lontano dalla patria. Le opere: La vita di Senofonte, come si è visto, si presenta come quella di un uomo d’azione e, in certi momenti e sotto certi aspetti, di un avventuriero. Cionondimeno la sua produzione letteraria, interamente conservata fu ampia, oltreché varia per forma e contenuto: Quattro opere maggiori in più libri (Anabasi, Elleniche, Ciropedia, Memorabili) e una decina di opuscoli in un libro solo, in qualche caso molto breve. L’opera che rientra propriamente nella storiografia è una sola, le Elleniche, una storia generale della Grecia dal 411 a.C. al 362 a.C. La Ciropedia è, a prima vista, la biografia di un personaggio storico, Ciro il Vecchio, dall’infanzia fino alla sua morte. L’autore però non si propone tanto una ricostruzione accurata dei fatti, per la quale non avrebbe avuto del resto i materiali necessari, quanto di disegnare la figura del perfetto monarca. Le opere filosofiche di Senofonte ruotano tutte intorno a Socrate: i Memorabili, l’Apologia e il Simposio sono rispettivamente le sue massime, la difesa di Socrate in tribunale e un dialogo intorno all’amore. L’Anabasi è il racconto della guerra di Ciro il Giovane contro il fratello Artaserse II. Senofonte per conferire alla sua opera una patente di obbiettività, scrisse in terza persona e si valse di uno pseudonimo, Temistogene di Siracusa. Le Elleniche I sette libri raccontano l’ultima parte della guerra del Peloponneso, dal 411 a.C. al 404 a.C., presente nel I e II libro. Il II libro si occupa della spedizione dei diecimila. Il III libro copre gli eventi dal 400 a.C. al 395 a.C., le campagne d’Asia degli spartani e la guerra di Corinto; al centro il racconto della figura di re Agesilao, fino al IV libro 388 a.C. La pace del Re apre il V libro, mentre gli ultimi due raccontano dell’ascesa e caduta dell’effimera egemonia tebana. La scelta del momento in cui iniziare il racconto appare chiara: dove si interrompono le Storie di Tucidide. Inizialmente l’opera appare, nonostante manchi di un proemio, dipendente dal modello Tucidideo: rigorosamente annalistico. Questa prima parte denota un atteggiamento filoateniese dell’autore, ne è un esempio la descrizione della figura di Trasibulo. A partire dalla fine della guerra si notano differenze piuttosto nette: l’organizzazione cronologica non è più rigorosamente rispettata, il tono si fa più personale e si afferma una prospettiva filolaconica in modo particolare nelle figure di re Agesilao e del fratello Teleutias. Infatti dal III libro in poi la narrazione è improntata su Sparta e le sue campagne militari. Si notano anche lacune che appaiono dettate da una selezione interessata. Cosi la sconfitta di Cnido, in seguito alla quale gli Ateniesi ricostruirono una grande flotta, è ricordata solo brevemente; Senofonte tace sulla figura dello stratega ateniese Timoteo, sulla fondazione di Megalopoli, da parte degli Arcadi, chiaro segno di indebolimento degli spartani nel Peloponneso; l’assenza sulla costituzione della seconda lega navale attica (378 a.C. / 377 a.C.). Nel confronto con altri autori, ad esempio Eforo, vi sono differenze sulla battaglia di Leuttra; secondo Eforo i tebani vinsero la battaglia nonostante l’inferiorità numerica, Senofonte non lo dice anzi tace su Epaminonda l’artefice della vittoria. Nella battaglia di Leuttra si intravede l’uomo schierato dalla parte di Sparta nella descrizione della sconfitta: Senofonte si commuove. Da qui individuiamo un altro motivo della visione storica dell’autore: l’operato delle forze sovrumane, il volere degli dei che intercedono nelle vicende umane. Sparta viene castigata per non avere saputo ottenere la benevolenza degli dei, per aver calpestato il giuramento di rispettare l’autonomia delle poleis. Al contrario di Tucidide, Senofonte non ricerca le cause vere e profonde degli avvenimenti, ma li giustifica attraverso l’intervento del mondo divino. Un’altra differenza con Tucidide è la descrizione psicologica dei suoi personaggi, certo influenzata dalla sua educazione socratica, in modo particolare nelle figure di Teleutias ed Alcibiade. Un altro pregio delle Elleniche va visto nelle precisa descrizione delle battaglie e tattiche militari: ciò non deve sorprendere considerando la formazione e la vita di Senofonte. L’Anabasi L’Anabasi è il primo genere letterario a metà strada tra storia e autobiografia: il memoriale di guerra. Senofonte descrive la spedizione dei diecimila, mercenari greci arruolati da Ciro il Giovane contro il fratello Arteserse II, vissuta in prima persona dall’autore. Anabasi significa ascesa cioè il percorso verso l’interno dell’Asia. Ma nella battaglia di Cunassa, Ciro muore, e per i greci inizia il tormentato ritorno in patria. L’opera è quasi interamente dedicata alla descrizione di questa lunga marcia, dall’Asia fino al Mar Nero. Le caratteristiche dell’opera, oltre al racconto degli avvenimenti militari, sono: la descrizione del viaggio, i paesaggi incontrati, il mondo politico ed economico dei persiani. Senofonte diventa anche etnografo incuriosito dall’incontro con popolazioni barbare. Se nelle Elleniche troviamo un Senofonte Tucidideo, nell’Anabasi un Senofonte Erodoteo. Anche qui predomina, l’idea della storia umana che procede o viene spezzata dal favore o dall’ira degli dei. Un aspetto su cui riflettere e il protagonista. Sappiamo che Senofonte, nelle Elleniche, indica come il narratore del viaggio in Temistogene siracusano, il protagonista capo della spedizione, ma da Eforo veniamo a sapere che il ruolo di Senofonte doveva essere meno prominente, in quanto comandante della sola retroguardia. Lo stesso Senofonte parla di se stesso in terza persona “c’era nella spedizione anche un certo Senofonte di Atene, che partecipava senza essere né generale, né comandante, né soldato”. Tutto ciò forse per riscattarsi agli occhi degli ateniesi che lo avevano bandito. Ctesia Di Ctesia di Cnido, medico, sappiamo che è autore di Storie persiane, in 23 libri. La conoscenza di cose persiane risale alla carica di ambasciatore greco in Persia. La sua opera di sapore Erodoteo è lungi dal limitarsi ad eventi di rilievo politico economico e militare, mentre l’elemento straordinario e favoloso ricevono notevole spazio. Già nell’antichità questo autore non godeva di buona fama, e venivano mosse critiche sia alla veridicità dei sui racconti sia al suo stile enfatizzante. Tuttavia, per l’originalità e vivacità di alcune parti della sua opera, gli studiosi moderni lo definiscono il precursore della storiografia ellenistica ed il fondatore del romanzo storico. L’Anonimo di Ossirinco Senofonte e Teopompo non furono gli unici a continuare Tucidide. Alcuni frammenti relativi al periodo dal 407 a.C al 406 a.C. e 396 a.C. / 395 a.C. sono stati trovati ad Ossirinco e sono noti come Elleniche o ANONIMO DI OSSIRINCO. Nonostante i pochi frammenti sono importanti per alcune testimonianze su vicende tebane altrimenti sconosciute. Si è cercato di dare un nome all’autore, prima Teopompo, poi Eforo, ma si da maggior credito al nome di Cratippo di Atene. Eforo Disponiamo di poche informazioni su Eforo di Cuma. La sua opera principale sono i 29 libri di Storie, che coprivano il periodo dal ritorno degli Eraclidi fino agli inizi del regno di Filippo II di Macedonia. Dell’opera possediamo circa 225 frammenti e molte citazioni di autori come Polibio, Strabone, Pausania. Caratteristica è la scelta di scrivere un storia della Grecia per un periodo molto piu vasto, a differenza di altri autori che hanno scelto un periodo piu limitato. Le Storie di Eforo comprendevano anche la narrazione di storie e costumi di popoli barbari, sulla linea dei logografi e di Erodoto: Polibio vedeva in Eforo il primo scrittore di “storia universale”. L’avere iniziato dal “ritorno degli Eraclidi” voleva dire rimuovere tutto il periodo della guerra di Troia, del mito. Se ne deduce che individuava nella tradizione greca e nel mito un sapere che non era propriamente storico: lo fa capire in un frammento relativo al periodo della dominazione tebana. In un altro passo, invece, sembra avvicinare Eforo a Tucidide nel cercare di epurare la storia da ogni elemento che non fosse strettamente finalizzato alla comprensione delle sue dinamiche e leggi interne. Tuttavia se riceve da Polibio ammirazione per lo stile e la composizione, non è cosi per quando concerne la ricerca delle testimonianze che lo indica come uno “storico da tavolino”. Teopompo La fama di Teopompo di Chio è legata alla vasta produzione storiografica: le sue opere principali sono le Elleniche e le Filippiche. Ben poco sappiamo delle Elleniche, pochi frammenti, che continuano la Storie di Tucidide dal 411 a.C. al 394 a.C. E’ parsa rilevante la scelta di concludere la narrazione sulla battaglia navale di Cnido che, nella prospettiva filospartana di Teopompo, doveva apparire come il fallimento dell’ambizione spartana di un’egemonia sull’Egeo e dunque la fine un’epoca storica. Le Filippiche mettono al centro un personaggio, l’opera in 58 libri, tratta di Filippo II di Macedonia (vita e morte) dal 359 a.C. al 336 a.C. Nel contenuto viene preso in esame la storia generale dei Greci, con excursus su Persiani, Traci, Illiri e Greci d’occidente. Tutto pero organizzato in funzione della vicenda di Filippo II. Da notare il percorso evolutivo dell‘autore nelle due opere. Se nelle Elleniche, Teopompo, inizia a scrivere sul modello storiografico di Tucidide per raccontare il conflitto tra Atene e Sparta, nelle Filippiche descrive una realtà completamente diversa. Dalla trattazione di vicende con al centro il conflitto tra poleis, passa alla narrazione della personalità carismatica e travolgente di un “non greco”, e gli permette di allargare il campo d’osservazione a fenomeni al di là dell’ambito politico e militare, descrivendo uomini e paesi. Si spiega cosi la fama di ”eccellente narratore di miti”, anche meglio di Erodoto, Ctesia, Ellanico. Comunque, la parte centrale dell’opera era costruita dalla descrizione delle imprese militari e politiche di Filippo, nonché il ritratto della sua personalità. Dal proemio capeggia l’immagine a forte tinte di Filippo che fece dire a Polibio “sarebbe stato piu dignitoso inserire le imprese di Filippo nella storia della Grecia, che non le imprese di quest’ultima nelle storia di Filippo”. Ma la scelta di collocare un uomo al centro della storia va vista nella volontà di ricerca nella sfera delle passioni umane, un approfondimento psicologico, e l’arte del ritratto dell’aspetto psicologico come nucleo fondamentale e caratteristico del metodo storiografico di Teopompo.

27 Autore Loc §

Autore Loc. di Nascita Anno Nasc. Luogo Morte Fine opera Ecateo Mileto ~500 ? 476 Erodoto Alicarnasso 484 Turi ~430 478 Tucidide Atene 460 Tracia? ? 411 Senofonte Atene 430 Corinto? 355 362