Le “Res Gestae” di Augusto
01 Quando Augusto salí al potere (27 a.C §
Quando Augusto salí al potere (27 a.C. col titolo di Augusto, 30 a.C. sconfitta di Antonio) Roma era ancora una repubblica; i suoi predecessori Pompeo e Cesare avevano allargato a dismisura i confini dell’impero, ma avevano lasciato in eredità molti nemici, esterni ed interni (guerre civili). Augusto, dopo aver fondato il nuovo regime, il principato, aveva scongiurato tutti questi pericoli, “restaurando” la pace e l’unità dello stato.
02 La nuova concezione “ecumenica” che era stata assegnata a Roma §
La nuova concezione “ecumenica” che era stata assegnata a Roma, la possiamo leggere nel Res Gestae, l’opera voluta da Augusto. A noi interessa la seconda parte, Index Rerum Gestarum, che doveva essere incisa su tavole di bronzo e posto davanti al suo Mausoleo. Il posto stesso, inserito nel colossale complesso costituito dall’altare della pace costruito dopo la pacificazione dell’occidente, è voluto da Augusto da una chiara idea di ció che avrebbe dovuto simboleggiare. Il testo si presenta come un sobrio resoconto dei fatti, con l’indicazione di nozioni geografiche, storiche e politiche. Nei capitoli relativi alla sottomissione* del mondo abitato (orbis terrarum) vengono ricordate la pacificazione delle province confinanti (Gallia e Germania) o strategiche (regioni alpine), le spedizioni navali nell’Oceano settentrionale o quelle terrestri in Etiopia ed Arabia, le annessioni territoriali in Oriente (Egitto, Armenia), i rapporti diplomatici con nemici tradizionali come i Parti, i Pannoni e i Daci, infine le legazioni di popoli lontani come gli Indiani. Considerando che la parte finale del testo è dedicata alla “definizione” ufficiale del principato, la conquista spaziale viene legata al nuovo ordine di cose instaurato e garantito da Augusto. Il testo finale dell’opera fu approvato dal princeps nel corso del 13 d.C.. E probabile che il testo risale a molti anni addietro, poichè preparato per il 2 a.C., quando Augusto compí 60 anni e gli venne attribuito il titolo di Pater Patriae. I capitoli 25-33* si presentano come una vera lezione di geografia politica e militare e ricordano da vicino molti tipi di documenti antichi come le grandi iscrizioni dei re orientali per celebrare le loro conquiste. Il documento menziona 55 nomi geografici distribuiti in quattro categorie: Roma, l’Italia e i nomi di province; nomi di paesi e di popoli: vinti o sottomessi, esplorati o appena conosciuti; nomi di fiumi, montagne e mari; nomi di città. Molti dei nomi elencati da Augusto dovevano essere familiari ai romani, difficile dire se erano in grado di collocarli geograficamente. Inoltre molti di questi luoghi sono per la prima volta citati in latino, altri di recente acquisizione. Sembra comunque probabile che molti nomi non fossero conosciuti dai Romani suoi contemporanei; donde la supposizione che era necessario un supporto di un documento figurato. A favore di questa ipotesi abbiamo degli indizi nei passi concernenti i confini del mondo secondo la geografia del tempo. Per primo l’Oceano che circonda la terra, e che Roma, con Cesare, era stata la prima a raggiungere e controllare. Da qui Augusto inizia l’elenco dei suoi successi (omettendo gli insuccessi) in quelle regioni che Roma aveva raggiunto per prima: le Gallie, la Spagna, la Germania fino all’Elba, la spedizione navale sino ai fines Cimbrorum (Jutland). Questo versante settentrionale dell’ecumene era, per gli antichi, uno dei confini del mondo. E’ citato anche un altro confine dell’ecumene a sud: l’Etiopia e l’Arabia. Infine sono indicati i confini orientali a proposito delle ambascierie dei re indiani “mai visti prima da un suo generale romano”. Anche nuovi nomi di fiumi sono menzionati per la prima volta come l’Albis (al di là del Reno), il Tanais, confine tradizionale tra Europa ed Asia, e il Danuvius (Ister per i Greci nella parte meridionale). Il corso superiore di questo fiume fu indentificato con l’avanzare della conquista romana, esso rappresenta una delle piú grandi imprese del regno di Augusto. Per apprezzare appieno ció che intendeva dire Augusto in questi passi della Res Gestae, bisognava disporre di supporti geografici precisi testi e disegni; un esempio è l’espressione di Augusto in alcuni punti chiave dove il punto di partenza, direzione e punto di arrivo non avrebbe nessun senso se il lettore non veniva messo in condizione di vederli rappresentati. La maggior parte dei nomi menzionati dall’imperatore la ritroviamo in Strabone e in scrittori specialisti e geografi, le cui opere non erano molto diffuse presso quel pubblico al quale era destinato il testo postumo di Augusto. Ma questo non vuol dire che Augusto si rassegnasse di non essere capito dal suo pubblico se citava un toponimo, l’affermazione del dominio sulla terra abitata (orbis terrarum), nella sua opera, viene dimostrato attraverso i riferimenti topografici che corrispondono alle conoscenze geografiche precise dell’epoca. In alcuni punti, come il riconoscimento della foce dell’Elba o il corso dell’alto Danubio, Augusto unisce gloria militare con quella di capo di spedizioni geografiche, nel solco di una tradizione che era stata dei sovrani ellenistici. Augusto vuole essere riconosciuto come il primo fondatore di un nuovo mondo, che è stato aperto, esplorato, dominato.
Sottomissione*
03 Vediamo in dettaglio il piano dell’opera di riferimento… §
Vediamo in dettaglio il piano dell’opera di riferimento ai capitoli che trattano della “sottomissione” del mondo abitato (orbis terrarum).
Cap. 25-33
1. pacificazione del mare grazie alla guerra contro Sesto Pompeo
2. coloro che hanno prestato giuramento all’imperatore per la guerra aziaca
3. le province i cui confini sono stati ampliati
4. le Gallie, le Iberie, la Germania pacificate
5. sottomissione dei popoli alpini
6. spedizione marittima nell’Oceano. Legazioni dei popoli germanici
7. spedizioni militari in Etiopia ed Arabia
8. l’Egitto viene acquisito all’Impero
9. le questioni armene
10. le province riconquistate a Marco Antonio e a Sesto Pompeo
11. le colonie militari dedotte nelle province
12. le colonie militari dedotte in Italia
13. recupero delle insegne sottratte dai Parti o da altri nemici
14. guerre contro la Pannonia e la Dacia
15. legazioni ricevute da Augusto
16. i re rifugiatisi presso Augusto
17. gli ostaggi parti
18. altre legazioni
19. i re consegnati da Augusto ai Parti e ai Persiani
Simboli e allegorie della conquista del mondo
1 Superiorità di Roma sulle altre egemonie antiche
04 Le Res Gestae affermano e dimostrano in termini… §
Le Res Gestae affermano e dimostrano in termini geografici il compimento della conquista dell’orbis terrarum. Nel testo si parla: di guerre civili esterne condotte vittoriosamente su tutta la terra; la pace assicurata, con le vittorie, per tutto l’impero; tutte le precise indicazioni geografiche sottindendevano la medesima affermazione. Ció non deve stupire, questo tema è stato oggetto di propaganda da parte della letteratura ed arte contemporanea. A partire dal 30 a.C., la poesia ufficiale o ufficiosa, attribuisce a Roma il destino dell’impero universale: la decorazione del tempio in onore di Augusto progettato da Virgilio a Mantova ricorda i trofei conquistati “alle due estremità del mondo”. Per questo motivo la solenne, preliminare, affermazione di Augusto è forse strana per noi, per almeno due motivi. Innanzitutto essa non è un fatto nuovo. Almeno già da due secoli, l’idea del dominio universale di Roma la si trova espressa presso gli storici o gli oratori. Polibio già nel 160-150 a.C., si era posto il problema di capire come Roma abbia potuto sottomettere “quasi tutto il mondo abitato” ad un solo potere. Polibio è chiaro: l’impero di Roma è riuscito ad estendersi su tutta la terra abitata (Europa, Africa, Asia) a differenza di altre grandi egemonie (Persia, Sparta, Macedonia). Ed è anche grazie ai suoi successi in Occidente che Roma ha dimostrato la sua superiorità. Dominio universale o quasi, poichè anche in quelle zone non del tutto sottomesse non esiste nessuna potenza in grado di opporsi a Roma. Nel III libro Polibio afferma decisamente che “ogni angolo della terra è passato sotto la dominazione di Roma”. Questa espressione presuppone un ampio sostrato geografico dato che Polibio aveva un grande conoscenza della materia. Inoltre l’autore stabilisce un nesso tra la conquista romana e i progressi delle conoscenze geografiche, soprattutto nel mondo occidentale e grazie ai viaggi esplorativi (egli ne fece molti a fianco di Scipione). E’ evidente che Polibio non intende dire che i romani dominano tutto l’ecumene, ma che sono presenti in ognuno degli angoli della terra. Ma questa affermazione era già stata formulata prima di lui? Pare che a partire dal 133 a.C. l’espressione “signori dell’ecumene” fosse corrente. La supremazia di Roma nel mondo viene datata dopo la sottomissione di Cartagine (146 a.C.). Effettivamente, intorno l’inizio del I secolo lo slogan fondato sull’espressione “orbis terrarum” fa la sua apparizione nel linguaggio politico romano, ma non ancora nei documenti ufficiali. L’espressione e l’idea diventano correnti al tempo di Pompeo e dopo il suo triplice trionfo del 61 a.C. Lo stesso Pompeo non aveva mancato di rimarcarlo; attraverso una iscrizione che ricordava le sue Res Gestae* in Oriente a partire dalla guerra contro i pirati. In questo testo l’orbis terrarum compare due volte, essendo i suoi limiti confusi con quelli dell’impero. La stessa cosa si potrebbe dire, e anche di piú, di Cesare: infatti, questi era andato ancora piú lontano, verso nord, fino ai confini del mondo. E si potrebbe dire anche per Antonio ed Ottaviano che desideravano entrambi essere il primo non solo della città (urbis), ma del mondo (orbis terrarum). Il secondo motivo della nostra sorpresa di fronte ad un testo come la Res Gestae è di natura politica: almeno una potenza era stata indipendente e fuori dall’impero, quella dei Parti. E se Augusto, nelle Res Gestae, riteneva questa indipendenza come una sorta di vassallaggio, un suo contemporaneo, Pompeo Trogo, esprimeva un’opinione diversa: insinuó che Parti e Romani si erano divisi il mondo. Ma la sua non era una voce isolata. Nelle Res Gestae Augusto pretende di aver sottomesso il mondo all’impero di Roma, ma sapeva bene che questa affermazione non era vera, poichè il consiglio che diede al suo successore, Tiberio, era che ormai “non bisognava uscire dalle frontiere dell’impero”.
05 Un conto è trovare questo tipo di affermazioni… §
Un conto è trovare questo tipo di affermazioni nelle pagine di uno storico o di un oratore a titolo personale, altro è trovarlo in documenti o simboli ufficiali come ratifiche dal senato, su monete o in sculture e dipinti. L’affermazione ufficiale dell’impero universale di Roma, ratificato dal senatoconsulto, è del 58 a.C.: la “lex Gabinia Calpurnia de insula Deli”. In questa legge viene due volte menzionata la terra intera (orbis terrarum): la prima volta per ricordare che i pirati l’avevano devastata, la seconda, senza nominarla, l’opera pacificatrice di Pompeo. Abbiamo poi le monete, si tratta per lo piú della presenza di un globo associato ad altri soggetti. La sempre maggiore frequenza del globo sulle monete romane, nonostante alcune riserve sulla distinzione tra i globi “terrestri” e quelli “celesti”, a partire dal 76-75 a. C., lascia pochi dubbi sul significato che esso traduce. Il globo rappresenta l’impero universale: qualche volta viene associato ad altri simboli del dominio; in altri casi esso serve da supporto o da punto d’appoggio a figure simboliche che ne rivendicano il possesso. Nell’esemplare piú antico di moneta raffigurante il globo, esso compare tra uno scettro di ghirlande ed un timone; sul diritto è la testa del Genius Populi Romani. La prima attestazione letteraria di un impero o di una vittoria “sulla terra e sul mare” è nella “lex Gabinia” del 67 a.C., con la quale veniva affidato a Pompeo Magno un comando universale contro i pirati, ma il simbolo corrispondente a questa espressione era già comparso una decina di anni prima su una moneta, forse per celebrare il comando universale contro i pirati affidato a Marco Antonio nel 74 a.C. L’immagine del globo associata ai simboli del dominio terra marique ricorrerà ancora nel 42 a. C. e anni dopo. Il significato del carattere geografico risulta piú chiaro sulle monete. Ad esempio la moneta battuta nel 56 a.C. da Fausto Silla, la quale rappresenta il ricordo dei tre trionfi di Pompeo (Africa, Spagna, Asia). Al centro è un globo circondato da tre piccole corone: al di sopra è una corona piú grande, a sinistra un aplustre (ornamento della prua) a destra una spiga di grano. Abbiamo una illustrazione sintetica di tutte le imprese di Pompeo: i tre trionfi, l’imperium terra marique (contro i pirati), la spiga di grano rappresenta il comando sulla terra tutta, ma anche la cura annonae (una cura per l’approvvigionamento di Roma del 57 a. C.). E’ molto probabile che il globo ricordi i trionfi sull’orbis terrarum. Indubbiamente il carattere eccezionale di questo trionfo giustificó l’onore eccezionale che gli fu conferito di portare una corona d’oro. In alcune parti della decorazine del suo teatro, Pompeo volle tradurre quelle aspirazioni ecumeniche espresse nl 61 a.C. nella iscrizione del suo trionfo e dei suoi trofei. Nel complesso monumentale del teatro c’era anche una statua dello stesso Pompeo rappresentato nella nudità eroica dell’imperator e con un globo nella mano sinistra. Sicuramente si tratta delle celebre statua che si trovava nella curia di fronte al teatro dove fu assassinato Cesare. Il globo ed il trofeo ricordavano che egli aveva “sottomesso il mondo”.
06 Anche Cesare volle affermare attraverso una rappresentazione simbolica… §
Anche Cesare volle affermare attraverso una rappresentazione simbolica un dominio ecumenico. Si tratta di una statua, o un gruppo di statue eretto sul Campidoglio non a titolo privato, ma da parte del senato, insieme ad altre onorificenze in onore dei suoi trionfi del 46 a.C. Purtroppo non è facile farsi un’idea esatta di queste statue che viene ricordato solo da due passi di Dione Cassio. La maggior parte degli studiosi ha pensato ad una statua di Cesare con i piedi o un piede sul globo, tuttavia c’è un problema: Dione usa l’espressione “che giaceva sotto i suoi piedi” che mal si adatta ad un globo. E’ stato dunque cercato un altro possibile modello iconografico. Due sono le ipotesi fatte. La prima immagina una statua dell’ecumene inginocchiata davanti a Cesare che con un gesto la solleva. L’altra ricostruzione vede un imperatore che sale su un carro che si erge al di sopra di una figura dell’ecumene sdraiata. Quest’ultima rappresentazione è comunque la piú soddisfacente, poichè l’unica che tiene conto sia dell’espressione “che giaceva sotto i suoi piedi” che della presenza del carro. Nel 46 a.C. Cesare aveva appena celebrato il suo trionfo su tre parti del mondo, ed è certamente in riferimento e in opposizione a Pompeo che fece realizzare il gruppo del Campidoglio. Ma con una sostanziale differenza: se Pompeo appariva come un mortale, un imperator del popolo romano, Cesare appariva come un monarca, un semidio o quanto meno un “eroe”.
07 Quanto ad Augusto §
Quanto ad Augusto, egli non aveva nascosto la sua volontà ecumenica. Le Res Gestae vanno lette in questo senso. L’uso simbolico del globo sui denari augustei emessi prima del 29 a. C., rappresentano il principe con il globo in differenti posizioni. Esiste anche un programma architettonico augusteo che va messo in relazione con i due precedenti di Pompeo e Cesare. Si tratta del Foro di Augusto e al tempio di Marte Ultore inaugurati nel 2 a. C. In quella data l’imperatore volle fare di quella inaugurazione un manifesto ideologico e dinastico: presentazione al consolato del maggiore dei suoi nipoti, Gaio Cesare; attribuzione da parte del senato del titolo di Pater Patriae. Il titolo venne scritto sul portico della sua casa e nel Foro Augusto “sotto la quadriga”, in chiaro contrasto con quella di Cesare sul Campidoglio. Il carro era al centro di un complesso monumentale il cui fine era quello di esaltare l’opera politica del principe ma anche provvisto di eredi e “fondatore” di un nuovo ordine. Augusto aveva riunito in quello spazio le statue e gli elogi dei fondatori di Roma e della sua gens, nonché quelle dei piú famosi trionfatori della storia romana. Le R. G., furono redatte intorno al 2 a. C., alcuni hanno supposto che questa prima redazione, o parti di essa, fossero già appese nel foro. Le statue dei fondatori e dei trionfatori si trovavano sotto i due portici all’interno di nicchie dove “titulis” ed “elogium” erano posti sopra e sotto. Velleio in uno dei suoi excursus dedicato alle province, parla di quelle pacificate o create da Augusto. Nella frase, “il divino Augusto, oltre alle Spagne e alle altre nazioni (gentes) le cui iscrizioni (tituli) rendono splendido il suo foro, rese anche l’Egitto tributario...”, la parola plurale “tituli” riferita alle iscrizioni delle nazioni è stata interpretata in due modi: designa una sola iscrizione e precisamente quella di cui parla Augusto a proposito della quadriga e del titolo di Pater Patriae (doveva comprendere un ampio elogio di Augusto); ma se Velleio avesse usato l’espressione titulis provinciarum per dire “una iscrizione in cui compare il nome delle province”, sarebbe piú semplice pensare ad una serie di statue allegoriche delle province e dei popoli assoggettati. E’ vero che nel Foro non è stata trovata nessuna rappresentazione di una provincia o un popolo. Tuttavia sappiamo che il primo piano dei portici era ornato con le statue delle “cariatidi”: il quel periodo le “cariatidi” rappresentavano l’allegoria delle città sottomesse. Nella decorazione del foro c’erano altri elementi che potevano ricordare le province e le gentes. Tra le cariatidi c’erano anche i clipei che probabilmente avevano una funzione allegorica, dobbiamo chiederci se la frase di Velleio non si riferiva alle iscrizioni “tituli” che li designavano. Lo stesso titolo di Pater Patriae poteva suggerire l’idea di una dominazione terrestre universale. Ma tutto questo era sufficiente a giustificare un’affermazione di trionfo ecumenico nel 2 a. C.? Nonostante l’invio di ambasciatori e ostaggi, i rapporti con i Parti non erano buoni. Da Dione ed Ovidio sappiamo che un impresa in Oriente era nell’aria per rendere attuale un dominio che era soltanto virtuale. Comunque sembra che Augusto per affermare nel Foro le sue pretese ecumeniche abbia combinato due diverse tradizioni: quella di Cesare (carro trionfale con il titolo di Pater Patriae) e quella di Pompeo (statua di trionfatore del mondo). Frattanto nelle varie parti dell’Impero venivano costruiti dei complessi monumentali che testimoniavano la fedeltà all’imperatore. Un esempio è il Sebastaion di Afrodisia dove lo spazio riservato ad Augusto è preponderante, nonostante risalga al tempo di Nerone. La scena della Terra con le mani protese verso Roma, insieme alla “vittoria di Augusto”, allude al suo dominio universale. Nel portico settentrionale c’erano pannelli raffiguranti in maniera allegorica le province o le nazioni; questa serie di nomi di popoli pone qualche problema: l’attribuire ad Augusto una conquista dell’ecumene sfiora la celebrazione delle vittorie posteriori sulla Britannia e sull’Armenia ma la Britannia era stata una delle sconfitte di Augusto. A prima vista i paesi scelti sembra arbitraria, ma due fatti sono sorprendenti: la presenza delle gentes (Rhaeti, Bessi, Daces, Trumpilini) conquistate o sconfitte citate nel R.G.; poi gli Arabi anche’essi ricordati nel R.G. L’altra serie di nomi o personificazioni riguarda i popoli balcanici. Ció che stupisce è che la serie dei popoli si trova solo in Strabone, autore di un opera geografica di natura politica. Ma se gli artefici del Sebastaion poterono attingere a fonti storiche o geografiche per celebrare il culto dei padroni del mondo, viene da chiedersi se non fosse un monumento di Roma in cui il “padre della patria” è anche il padre del mondo.
Pompeo*
08 Il testo rappresenta uno dei precedenti sicuri delle… §
Il testo rappresenta uno dei precedenti sicuri delle Res Gestae di Augusto.
09 Pompeo fece iscrivere su un monumento da lui… §
Pompeo fece iscrivere su un monumento da lui costruito le sue imprese in Asia. Ecco una copia di questa iscrizione: “Gneo Pompeo Magno, imperator, a conclusione di una guerra durata 30 anni, vinti e messi in fuga, uccisi o sottomessi 1.283.000 uomini, affondate o catturate 846 navi, ricevuta la sottomissione di 1538 città o castelli, soggiogati tutti i paesi compresi tra la Palude Meotide ed il Mar Rosso, assolve il voto a Minerva. Questo è il resoconto delle sue trionfali imprese in Oriente. Quanto al trionfo da lui celebrato tre giorni prima delle calende di ottobre (il 29 settembre), sotto il consolato di M. Pisone e M. Messalla (61 a.C.), ecco quello che si narra; dopo aver liberato dai pirati le province costiere e restituito al popolo romano il dominio sul mare, Pompeo ha trionfato sull’Asia, il Ponto, l’Armenia, la Paflagonia, la Cappadocia, la Cilicia, la Siria, gli Sciti, i Giudei, gli Albanesi, l’Iberia, l’isola di Creta, i Bastarni e sui re Mitridate e Tigrane”.
da Plinio
Errori e verità
10 Le R.G §
Le R.G. si proponevano come un testo didattico quasi pedagogico, la geografia contenuta si appoggiava a dati concreti indicando confini precisi, direzioni e forse distanze. Il problema che si pone e di capire che rapporto c’è tra questo testo e le conoscenze geografiche del tempo. Gli antichi si sono preoccupati di tirare un bilancio delle acquisizioni e degli errori dei loro predecessori. Gli intellettuali quando parlano di geografia iniziano sempre dalla critica verso i loro predecessori, anche se noi per ricostruire, in maniera approssimata, la rappresentazione del mondo, possiamo servirci solo di Erodoto, Aristotele, Polibio, Strabone, Tolomeo. I progressi delle conoscenze si svolgevano su due piani. Primo, i Greci che con le loro esplorazioni commerciali e militari (Alessandro) descrivevano gli itinerari marittimi nei “peripli”, cioè inventari di luoghi importanti, ordinati secondo le vie di comunicazione, e quando questo, col tempo, si evolse vi inserirono anche la etnografia, una descrizione dei popoli con la loro storia e i loro miti. Secondo, la conoscenza del mondo aveva assunto un aspetto scientifico o teorico che mirava ad avere un’informazione piú completa a soddisfacente delle dimensioni, della natura, dell’origine e dell’universo fisico. Questo duplice aspetto si manifesta fin dalle origini. I Pitagorici nel V secolo ipotizzarono un globo terrestre di forma sferica, nel 550 a.C. Anassimandro disegna la prima carta dell’ecumene su una tavola, era una carta parlante con l’indicazione del nome dei paesi e dei mari. In età alessandrina ci sarà un forte impulso sia qualitativo che quantitativo per due aspetti: l’allargamento delle conoscenze geografiche e lo sviluppo dell’astronomia e della geometria. Prima dell’età di Alessandro, le nozioni di latidudine, di equatore e di tropici erano state espresse per la prima volta da Eudosso di Cnido (IV secolo a.C.). Inoltre aveva tentato anche una misurazione del meridiano. Le nuove conoscenze furono ampliate grazie ai resoconti di Pitea (oceano occidentale e settentrionale) e dagli ufficiali di Alessando (oriente). Con Dicearco si avranno degli ulteriori progressi nella preparazione di una carta, poichè egli concepí un sistema di proiezione piana fondata su elementi geometrici: due assi perpendicolari, uno (il diaframma) corrisponde ad un parallelo di base (Colonne, Sardegna, Sicilia, Peloponneso, Tauro, Himalaya) e l’altro corrispondente ad un meridiano d’origine. Eudosso e Dicearco erano giunti alla misurazione del meridiano terrestre su base astronomica. Eratostene (273-192 a.C.) tentó di calcolare le dimensioni del globo terrestre misurando l’arco di meridiano intercedente tra Siene (Assuan) ed Alessandria, fondandosi sul calcolo della differenza di latitudine tra le due città in un giorno stabilito. Conoscendo la distanza tra le due città (dai bematisti) si poteva dedurre il grado di latitudine e quindi della circonferenza: Eratostene, nonostante gli errori dei suoi calcoli, andó molto vicino alla vera circonferenza (anche se non sappiamo che tipo di stadio utilizzó). Nonostante ricevette molte critiche dai suoi predecessori, venne sempre molto citato, su alcuni punti fondamentali tutto risale a lui: nuove misure della terra, sistema di proiezione piana con meridiani e paralleli, la terra abitata isola in mezzo all’oceano situata nell’emisfero settentrionale. Per Eratostene l’ecumene era come una rettangolo (lunga due volte la larghezza) dall’estremità assottigliate, penetrato da mari e golfi, limitata a nord da Tule (Pitea) e a sud dalla “costa degli Aromati”. Dobbiamo rilevare che Eratostene non conosceva l’esistenza di terre piú ad est del Gange, di conseguenza il Mediterraneo risultava allungato. Utilizzó anche il sistema di Dicearco, dividendo la terra in due, mediante il diaframma che dalle Colonne, attraverso lo stretto di Messina e l’isola di Rodi, arrivava fino alla catena del Tauro. Poi divise le due parti in settori quadrilateri (sphragídes) con confini artificiali, che avevano lo scopo di facilitare la riproduzone cartografica della terra. Tramite Strabone conosciamo solo quattro sphragídes, relative al settore sud orientale della terra. Un altro studioso che applicó la matematica alla geografia fu Ipparco di Nicea (190-125 a.C.). Ipparco è noto come lo scopritore della “precessione degli equinozi” e come iniziatore della trigonometria. Corresse Eratostene in tutto per tutto e non sempre a ragione, ad esempio la circonferenza della terra. Ipparco dava all’ecumene la forma di una tavola, cioè di un quadrilatero. Ma a differenza di Eratostene, all’interno del quadrilatero traccia dei rettangoli, piú precisi per il posizionamento dei luoghi. Ad Ipparco si deve anche la sistemazione dei klimata, tale che ognuno corrispondesse ad un grado di latitudine. Con le nuove scoperte dell’età ellenistica si elaboró una idea di insularità della terra abitata e di piccolezza rispetto all’immensità del globo che destó grande impressione presso gli antichi al punto da far nascere una teoria: la teoria della “pluralità” dei mondi abitati, formulato da Cratete di Mallo (168 a.C.). Cratete aveva formulato l’ipotesi dell’esistenza di altri tre mondi abitati nelle altre tre parti del mondo, ma questi altri tre mondi erano inaccessibili. Fino alla rivoluzione di Marino di Tiro e Tolomeo (I e II d.C.), per cui anche in età augustea, questa era la visione geografica degli antichi. Le nuove rettifiche sulle distanze ed i confini dell’età augustea sono state assimilate e trasmesse dagli autori greci, in particolare Posidonio, Polibio e Strabone che si resero conto che tutti questi progressi erano stati resi possibili grazie alle conquiste romane. Se in Oriente le spedizioni militari del II e I secolo a. C. erano state condotte in territori già noti, non era cosí in occidente. Per ragioni politiche e militari, i Greci avevano una visione approssimativa dell’Europa e dell’Africa occidentale. I commercianti e le truppe romane aprivano passaggi, prendevano appunti e misure, i geografi Greci del tempo, che hanno rapporti con il potere romano, descrivevano tutto attraverso i dati di nuova acquisizione. Nacque cosí la chorografia, geografia descrittiva dettagliata, in cui viene dato molto spazio alla geografia umana (etnografia). Posidonio (135-50 a.C.) è un enciclopedico, originario della Siria, che aveva viaggiato dall’Egitto alla Gallia e alla Spagna. Nella sua opera si registrano molti progressi della geografia descrittiva. In materia di geografia matematica e astronomica e in cosmografia, Posidonio impiega un sistema diverso da quello di Eratostene per la misurazione del globo terrestre, assumendo a base dei suoi calcoli l’osservazione dell’altezza del Canopo di Rodi e ad Alessandria: non conoscendo la reale distanza tra le due città, formula una cifra troppo bassa. Posidonio fissa le zone del globo con linee gnomoniche (arte di tracciare in proiezione su una rappresentazione della sfera celeste i movimenti apparenti degli astri) precise corrispondenti alle linee attualmente adottate, i circoli artici ed i tropici. Ma di queste zone Posidonio dava anche un definizione climatica ed etnografica, come Eratostene e Polibio ebbe l’idea che la zona intertropicale non fosse né inabitabile né inabitata.
11 Un’opinione diffusa ma sbagliata attribuiva ai Romani di… §
Un’opinione diffusa ma sbagliata attribuiva ai Romani di avere esplorato, misurato e conquistato, lasciando la scienza ai Greci, in questo senso le argomentazioni furono deboli o mal comprese. Per la verità tra la fine del II e gli inizi del I secolo a. C., la contrapposizione Greci- Latini sta per cadere, mentre nelle classi colte gli studi si seguono in due lingue; già da molto tempo i Latini leggevano i Greci. Tuttavia una letteratura geografica si è affermata soltanto molto tardi a Roma, ma almeno due autori vanno ricordati: Cesare e Varrone. Gli excursus geografici sulla Gallia, Britannia e la Germania, Cesare li preparó sulla base di autori piú antichi (Eratostene, Polibio), ma fondandosi anche su notizie piú recenti, come quelle fornitegli dai commercianti da lui interrogati a proposito della Britannia. Per quanto brevi e sommari fossero questi passi, quel che è certo è che in quanto opera di Cesare dovettero stupire profondamente i contemporanei, e diffondere, notizie piú esatte intorno a queste regioni delle quali da molto tempo si aveva una conoscenza indiretta ma che finalmente erano state raggiunte e presto conquistate, pacificate e misurate. Ma la piú completa messa a punto delle conoscenze geografiche per il pubblico romano si deve a Varrone, il quale viene citato spesso da Plinio per le distanze di Spagna, il Ponto e l’Italia.
12 Sia Posidonio che Varrone riassumevano lo stato delle… §
Sia Posidonio che Varrone riassumevano lo stato delle conoscenze e delle rappresentazioni geografiche comuni nel momento in cui, con Augusto, Roma contemplava questo mondo conquistato. Un altro contemporaneo di Varrone, l’architetto Vitruvio si presenta come un astronomo, un geometra e geografo che menziona Eratostene, Ipparco, Posidonio. Vitruvio conosce perfettamente le nozioni di latitudine e ci informa sugli gnomoni, ha una sua teoria delle zone climatiche, conosce e menziona l’uso di carte disegnate (evidentemente nella classe alta romana le nozione tecniche erano conosciute). Se consideriamo i geografi Greci anteriori ad Augusto, rileviamo che essi non conoscevano affatto le regioni dell’Oceano settentrionale, la Celtica, la Britannia, la Germania. Essi avevano descritto bene le regioni meridionali quali l’Etiopia, il Mar Rosso, la Persia, l’India. Va rilevato che alcuni dei nomi geografici citati dalle R.G. sono citati da questi geografici Greci, mentre non compaiono affatto negli autori Latini. Questi nuovi nomi geografici erano stati conosciuti dai Romani solo attraverso le iscrizioni trionfali di Pompeo. L’assenza di questi nomi in latino la dice lunga sui limiti della letteratura geografica romana prima dell’età di Augusto e di Varrone. L’ecumene che potevano conoscere i Romani di quel tempo era dunque essenzialmente il mondo dei Greci, con tutti i suoi risultati positivi: la consapevolezza della rotondità del globo, le sue reali dimensioni, ecc. Ma era un’ecumene molto piú piccola di quanto non fosse in realtà, dove la zona del Mediterraneo assumeva proporzioni maggiori del vero, con la conseguente sopravvalutazione delle sua centralità. Ma errori e deformazioni riguardavano la larghezza, una convinzione diffusa era che verso nord, il limite della latitudine era nella regione del Ponto Eusino, della Britannia e della foce del Reno, verso sud il limite era l’Oceano che lambiva l’Etiopia e l’India. Da questo bagaglio di convinzioni si riteneva che le distanze tra il Mediterraneo e i “limiti” fossero piú contenute e quindi possibile circumnavigare attraverso l’ovest, il nord e il sud. Un’altra diffusa credenza era che il Mare Ircanio comunicasse liberamente con l’Oceano settentrionale attraverso un passaggio detto anche “le Colonne d’Ercole del Nord”. Gli antichi, incapaci di dare una rappresentazione bidimensionale dello spazio, cartografica, sarebbero rimasti legati alla formula del periplo, cioè una visione lineare lungo un itinerario che, se registra correttamente le distanze, tiene poco conto gli orientamenti reali: si tratterebbe di un universo deformato in modo caricaturale, come quello rappresentato nella Tabula Peutingeriana. Le condizioni tecniche in cui si svolgevano i viaggi nel mondo antico spiegano l’importanza accordata agli itinerari, di tappa in tappa. Un altissimo sviluppo nel concetto di spazio, viene raggiunto grazie a due cartografi di età imperiale, Marino di Tiro e Tolomeo: con la loro opera vennero introdotti dei raffinatissimi sistemi di proiezione nel tentativo di dimostare la sfericità del globo, mentre la carta venne disegnata utilizzando moltissimi punti (8.000), le coordinate dei quali venivano date in gradi di latitudine e di longitudine. Tuttavia gli strumenti ottici erano imperfetti ed, inoltre, in assenza di un cronometro i problemi sorgevano per il calcolo delle longitudini e in particolare per le distanze marittime. Ecco perchè in Tolomeo molte “coordinate” non dipendono da osservazioni dirette, ma da deduzioni o calcoli effettuati sulla base degli itinerari ufficiali o ufficiosi. Ma che tipo di diffusione e destinazione avevano queste carte? Sia in Grecia che a Roma esisteva una cartografia dettagliata di territori e città a grande scala, redatta con notevole precisione, purtroppo non ci è pervenuta una cartografia regionale a media scala. La cartografia di tipo scientifico, opera di astronomi e geografi, era già d’uso didattico nelle scuole filosofiche o di altro tipo dal IV secolo a. C. Gli Itinerari si rivolgevano a commercianti, marinai, pellegrini e militari. Le opere geografiche (Strabone e Plinio), a volte assumono l’aspetto di veri e propri itinerari, si rivolgono innanzitutto a chi governa per offrirgli uno strumento per meglio governare. Strabone è stato l’autore, di età augustea, che meglio si presta a questa considerazione. Egli è un Greco legato a doppio filo con il potere romano. Per Strabone la geografia è la scienza dell’appropriazione della terra da parte dell’uomo, l’inventario della sua dimora, delle sue risorse. Ma è anche una geografia politica rivolta appunto a chi governa. La geografia è l’inventario di tutte le cose, da qui la grande importanza che Strabone accorda a quelle informazioni riguardanti le “risorse”, l’economia, oltre alle informazioni storiche.
13 Abbiamo visto come le R.G §
Abbiamo visto come le R.G. costituissero il coronamento e la spiegazione di tutto ció che il suo operato (Augusto) aveva espresso nel suo lungo regno: la conquista di prestigiosi confini voluta e compiuta, la supremazia del popolo romano, sia nella vittoria che nella pace. Tutto questo teso verso una visione geografica ecumenica, in qualche modo la geografia a vantaggio suo e di Roma. Strabone è stato il primo scrittore del suo tempo a rispondere a questo appello: la politica poteva essere utile alla geografia cosí come la geografia poteva essere utile alla politica.
Le esplorazioni e i viaggi
14 Il merito dei grandi viaggi e delle grandi… §
Il merito dei grandi viaggi e delle grandi scoperte dell’antichità viene attribuito ai Greci (da Pitea a Nearco), ma i Romani non furono estranei a queste scoperte. Polibio e Strabone riconoscevano ai Romani di avere favorito i viaggi e le ricognizioni in molte regioni, specie in quelle occidentali. Nella maggior parte dei casi queste esplorazioni furono la premessa o la conseguenza per spedizioni militari.
(pag. 80-81 elenco)
15 I Romani non hanno scoperto terre sconosciute §
I Romani non hanno scoperto terre sconosciute, ma va riconosciuto il merito di essere entrati, di avere fatto rilievi e di aver fatto conoscere territori di cui i Greci avevano solo sentito parlare. Nel periodo in questione la “dicotomia” tra scienza greca e pratica romana è un falso problema, poichè la simbiosi culturale è totale. La visione del mondo era ben diversa da quella lasciata dall’età ellenistica, il mondo occidentale era ormai a portata di mano. Roma non ha conquistato il vecchio mondo ma è il vecchio mondo che è stato messo in condizione di poter entrare in contatto con Roma.
La Carta di Agrippa (Marco Vipsanio Agrippa)
16 Non era sufficiente disegnare approssimativamente un mondo che… §
Non era sufficiente disegnare approssimativamente un mondo che Roma avrebbe dominato, bisognava governarlo, e per governarlo bisognava conoscerlo, misurarlo e soprattutto darne una rappresentazione grafica. Per questo motivo, in età augustea, fu avviata una serie di operazioni di tipo geografico, cartografico e amministrativo di redazioni di libri, mappe di molte regioni e di itinerari stradali. Di molte di queste opere la piú importante è la celebre carta di Agrippa. Prima di questa carta, due testi geografici tardi menzionano una grande opera di “misurazione” del “mondo abitato”, che fu probabilmente voluta da Cesare. Sarebbero stati scelti 4 scienziati che si sarebbero divisi questo compito di stimare il mondo abitato non secondo i continenti, bensí secondo le regioni corrispondenti ai punti cardinali. Conosciamo oltre al nome di costoro anche la durata di ogni “misurazione” indicata dalla data consolare della fine dell’operazione e con l’indicazione esatta del giorno, mese e anno. Ma queste indicazioni pongono qualche problema: si rileva che le date consolari ed il computo degli anni non coincidono affatto; abbiamo rilevato qualche errore per quanto riguarda le operazioni che interessarono il Mezzogiorno (ad esempio confondere un legato della Siria con un console e confondere due consoli); i nomi dei “geometri” sembrano banali se non inventati; i termini geografici o geometrici sono banali e generici o usati piú tardi; la divisione del lavoro “regioni nord, sud, est, ovest” non corrisponde alle canoniche divisioni della geografia al tempo di Cesare e Augusto. Tuttavia i computi tra le dati consolari e la durata dichiarata sono esatti, ció fa supporre che non tutto è stato inventato.
17 A quanto pare §
A quanto pare, di tutte le iniziative d’età augustea quella piú chiara ed esplicita è quella di Agrippa. Qualche dubbio rimane riguardo alla sua portata reale scientifica, politica o simbolica. I dati piú chiari sono di Plinio. Plinio cita spesso Agrippa quale autore di misurazioni geografiche riguardanti le dimensioni delle province e delle regioni del mondo, dei mari e delle isole. Ma il modo in cui questa operazione viene riferita fa supporre che Plinio abbia consultato un testo di tipo cartografico la celebre carta della Porticus Vipsania. La “carta di Agrippa” nella Porticus Vipsania del Campo Marzio, dunque esisteva; Plino l’aveva vista e lo dichiara. Quello che non sappiamo è se essa venisse chiamata la “carta di Agrippa”. Quando Plinio la nomina la designa attraverso il nome del portico, dicendo che è stata realizzata da Augusto, forse tra il 7 e il 2 a. C. Altro problema riguarda la sua esatta natura. Gli antichi distinguevano due tipi di rappresentazioni di carattere geografico: la geographia che disegnava la terra nel suo insieme, e la chorographia che riportava i dettagli delle singole regioni. Tolomeo spiega chiaramente che la carta geografica si limita a menzionare i golfi, le grandi città, le nazioni, i fiumi piú importanti; la carta corografica invece riporta minuziosamente anche i porti, i villaggi, i distretti, gli affluenti dei fiumi, ecc. Quella di Agrippa era una carta di tipo “geografico” poichè descriveva l’ecumene nel suo complesso e non si limitava al mondo romano con le sue province. Agrippa aveva lasciato anche dei Commentarii e sulla base di quest’ultimi che la carta fu redatta. Piú frequentemente un commentarius è un testo che accompagna qualcosa di cui si deve far uso, cioè un “trattato”. I Commentarii di Agrippa erano un testo redatto con l’aiuto di coloro che avevano disegnato la carta. Il lavoro di ricostruire la carta si è basato, oltre alle citazioni di Plinio, ad alcuni passi di Strabone (distanze espresse in milia e non in stadi di alcune regioni d’Italia), e da due testi geografici tardi, la “Dimensuratio provinciarum” e la “Divisio orbis terrarum”, nei quali si trovano dei parallelismi con le regioni e le misurazioni di Agrippa. Tutti questi dati presi insieme hanno permesso di disegnare una tavola precisa di 24 regioni che corrispondono all’orbis Romanus, e alle sue province. Per ognuna di queste regioni vengono date le misure della lunghezza e della larghezza. Si tratta di elementi piuttosto generici ma che sono sufficienti per darci un’idea della carta di Agrippa. Inoltre almeno due fatti emergono con certezza e ci consentono di confutare due erronee interpretazioni. In primo luogo la carta di Agrippa non era un Itinerario, quasi un prototipo della Tabula Peutingeriana. Agrippa per certe dimensioni utilizzó gli itinerari ma non per le distanze marittime, è pertanto ingiustificato affermare che le dimensioni e l’aspetto della Tabula siano un riflesso esatto della carta di Agrippa. Secondariamente non si trattava di una “carta rotonda”, anche se la vecchia moda delle carte ioniche rotonde continuava ad essere diffusa, i contemporanei di Augusto conoscevano perfettamente gli incovenienti (già Erodoto aveva irriso le carte rotonde dove i rapporti tra le distanze risultano deformati). Tenendo conto delle dimensioni che doveva riprodurre la carta di Agrippa nel Portico, non poteva avere una forma rotonda. L’ecumene di Agrippa aveva nel complesso una forma rettangolare, come è molto probabile che Agrippa adottó il vecchio sistema di “proiezione” di Eratostene. Inoltre è molto probabile che la carta di Agrippa avesse un “diaframma” come nelle carte di Dicearco ed Eratostene. Infatti la nozione di parallelo era quella che meglio si era imposta, non solo presso gli eruditi, ma anche presso il grande pubblico. Dai testi conservati sappiamo che Agrippa aveva diviso l’ecumene in 24 regioni. Questo sistema ricorda molto da vicino quello delle sphragides, quelle figure geometriche che favorivano la visualizzazione schematica delle forme dei paesi. Le regioni di Agrippa avevano nomi prettamente geografici, specialmente quelle esterne all’Impero. In altri casi esse potevano coincidere con le province, e in questo senso la carta era politica ed amministrativa. Ma che cosa comprendeva esattamente la carta di Agrippa? A prima vista saremmo portati a pensare all’intera ecumene, attribuiva grande importanza alle coste e a quanto pare menzionava i fiumi piú importanti. Altri aspetti discussi è il rapporto tra Strabone e la carta di Agrippa, rapporto che puó aiutare a ricostruire la carta stessa (sulla base di Plinio), e il problema di un’opera geografica dello stesso Augusto e dei suoi rapporti con Agrippa. Innanzitutto il termine corografia ha avuto sempre lo stesso significato attribuito da Strabone e Tolomeo? Nella lingua latina il termine ricorre solo in Vitruvio, quando parla di corographiae della terra intera che implicano fiumi, si ha l’impressione che si tratti di una o piú carte del mondo. Carte senza dubbio generali, ma anche molto dettagliate. Fonti non eccessivamente tarde hanno potuto chiamare chorographiae una descrizione del mondo generale, ma anche particolareggiata, proprio come quella che si poteva vedere sulla carta del Portico, ed attribuita ad Augusto (Plinio non menziona Agrippa ma Augusto che la fece ultimare). Il chorographos di cui parla Strabone puó essere un autore anonimo, visto che Agrippa era morto, che per ordine dello stesso Augusto aveva completato la carta del Portico. Ma possiamo anche supporre che Strabone aveva in mente una carta generale del mondo che corrispondeva alla carta di Agrippa. Nell’opera di Strabone, le regioni estreme della parte settentrionale del mondo avevano una visione ridotta e marginale come nella carta di Agrippa.
18 In mancanza di indicazioni precise §
In mancanza di indicazioni precise, possiamo formulare solo ipotesi sulla dimensione della carta e della suo orientamento. Si ritiene che le carte romane avevano piú spesso l’est verso l’alto, riesaminando tutte le testimonianze letterarie si arriva alla conclusione che le carte romane avessero un orientamento predominante a sud, cioè con il sud in alto. Non è escluso che talvolta l’orientamento scelto dipendesse dal monumento in cui veniva inserito. Troppo frettolosamente si è creduto che la carta di Agrippa “non aggiungesse niente” alle conoscenze geografiche. In alcune regioni apportarono miglioramenti rispetto ai risultati di Posidonio e Strabone, e in particolare, alle regioni occidentali, per il profilo delle coste della Spagna, della Gallia e della Germania. Ma anche le misure del Ponto Eusino. In modo particolare Agrippa dimostra di conoscere il corso dei fiumi Danuvius e Vistola, i quali definiscono anche i confini tra l’Impero e le regioni esterne: Impero-Germania il primo e Germania-Dacia il secondo.
19 Possiamo affermare che il lavoro di Agrippa sia… §
Possiamo affermare che il lavoro di Agrippa sia stato di alta qualità. Plinio si rende conto della qualità dell’uomo. Agrippa si occupó di molte attività: attività edilizia a Roma nel 33 a.C., le sue responsabilità di ammiraglio di Augusto, le sue campagne militari e navali, la sua opera amministrativa in Gallia (anche un censimento), la costruzione della rete stradale che partiva da Lione. Ma egli non aveva lavorato da solo, ai suoi ordini c’erano molti uomini di mare, che certo avevano rilevato distanze con precisione. In quanto responsabile delle operazioni per il census, della costruzione di strade e della flotta, Agrippa poteva disporre di tutta una serie di misure prese e annotate nei suoi commentari. Per il resto, e cioè i territori al di fuori dell’impero, utilizzó le misure fornite dai Greci. Ma la carta che Agrippa aveva progettato aveva uno scopo simbolico e politico, e si inserisce bene nel tema dell’impero universale voluto da Augusto. L’uso delle grandi tavole geografiche potevano essere di carattere scientifico, ma quando si tratta di carte esposte in pubblico, l’uso pedagogico lascia il posto ad un proposito ideologico e politico. L’orgine della cartografia romana e legata all’esposizione trionfale nei templi delle “carte della vittoria”. L’opera di Agrippa e Augusto è una specie di monumento trionfale, ma non su un piano simbolico, come lo erano il teatro di Pompeo o il foro di Augusto, ma bensí su un piano razionale ed umano. Infine potremmo anche supporre che in un primo tempo Augusto avrebbe incaricato Agrippa di realizzare questa “carta dipinta del mondo” per illustrare le sue R.G., e che poi, a causa della morte prematura del genero, avrebbe dovuto condurre a termine personalmente l’impresa. Se è vero che nel 2 a.C., nel momento in cui il principe riceveva il titolo di Padre della Patria, egli aveva già redatto la parte piú consistente e trionfalistica delle sue imprese, sarebbe oltremodo seducente che Augusto avesse fatto ultimare l’opera di Agrippa in tempo utile perchè si potessero seguire comodamente sulla carta i nomi che lui elencava.
I censimenti (gestione dello spazio umano)
20 Gli abitanti di Roma potevano essere orgogliosi di… §
Gli abitanti di Roma potevano essere orgogliosi di vedere d’aver conquistato il mondo negli elenchi di nomi geografici delle R.G., o nella simbolica disposizione del foro, o ancora sulla carta dell’ecumene del Portico di Agrippa. Ma i Romani che dovevano governare si erano subito resi conto, già negli ultimi anni della repubblica, della fragilità della loro dominazione: quest’ultima rischiava di andare oltre i limiti delle proprie forze e delle proprie risorse. Roma sapeva benissimo che per mantenere un cosi vasto impero, doveva convincere i sudditti che quel tipo di governo era vantaggioso. Augusto, attraverso la pace interna, la prosperità e la buona amministrazione, aveva rappresentato la base della sua politica. Ma per ottenere ció era necessario agire e governare, e per far questo era indispensabile avere un’idea precisa delle risorse di questo impero e di ció che aveva bisogno per il mantenimento. Per cui si poneva il problema delle informazioni. In età repubblicana esistevano degli “archivi pubblici”, in cui venivano preservati i conti e gli affari finanziari, i decreti e le leggi. Ma questi archivi oltre ad essere dispersi nelle varie città erano in condizioni di abbandono e trascuratezza.
21 Il controllo sulle persone §
Il controllo sulle persone, sull’economia e sull’amministrazione rendeva necessaria la padronanza delle informazioni che li riguardavano, la redazione di documenti consultabili ad ogni livello della macchina statale, per conoscere ed ordinare, per essere informati e tenere informati i sudditi.
22 L’ operazione del census era il sistema romano… §
L’ operazione del census era il sistema romano per conoscere le risorse della città (uomini e proprietà), e di classificazione dei cittadini (patrimonio) al fine di distribuire le cariche politiche e militari. Dal V al II secolo a. C. si chiedeva ai cittadini di presentarsi, obbligatoriamente, davanti ai censori per denunciare le loro proprietà, la loro famiglia e i beni. Chi non si presentava andava incontro a pene di diverso tipo. In età repubblicana con questo sistema lo stato controllava e aggiornava la sua popolazione e le sue risorse. Tutte le informazioni erano concentrate a Roma, ció comportava una considerevole mobilitazione di individui, ma alcune operazioni potevano svolgersi anche in alcune città piú importanti (i municipi) appartenenti allo stato Romano. Questo sistema cominició a sgretolarsi a partire dal II secolo a. C. per due ragioni: le risorse del tesoro aumentarono grazie alle conquiste, di conseguenza i cittadini romani non erano piú tassati con imposte dirette; dopo la Guerra Sociale, con la concessione della cittadinanza agli uomini liberi della penisola italiana (aumento demografico dei cittadini romani), le operazioni tradizionali divennero quasi impossibili. I cambiamenti risalgono forse già in eta cesariana. Da un documento epigrafico, la Tavola di Eraclea, abbiamo notizia di una modifica dell’operazione di census; dal testo risulta che il magistrato di ogni municipio dovrà effettuare sul posto il census, quando Roma deciderà di fare il censimento. Una copia dovrà, inoltre, essere spedita a Roma. D’altronde, già in età republicana, le comunità non romane d’Italia dovevano fornire dei contingenti e garantire con i propri beni il pagamento del soldo ed il mantenimento della truppe, quindi la necessità di essere censiti non doveva essere una novità. Ormai non era piú sufficiente conoscere la capacità contributiva in uomini e in denaro, ma anche di centralizzare a Roma la totalità delle informazioni. Con questo testo la circolazione dei documenti prese il posto della circolazione di uomini. Abbiamo un altro esempio di census voluto da Cesare per ridurre il numero di quanti beneficiavano delle distribuzioni gratuite di grano. Il sistema prevedeva la necessaria conoscenza della popolazione urbana: questa doveva essere accertata per dichiarazione strada per strada da parte dei proprietari di immobili in affitto. L’enorme aumento demografico a Roma veniva risolto con un sistema snello considerando che un abitante o era proprietario o affittuario.
23 Ma con la fondazione del principato §
Ma con la fondazione del principato, il potere centrale non doveva piú occuparsi della sola Roma. Era necessario effettuare i controlli su scala mondiale. Augusto fece tre censimenti generali che portarono ad un computo della popolazione. Ma se ne ricordano anche altri non generali, ad esempio verificare i cittadini con un certo patrimonio. Inoltre le operazioni erano state decentralizzate, i magistrati di ogni municipio e di ogni colonia ricorrevano ogni 5 anni ad un censimento, indipendentemente da quando c’era il census a Roma. Comunque tutti i documenti continuavano ad essere conservati a Roma. L’obbligo di effettuare il census si estendeva anche ai non romani, ai municipi ed ai coloni latini. In età augustea risale anche un’altra innovazione: le dichiarazioni di nascita obbligatorie, resa necessaria per la successione e l’emancipazione della schiavitú. Conosciamo anche delle dichiarazioni di decesso, probabilmente già attive al tempo di Cesare, poichè i beneficiari di grano deceduti venivano rimpiazzati da persone estratte a sorte. Un’altra categoria di documenti conservata a Roma, era il registro di coloro che avevano ottenuto la cittadinanza.
24 Ma per quel che riguarda la popolazione degli alleati §
Ma per quel che riguarda la popolazione degli alleati, città e popoli liberi, federati, sudditi, il problema è piú difficoltoso, poichè le fonti cristiane sul celebre “censimento” contemporaneo alla nascita di Cristo pongono qualche problema. L’espressione di Luca sul “primo censimento generale voluto da Augusto” ai noi pone qualche interrogativo. I censimenti provinciali esistettero anche prima di Augusto, resi necessari per determinare le imposte fondiarie dirette sulla produzione agricola e su imposte personali (attestata in Africa e Cilicia). E’ evidente che per far funzionare questo tipo di sistema, era necessario conoscere il numero dei contribuenti e dei loro beni. Nelle vecchie province bisognava aggiornare le liste esistenti, mentre in quelle nuove crearle. In Egitto esisteva un’operazione che censiva tutti gli abitanti (compresi i cittadini romani) casa per casa su dichiarazione del proprietario o del fittavolo. Tutte queste dichiarazioni venivano poi classificate secondo un criterio topografico: per villaggi, per quartieri, e disposte secondo l’ordine alfabetico dei proprietari. Ma negli uffici venivano conservati anche delle liste topografiche delle case che servivano per verificare i dati delle liste della popolazione. Questo tipo di censimento decentralizzato fu introdotto da Roma in Egitto, ma non abbiamo elementi per affermare che fu impiegato anche altrove. Abbiamo qualche testimonianza sulla realizzazione del census nelle province in età imperiale. La documentazione è cosí incompleta e rischiosa che dobbiamo ammettere che la mancanza di testimonianze riguardanti una determinata provincia non costituisce una prova dell’assenza del census. Per cui non abbiamo prove certe che le fonte cristiane siano esatte. Per quanto riguarda la Giudea è possibile che un census fu eseguito dopo l’annessione del territorio da parte dei Romani (6-7 d.C.), oppure non è inverosimile che sia stata presa la decisione di fare un censimento generale nel 27 a.C., al momento della fondazione del nuovo regime. In ogni caso l’errore è l’avere attribuito ad Augusto un solo censimento generale; i censimenti dovettero aver luogo sicuramente dappertutto.
25 Molto piú importante è sapere come questi risultati… §
Molto piú importante è sapere come questi risultati venivano trasmessi, utilizzati e resi pubblici. Non ci è pervenuto un computo globale della popolazione ma solo cifre riguardanti i cittadini. Con Augusto si inizió a calcolare la popolazione totale e non soltanto i maschi. Mi sembra evidente che a partire dalla età augustea le autorità romane potevano disporre di risultati dettagliati: il census tradizionale per tutti i cittadini dell’Impero; le dischiarazioni di nascita e di morte per Roma e le province e, a seconda dei casi, come in Egitto per i soli cittadini o per tutti gli abitanti; i censimenti parziali di tutta la popolazione in condizione di sudditanza. Questa documentazione era indispensabile per la definizione dei ruoli fiscali. Ma la verità vera e propria è che attraverso il censimento le autorità avevano un’idea precisa delle risorse e della grandezza dell’impero.
I catasti (controllo dello spazio fiscale)
26 Le operazioni del census sulle persone fisiche non… §
Le operazioni del census sulle persone fisiche non potevano prescindere da un censimento parallelo dei beni immobili e fondiari. Da molti secoli i Romani, come gli antichi popoli dell’Italia, organizzavano il loro territorio, soprattutto quello conquistato, in funzione dello sfruttamento agricolo: lo costruivano, lo misuravano, lo dividevano tra pubblico e privato. Le nuove aree di forma quadrata o rettangolare (le centurie) servivano come base per la divisione in lotti tra i vari beneficiari. Presso i Romani queste operazioni erano legate alla conquista e all’eventualità o all’effettiva realizzazione di espopri in seguito ai quali venivano “redistribuite” le terre ai “coloni” o ai Romani. Ma bisognava stabilire ció che apparteneva al popolo romano, ció che poteva essere lasciato ai vinti o ancora rimaneggiare ció che era stato fatto ogniqualvolta una nuova operazione interessava un antico territorio. I beneficiari delle terre, veterani o civili erano dei privilegiati poichè i lotti a loro assegnati erano esenti da imposte. Inoltre quando riguardava una fondazione collettiva, i responsabili assegnavano alla nuova collettività anche “terre comuni” che potevano essere sfruttate a piacimento affittandole o concedendole. Nella maggior parte dei casi delle fondazioni coloniali e in alcune grandi assegnazioni di terre, i lotti erano inalienabili, peró col passare del tempo potevano intervenire cambiamenti come vendite, eredità, scambi, affitti. Tuttavia restava sempre aperta la possibilità di “recuperare” quella proprietà. Per questo motivo gli specialisti incaricati di delimitare i terreni definendone le dimensioni e la natura giuridica avevano una grandissima importanza. Erano tecnici insostituibili, dei geometri: i mensores per gli spazi urbani, gli agrimensores per il territorio. I geometri non si occupavano dell’assegnazione dei lotti, compito che spettava al senato e ai magistrati; il loro compito era quello di definire i confini e di stabilire la natura (privata o pubblica) dei terreni. In linea di massima questa era la situazione intorno alla fine dell’età repubblicana. In quell’epoca i mensores si dividevano in privati e militari. Gli agrimensores, in età tardo imperiale, si legarono sempre di piú all’aministrazione. Presupposto per questa gerarchia, in età tarda, era una cultura. La loro conoscenza doveva spaziare dalla conoscenza dei sistemi di misurazione alla trascrizione di documenti grafici (piante, carte) dei terreni, cioè tecniche di disegno.
Centuriazione di Cesena
27 Due aspetti sono importanti §
Due aspetti sono importanti, il primo riguarda l’elaborazione di documenti, il secondo lo sviluppo di un certo aspetto burocratico. Questo tipo di operazioni, già in età cesariana ma in particolare in età augustea, vengono tradotti in documenti “scritti e grafici”. Le carte dei terreni venivano disegnate su superfici morbide (pelle o carta), oppure incise su bronzo: le formae. Un’altra serie di documenti pubblici prevedeva anche delle indicazioni di tipo fondiario o catastale: esse contenevano lo statuto, i confini delle terre. Esistevano anche dei trattati dedicati al sistema di trascrizione e al tipo di redazione di queste formae: lettere e segni convenzionali. Libri e carta, dunque, costituiscono un documento di prim’ordine, che prevede anche la firma del fondatore della colonia o del responsabile dell’assegnazione, e che verrà conservato sia negli archivi imperiali sia nella colonia. Probabilmente esisteva una legge che puniva la falsificazione di queste carte. In genere la pianta comportava soltanto i limiti della centuriazione; solo in casi eccezionali vi figuravano anche la superficie assegnata a ciascun beneficiario e l’esatto tracciato del perimetro di ogni lotto. Solo in casi eccezionali la carta catastale romana è anche una carta parcellare. Ogni territorio centuriato disponeva di due categorie di libri a completamento della carta. Da un lato quelli delle assegnazioni, che riferivano i nomi dei beneficiari e la superficie del terreno ad essi assegnata, dall’altro quelli delle terre pubbliche della comunità, che venivano date in affitto. Per questo tipo di documenti non era previsto un periodico aggiornamento, per cui quando si voleva avere un quadro reale e veritiero della situazione, bisognava riprendere da zero l’intera operazione. In altri casi, per stabilire i diritti di proprietà occorreva fare una serie di indagini per individuare l’origine, dal momento che i vari mutamenti non venivano sempre e dovunque registrati. Libri e Formae costituivano una documentazione veramente imponente, ma se molti riportano questa grossa documentazione al Basso Impero, disponiamo di molti indizi che consentono di risalire ad età piú indietro nel tempo; già in età augustea, o forse prima, esistevano molti documenti che dimostrano che a Roma le autorità cominciavano a poter disporre di informazioni abbondanti e dettagliate. (Pag. 192-199)
L’opera geografica di Augusto
28 Il problema dell’opera geografica di Augusto §
Il problema dell’opera geografica di Augusto, nasce dall’ambiguità e dalle lacune delle fonti. L’opera di Agrippa viene associata da qualche fonte con il nome di Augusto, sia che si tratti della carta del Portico sia che si tratti da testi scritti. Questo legame è riconosciuto da un’altra testimonianza: quella della “Divisio orbis terrarum” (il mondo è diviso in Europa, Asia, Libia o Africa, mostrato da Augusto tramite un corografia). Sappiamo che per gli antichi corografia indica una riproduzione grafica piú dettagliata (regionale) della geografia. Il punto è che non siamo sicuri se in latino il significato è lo stesso. In ogni caso sembra evidente che la corografia di Augusto non è altro che la carta del Portico, “per mezzo di una carta” dice la fonte, e non si tratta di un’opera geografica.
29 Ma non escludiamo che sotto il nome di… §
Ma non escludiamo che sotto il nome di Augusto ci siano stati anche dei testi. Nei libri geografici di Plinio*, l’autore nomina piú volte Augusto come fonte delle sue esposizioni. Ad esempio viene citato per aver diviso l’Italia in undici regioni, e qui nasce il problema se questa divisione ha mai assunto la forma di un testo a cui fare riferimento. Vediamo di analizzare il problema: perchè la creazione delle undici regioni. Plinio ci informa della suddivisione, le regioni non sono indicate solo da un numero ma, nella maggior parte dei casi, recano anche nomi etnici tradizionali (Etruria, Piceni, Umbria). Alcune comprendono piú nazioni o etnie, una sola ha un nome geografico la Transpadana, una Aemilia è un neologismo, le regioni portano i nomi etnici degli antichi popoli italici.
Italia di Augusto
30 Sappiamo che §
Sappiamo che, fino all’età di Cesare, le comunità italiane erano divise in tribú, dunque, Augusto, aggiunge un’altra suddivisione forse per abolire o sostituire quella delle tribú. Già Strabone e Tolomeo descrivevano l’Italia con questo schema, senza, peró, menzionare mai le regioni. Qui si pone un altro problema: perchè Strabone non utilizzó la descrizione di Augusto? Forse perchè la descriptio in regioni fu introdotta con un certo ritardo sotto il regno di Augusto, ma la divisione etnica di Strabone utilizza fonti geografiche greche. In ogni caso bisogna essere cauti. L’unica certezza è che Plinio cita Augusto come autore di una serie di elenchi alfabetici di città. D’altra parte Plinio, citando alcune città, commette degli errori aggiungendo nomi chiaramente posteriori all’età augustea. Possibile che abbia attinto a qualche testo posteriore o che avrebbe aggiornato la situazione in relazione a cambiamenti amministrativi. Esistevano delle liste statistiche delle comunità per quasi tutte le province dell’Impero, queste liste risalgono effettivamente al tempo di Augusto e recavano il suo nome. Queste liste alfabetiche dovevano comunque essere dei riassunti di documenti piú estesi. Plinio inserisce nelle sue liste ben 50 colonie, mentre Augusto ne aveva fondate 28 (R.G.), probabilmente Plinio aveva attinto da altre fonti geografiche, specialmente per le colonie piú antiche. Quali erano i documenti ed i testi attribuiti da Plinio e Strabone* ad Augusto, e dallo stesso citati ed utilizzati? Plinio utilizza spesso l’espressione “digestio in litteras” che puó essere tradotto con “classificazione”, questo puó essere il titolo delle liste augustee.
31 Ma c’è un altro documento che §
Ma c’è un altro documento che, anche se non di carattere geografico, l’imperatore ci ha lasciato: il Breviarium. Si tratta di un documento che Augusto aveva preparato prima di morire e depositato, presso le Vestali. Si trattava del suo testamento, composto da tre volumi: nel primo aveva messo le istruzioni per il suo funerale, nel secondo l’elenco delle sue imprese, nel terzo uno “stato della situazione dell’impero”. Il terzo chiamato anche libellum conteneva le risorse pubbliche, il numero di cittadini e degli alleati, la flotta, i tributi, le rendite. Per quanto riguarda lo stato delle forze militari, Augusto dava il numero totale degli effettivi, la flotta, gli ausiliari, indicando dove erano dislocati, elencando le province e i Regna. Era un documento di tipo amministrativo, contabile, ma anche demografico e statistico: dovette sicuramente esserci anche l’elenco dei Regna e provinciae. Il Breviarium, attraverso l’elenco di province e stati clienti, di truppe, rendite e spese pubbliche, veniva a completare e a precisare, inventariando la potenza, la ricchezza e lo spazio conquistato a cui si riferivano le R.G. Possiamo anche sostenere che questo tipo di documento fosse una novità assoluta a Roma, dato che in età repubblicana le informazioni sulla situazione amministrativa erano disperse e mal conservate. Il testo fu reso pubblico nel 14 d.C., da altre fonti sappiamo che fu preso come modello in età posteriori, ad esempio un brano di Giuseppe Flavio dove l’autore fa pronunciare al re Agrippa II un discorso per dissuadere i Giudei dall’intraprendere la guerra contro i Romani. Questo brano ricorda molto da vicino certe caratteristiche e certi elementi geopolitici che abbiamo ravvisato nelle R.G e nei testi geografici (Divisio e Dimensuratio), ma anche militari, strategici e finanziari che ci rimandano al Breviarium. Nella Prefatio di Appiano, dove l’autore annuncia le sue intenzioni per un libro sulla “Storia dei Romani”, il confronto con il Breviarium è sorprendente: gli eserciti, le flotte, le rendite, una situazione dell’impero certo aggiornate al periodo in cui l’opera fu redatta (150-165 d.C.). Il libro purtroppo non ci è pervenuto, ma la coincidenza del testo di Appiano con i testi di età augustea, a cominciare dalla R.G., è stupefacente. Nell’esposizione del suo testo, l’autore non fece altro che seguire l’esempio del fondatore di quello stesso impero.
Le regioni urbane e le regioni d’Italia
32 Abbiamo visto che presso i Romani lo spazio… §
Abbiamo visto che presso i Romani lo spazio geografico compreso entro i confini dell’Impero fosse anche uno spazio amministrativo (misurazione delle province, elenco di queste nelle R.G., discriptio del territorio italico in 11 regioni, censimenti). Per noi moderni governare gli uomini, amministrare le cose e organizzare i territori sono operazioni scontate; ma nell’antichità greco-romana era tutto diverso. Le città e i reami potevano avere dei territori limitati da linee di confine, ma il concetto di territorio non fu mai sufficiente per definire la loro organizzazione e il loro funzionamento. Primo perchè il territorio è concepito in relazione al cosmo, religiosamente orientato e permeato di sacralità. Poi perchè nelle società non egualitarie, gli uomini dipendono dalla razza, dalla religione o da particolari norme giuridiche. Sia le poleis che Roma, queste diverse appartenenze determinano la struttura reale della vita amministrativa e politica. Fino alla fine dell’età repubblicana, e anche un po dopo, il quadro teorico della vita cittadina e amministrativa non é la Città ma la Tribú. Le 35 tribú di cui 4 urbane e 31 rustiche, sono liste di uomini e famiglie all’interno delle quali sono distribuiti i cittadini romani. La tribú ha anche un aspetto territoriale e in origine era il possesso di beni immobili in un determinato sito a determinare l’appartenenza ad una tribú. Ma si puó essere ascritti ad una tribú anche per motivi diversi: si puó ereditare la tribú dal padre, dal patrono o dal protettore; si puó conservare la tribú d’origine pur avendo cambiato domicilio; le autorità possono decidere di ascrivere ad una determinata tribú un individuo o un’intera comunità. Tutti questi motivi fanno sí che le tribú non presentino alcuna continuità geografica, e di conseguenza che la divisione dei cittadini non aveva quasi nulla a che fare con il territorio. I rapporti con i territori dell’Impero si manifestano da un lato attraverso alleanze contatto diretto tra i protagonisti e le autorità centrali di Roma, dall’altro con una “dominazione” su territori o gruppi di uomini. Ad un promagistrato veniva poi dato il compito di “rappresentare” Roma attraverso complessi sistemi di relazioni. Ai vari magistrati venivano assegnate una serie di competenze per quella provincia come l’incarico del Tesoro o sorveglianza delle vie di transumanza, ed operazioni censitarie. Ma queste province sono entità geografiche discontinue: le città libere o alleate formano dei “territori interclusi” al loro interno e, per contro, il magistrato ha il dovere di occuparsi di quelle che sono geograficamente al di fuori del suo “territorio”. In ogni caso soltanto nel I secolo a.C. queste province ricevono dei confini piú o meno riconoscibili. Non va dimenticato che il vero luogo in cui si prendevano le decisioni resta sempre il centro del potere, Roma. Ora come si inseriscono le riforme di Augusto in questo tradizionale scenario? Innanzitutto il concetto di periferia e centro è ben radicato presso in romani: l’Impero ha un caput che è Roma, la Città, l’Imperatore. Che il centro del potere dovesse restare a Roma non era per nulla scontato e la prima preoccupazione di Augusto fu quella di affermare che Roma rimaneva la capitale. Come è noto sia Cesare prima, che Marco Antonio poi, in due modi diversi, tentarono di spostare la sede dell’impero ad Alessandria d’Egitto, città ideale per un impero che voleva espandersi verso oriente. Per sincerità o motivi politici, Ottaviano scelse chiaramente di sgomberare il campo da questi sospetti. La sede del governo rimane a Roma, anche se il princeps potrebbe risiedere per periodi piú o meno lunghi nelle province. Per la verità la sede di Roma come centro del potere era nella logica del patriottismo italico e romano e si basa su una tradizione relativamente antica, rintracciabile anche dai numerosi “elogi all’Italia e a Roma*”, cioè l’elogio ragionato della situazione geografica e del sito di Roma. Il tema dell’elogio, anche con significati diversi, è espresso anche in età augustea da Varrone, Strabone, Dionisio, Vitruvio. Augusto non si limitó a dividere l’Italia in 11 regioni, ma divise Roma in 14 regioni urbane (7 a.C.). Le 14 regioni compresero dei quartieri (vici) e venne istituita la nuova carica dei magistri vicorum, incaricati di controllare le strade e gli incendi. I quartieri esistevano già in età repubblicana, la novità fu che Augusto le raggruppó in 14 regioni. Queste ultime erano di tipo topografico e servivano per l’indicazione del domicilio o della residenza. L’elemento decisivo per dimostrare che le regioni erano destinate a diventare delle circoscrizioni amministrative è costituito dal fatto che i “Regionari”, documenti che contengono cataloghi e guide della Roma del basso impero, recano un quadro riassuntivo del numero dei vici e dei vicomagistri. Ma perchè questa nuova introduzione? Il corpo civico romano era diviso tra le 35 tribú. Ma la distinzione tra le 4 tribú urbane, antichi abitanti dell’Urbe che corrispondevano alle 4 regioni che portavano il loro nome, e le 31 tribú rustiche non era piú pertinente; la Città era affollata da abitanti appartenenti a tutte le tribú e domiciliati nella capitale da piú generazioni. Si diffonde anche l’abitudine di chiamare questi gruppi “le tribú urbane” in contraddizione con le originarie 4 tribú d’età repubblicana : Esquilina, Palatina, Suburana e Collina. Sembra quasi che la nozione tribú non fosse piú di interesse al di fuori della città di Roma, tuttavia esse restavano il punto di riferimento per la prova e il possesso della cittadinanza romana. Le tribú mantengono le propria struttura, divisa in centurie, la propria amministrazione e la propria essenza corporativa.
33 Ma come affrontare il problema della partecipazione politica §
Ma come affrontare il problema della partecipazione politica. Le leggi e l’elezione dei magistrati si tenevano a Roma negli spazi consacrati e definiti. Ma era ormai evidente che non era piú possibile fa rientrare tutti i cittadini, cresciuti a dismisura, negli spazi previsti. Lo stesso inconveniente si verificava per il census ma con la differenza che le occasioni di voto erano piú frequenti. I cittadini residenti a Roma, ma appartenti non soltanto alle 4 tribú urbane, indicata come “plebe urbana”, era geograficamente, socialmente e politicamente lontana dall’essere rappresentata, con i suoi cittadini saldamente impiantiati nei propri distretti o nelle proprie municipalità italiche, nonostante sia autorizzata a parlare e decidere in nome del popolo romano. Noi disponiamo di un’unica testimonianza di trasferimenti in massa, quella della elezione di Augusto al pontificato massimo nel 12 a. C.: “da tutta l’Italia accorsero a Roma per la mia elezione: una moltitudine del genere non era mai stata vista prima”, per contro abbiamo molte notizie del problema che questo, spostamento, comportava e i tentativi di risoluzione. Quando nel 32 a.C. fu dichiarata guerra all’Egitto e ad Antonio, Augusto richiese un “giuramento di fedeltà” città per città: Ottaviano dispensó da questo giuramento la città di Bologna, cliente di Antonio. Piú tardi Augusto escogitó un tipo di scrutinio che permettesse ai decurioni delle colonie, pur restando nella propria città, di esprimere il loro voto dei magistrati urbani, inviandolo a Roma sigillato. La procedura si complica perchè anche sotto Augusto gli elettori erano divisi per tribú e per classi. Tutti questi voti raccolti dovevano essere divisi per tribú senza aprirli e senza fare lo spoglio. La procedura doveva prevedere di conoscere il nome della tribú e della classe di ciascun elettore: ció avrebbe significato una rottura con la prassi del voto segreto. Abbiamo visto che nella Tavola di Eraclea, i registri del census locale effettuato dai magistrati locali secondo le norme in vigore a Roma dovevano essere mandati a Roma per essere trascritti sui registri pubblici che sarebbero stati archiviati, è possibile che la stessa procedura fosse utilizzata anche per il voto. Tradizionalmente, la base per il censimento era la tribú e dunque anticamente i registri erano quelli della tribú. Ma ormai ció che viene inviato a Roma non è piú il censimento di una tribú, ma quello di “Eraclea” o di un’altra città, in cui risiedono cittadini appartenenti a diverse tribú. Comunque sia, una procedura di questo genere segna una cesura con il sistema delle tribú e delle centurie che, a causa della sua centralizzazione a Roma, comportava un’impraticabile spostamento di uomini. La soluzione poteva essere una sola: sostituire allo spostamento degli uomini quello dei documenti, decentralizzare le operazioni per centralizzare i risultati. Una volta ridotte le tribú ad un titolo puramente onorifico, risulta molto piú chiara la comparsa delle “regioni” dell’Italia e la comparsa delle regioni urbane. Inoltre il termine regio definisce la loro natura topografica. A designare queste zone è sempre il nome etnico tradizionale; Augusto numerando le regioni, miró ad annullare tutti quei particolarismi legati alle vecchie divisioni (reclutamenti in una determinata zona per ragioni di reputazione), uguagliando tutti gli uomini e cose classificandoli in cifre che ricorda quella dei registri di un’amministrazione. Infine bisogna ricordare che l’ordine della numerazione tiene conto delle esigenze della carta geografica e delle abitudini di un periplo (a zig-zag): Lazio/Campania, Puglia/Calabria, Lucania/Bruzio, Sannio, Piceno, Umbria, Etruria, Aemilia, Liguria, Veneto/Istria, Transpadana.
Censimento*
Res Gestae divi Augusti, 8: le cifre dei censimenti di età augustea
34 Celebrai il lustrum dopo 42 anni (28 a.C.) §
Celebrai il lustrum dopo 42 anni (28 a.C.). In occasione di quel lustrum vennero censiti 4.063.000 cittadini romani. E per una seconda volta celebrai, da solo e dotato di poteri consolari, il lustrum, sotto il consolato di Caio Censorino e di Caio Asinio (8 a.C.), in occasione del quale vennero censiti 4.233.000 cittadini romani. E per una una terza volta, dotato di poteri consolari e avendo come collega mio figlio Tiberio Cesare, celebrai il lustrum, sotto il consolato di Sesto Pompeo e di Sesto Appuleio (14 d.C.); in occasione di quel lustrum vennero censiti 4.937.000 cittadini romani.
Elogi a Roma e all’Italia*
Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, I, 37, 5: il clima dell'Italia
35 La più bella di tutte [cioè di tutte… §
La più bella di tutte [cioè di tutte le cose meravigliose dell'Italia] è il clima, temperato in tutte le stagioni, sicché minimi sono i danni alle coltivazioni e agli animali per i rigori del freddo o per caldo eccessivo.
Strabone, Geografia, VI, 4, 1: la varietà del clima dell'Italia
36 L'Italia è soggetta a condizioni assai varie di… §
L'Italia è soggetta a condizioni assai varie di clima e di temperatura, e questo fatto le comporta, nel bene e nel male, di avere anche una grande varietà di animali, di piante e, in generale, di tutto ciò che serve ai bisogni della vita. Essa si estende per lo più in lunghezza, da settentrione verso mezzogiorno ... La dolcezza e il rigore del clima si giudicano secondo la temperatura, fredda, calda o di grado intermedio: ne consegue, necessariamente, che l'Italia attuale, estendendosi per così grande lunghezza fra i due opposti estremi, beneficia al massimo del clima temperato e ne trae moltissimi vantaggi.
37 Plinio il Vecchio §
Plinio il Vecchio, Storia naturale, XXXVII, 201: il clima dell'Italia In tutto il mondo, per quanto si estende la volta celeste, la regione fra tutte più bella per quei prodotti che giustamente occupano il primo posto nella natura è l'Italia ... per la sua posizione geografica e la salubrità del suo clima temperato, il facile accesso offerto a tutti i popoli, le coste ricche di porti, il soffio benigno dei venti; pregi dovuti al suo orientamento dato che l'Italia di estende nella direzione più favorevole e a metà fra oriente e occidente.
38 Strabone* Il nome di Aquitani è stato dato… §
Strabone* Il nome di Aquitani è stato dato al popolo che occupa la porzione di territorio situato a nord dei Pirenei e del Monte Cevenne fino all'Oceano, al di qua del corso della Garonna; quello di Celti al popolo installato sull'altro versante del monte Cevenne, lungo il mare che bagna Massalia (Marsiglia) e Narbona, e confinante con alcune montagne della catena delle Alpi; infine quello di Belgi al resto delle popolazioni dalle coste dell'Oceano fino alla foce del Reno, ivi compresi alcuni popoli del Reno e delle Alpi. Questa suddivisione è come quella che il divo Cesare ha esposto nei suoi Commentari. Cesare Augusto, invece, ha diviso la Celtica (Gallia) in quattro parti. Egli ha fatto una provincia dei Celti della Narbonese e un'altra degli Aquitani, come le aveva delimitate Cesare, ma aggiungendo a loro quattordici popolazioni che occupano il territorio sito tra i corsi della Garonna e quello della Loira. Quanto al resto del paese, dopo averlo diviso in due, egli ha assegnato a Lugdunum (Lione) la parte alla quale dava come frontiera il corso superiore del Reno, e ai Belgi l'altra parte.
39 Qui si ferma ciò che compete al geografo… §
Qui si ferma ciò che compete al geografo esporre sulle divisioni naturali ed etniche del paese, almeno quando meritano di essere menzionate. Per quanto concerne le suddivisioni amministrative stabilite dai capi di stato, variano secondo l'opportunità e basta indicarle sommariamente: per il dettaglio il lettore si rivolga ad altri autori. (...)
Plinio*
Plinio il Vecchio, Storia Naturale, III, 46: la suddivisione regionale augustea
40 Passerò ora in rassegna il territorio e le città dell'Italia §
Passerò ora in rassegna il territorio e le città dell'Italia. A questo proposito devo premettere che seguirò come autore il divino Augusto e la suddivisione, fatta da lui, dell'Italia in undici regioni, procedendo però secondo il tracciato della costa. Quanto ai rapporti di vicinanza tra le singole città, ritengo impossibile mantenerli inalterati, almeno in un discorso affrettato come il mio; perciò, riguardo alle città dell'interno, mi atterrò all'indicazione per ordine alfabetico fatta dallo stesso Augusto, segnalando le varie colonie, come fece lui.
Panorama cronologico
146 a.C. Sconfitta di Cartagine
133 a.C. Romani signori dell’Ecumene
67 a.C. Lex Gabinia
61 a.C. Triplice trionfo di Pompeo
56 a.C. Moneta di Fausto Silla
46 a.C Trionfo di Cesare
33 a.C. Opera edilizia a Roma di Agrippa
30 a.C. Sconfitta di Marco Antonio
27 a.C. Nuovo regime di Augusto
12 a.C. Pontificato massimo di Augusto, morte di Agrippa
7 a.C. Divisione di Roma in 14 regioni urbane
41 2 a.C §
2 a.C. Augusto “Pater Patriae”



