Indice dei paragrafi · 3
  1. DE· VITA· CAESARVM L'· ASSASSINIO· DI· GIVLIO· CESARE…
  2. LO· STATO· ROMANO· NELLA· REPVBBLICA Questo è un…
  3. [...] Come ho detto sopra
DALLE FONTI

Fonti romane

TESTO ORIGINALE DELL’AUTORE — NON MODIFICATO

01 DE· VITA· CAESARVM L'· ASSASSINIO· DI· GIVLIO· CESARE… §

DE· VITA· CAESARVM L'· ASSASSINIO· DI· GIVLIO· CESARE Sulla morte di Giulio Cesare sono stati scritti vari testi, vi proponiamo qualche passo del De Vita Caesarum di Svetonio. [...] Eppure molti evidenti prodigi preannunziarono a Cesare la sua prossima uccisione. Pochi mesi prima i coloni inviati a Capua in forza della legge Giulia stavano demolendo, per costruire le loro case, alcuni sepolcreti antichissimi, e lo facevano con tanta maggior cura in quanto, stando attenti, riuscivano a trovare qualche vaso di antico lavoro. Ebbene, nel monumento in cui si diceva che fosse sepolto Capi, il fondatore di Capua, fu rinvenuta una lastra di bronzo su cui erano incise in caratteri greci queste parole: "Quando saranno scoperte le ossa di Capi un discendente di Iulo verrà assassinato per mano di suoi consanguinei, e subito dopo sarà vendicato con grandi stragi e lutti per l'Italia". Questo fatto, affinché nessuno creda che sia favoloso o inventato, è riferito da Cornelio Balbo, grande amico di Cesare. Nei giorni precedenti la sua morte venne a sapere che le mandrie di cavalli da lui consacrate al tempo del passaggio del Rubicone, e lasciate libere e senza custode, avevano smesso di pascolare e piangevano dirottamente. E l'aruspice Spurinna, mentre stava sacrificando, lo avvertì di guardarsi da un pericolo che gli si sarebbe presentato non oltre le idi di marzo. La vigilia di quelle stesse idi uno scricciolo, che è anche detto "uccellino regale", entrò nella Curia di Pompeo portando nel becco un ramoscello di alloro: immediatamente parecchi uccelli usciti da un boschetto vicino gli si avventarono addosso e lo uccisero in quello stesso luogo. E Cesare stesso poi, durante la notte che precedette l'alba del giorno in cui venne assassinato, sognò di sentirsi librare nell'etere, ora volando al disopra delle nubi e ora stringendo la mano a Giove. Sua moglie Calpurnia sognò che il tetto della loro casa crollava e che il marito le veniva assassinato in grembo. E subito le porte della camera da letto si spalancarono da sole, all'imporvviso. A causa di questi segni, e anche perché non si sentiva bene, stette a lungo dubbioso, pensando di rimanere a casa e di differire quanto si era proposto di decidere in Senato; finalmente, poiché Decimo Bruto lo esortava a non assentarsi dato che molti Senatori lo stavano già da tempo aspettando, verso l'ora quinta si mise in cammino; e quando un tale, venutogli incontro, gli porse un foglietto in cui si denunciava la congiura, lo unì alle carte che teneva nella sinistra, come se avesse voluto leggerlo di lì a poco. Finalmente, dopo avere sacrificato numerose vittime senza trovarne nessuna propizia, entrò nella Curia in dispregio alla religione, prendendo in giro Spurinna e tacciandolo di falso profeta perché le idi di marzo erano arrivate e non aveva sofferto alcun danno, sebbene questi gli rispondesse: "Sono arrivate, ma non sono ancora passate!". Quando si fu messo a sedere, i congiurati gli si fecero attorno come per rendergli onore, e immediatamente Cimbro Tillio, che si era assunto il compito di dare il segnale, gli si avvicinò come per chiedergli qualcosa, e poiché Cesare gli opponeva un rifiuto e col gesto mostrava di voler rinviare quella faccenda a un altro momento, lo afferrò per la toga su ambedue le spalle; e mentre egli gridava: "Ma questa è violenza!" uno dei due Casca lo colpì di fronte, ferendolo poco sotto la gola. Cesare, afferrato il braccio di Casca, lo trapassò con lo stilo, e tentò di balzare in piedi ma venne fermato da un'altra ferita. Quando si accorse che da ogni parte gli venivano addosso coi pugnali levati, si avvolse il capo nella toga, e con la sinistra ne tirò giù il lembo fino ai piedi per cadere più decorosamente, con anche la parte inferiore del corpo coperta. In questo atteggiamento venne trafitto da ventitré ferite, avendo emesso un solo gemito, senza articolare parola, dopo che gli era stato inferto il primo colpo. Qualcuno però ha tramandato che, rivolto a Marco Bruto mentre questi gli si avventava addosso, abbia esclamato: "Anche tu, figlio?". Giacque a terra esanime per qualche tempo, mentre tutti fuggivano, fino a quando tre schiavi, depostolo su una lettiga con un braccio penzoloni, lo riportarono a casa. Fra tante ferite, come riferisce il medico Antistio, non se ne trovò nemmeno una che fosse mortale, eccetto la seconda, ricevuta in pieno petto. I congiurati avevano in animo di gettare nel Tevere il corpo dell'ucciso, di mettere all'asta i suoi beni e di annullare i suoi atti, ma vi rinunciarono per timore del console Marco Antonio e di Lepido, comandante della cavalleria [...].

02 LO· STATO· ROMANO· NELLA· REPVBBLICA Questo è un… §

LO· STATO· ROMANO· NELLA· REPVBBLICA Questo è un interessantissimo testo tratto da Storie di Polibio in cui lui parla della forma dello Stato romano nella Repubblica,  facendo una descrizione degli organi di governo e analizzando le loro prerogative.

03 [...] Come ho detto sopra §

[...] Come ho detto sopra, tre erano gli organi dello stato che si spartivano l'autorità; il loro potere era così ben diviso e distribuito, che neppure i Romani avrebbero potuto dire con sicurezza se il loro governo fosse nel complesso aristocratico, democratico, o monarchico. Né è il caso di meravigliarsene, perché considerando il potere dei consoli, si sarebbe detto lo stato romano di forma monarchica, valutando quello del Senato lo si sarebbe detto aristocratico; se qualcuno infine avesse considerato l'autorità del popolo, senz'altro avrebbe definito lo stato romano democratico. Le prerogative di ciascuno di questi organi, ai tempi della guerra annibalica e, tranne qualche piccola eccezione, ancora ai nostri giorni, sono quelle che ora dirò. I consoli quando non sono lontani al comando delle legioni, ma si trovano in Roma, esercitano il potere esecutivo. Gli altri comandanti, fatta eccezione dei tribuni, sono loro sottoposti e obbediscono ai loro ordini; essi presentano gli ambasciatori al Senato, propongono i decreti urgenti, curano l'esecuzione dei provvedimenti. Invece per quanto riguarda gli affari pubblici di competenza del popolo, i consoli hanno l'incarico di riunire i comizi, di presentare loro le leggi, di eseguire i decreti della maggioranza. Per quel che concerne i preparativi di guerra e la condotta delle operazioni, hanno un potere pressoché assoluto: hanno diritto di fare qualunque imposizione agli alleati, di eleggere i tribuni, di arruolare i soldati, di scegliere fra loro gli idonei; inoltre finché sono in campo possono punire chi vogliono dei loro subalterni. Hanno pure il potere di spendere i beni dell'erario nella misura che credono opportuna e li accompagna un questore pronto a eseguire i loro ordini. Considerando la loro autorità, sarebbe giusto definire monarchica la costituzione romana. Quanto ho detto non perderebbe la sua validità neppure se al presente o in futuro avvenisse qualche mutamento negli organi dei quali ho trattato o in quelli dei quali parlerò in seguito. Il Senato ha prima di tutto il potere amministrativo e controlla tutte le entrate e tutte le uscite. I questori infatti non possono per nessuna ragione ordinare spese senza l'approvazione del Senato, eccettuate quelle imposte dai consoli; il Senato controlla pure lo stanziamento di gran lunga più cospicuo di tutti gli altri, quello che i censori stabiliscono ogni cinque anni per la costruzione e il riattamento delle opere pubbliche e deve concedere il suo nulla osta ai censori stessi. Inoltre il Senato ha giurisdizione sui reati che si commettono in Italia e richiedono una inchiesta statale, come quelli di tradimento, di cospirazione, di veneficio, di assassinio. Se poi un privato o una città d'Italia richiedono l'intervento romano per risolvere una controversia, per punire un delitto, per ottenere soccorso o difesa, la cura di tutto ciò è affidata al Senato. Se occorre mandare fuori d'Italia un'ambasceria per comporre discordie, rivolgere esortazioni o imporre ordini o infine per ricevere una sottomissione o dichiarare una guerra, il Senato deve provvedere a tutto ciò e inoltre deve ricevere le ambascerie che arrivano a Roma e dare a ciascuna la risposta opportuna. Nessuno di questi incarichi spetta al popolo; perciò se uno straniero giunge in Roma in assenza del console, la costituzione romana gli appare senz'altro aristocratica; molti Greci e anche molti re sono convinti di questo, perché il Senato tratta di tutte le questioni che li riguardano. A questo punto si ha il diritto di domandarsi quale mai sia la parte di governo lasciata al popolo, dal momento che, come abbiamo detto, il Senato è arbitro di tutte le questioni particolari e soprattutto amministra completamente le entrate e le uscite, mentre i consoli decidono di quel che concerne i preparativi di guerra e durante le spedizioni godono di pieni poteri. Eppure anche al popolo è lasciata una parte non trascurabile del governo. Il popolo infatti è il solo arbitro dell'assegnazione degli onori e delle punizioni, esercita cioè il potere sul quale si fondano le dinastie, le repubbliche e tutta quanta la vita consociata. I popoli che non conoscono la distinzione fra premi e pene o che, pur conoscendola, la applicano malamente, non possono infatti amministrare i loro sudditi come si conviene: come potrebbero, se i buoni e i malvagi godono di uguale stima? Il popolo interviene anche ad applicare le multe quando la colpa sia meritevole di una pena grave e particolarmente a danno degli alti magistrati ed è il solo che possa giudicare di delitti capitali. A proposito di questi vige presso i Romani una usanza degna di lode e di menzione: dopo che è stata pronunciata una sentenza capitale, anche se manca solo il voto dell'ultima tribù, per rendere esecutiva la condanna, essi concedono per legge al reo la facoltà di allontanarsi in volontario esilio. I condannati possono riparare a Napoli, a Preneste, a Tivoli e in qualunque altra città federata. Il popolo poi assegna le pubbliche cariche a chi ne è degno, ed esse sono considerate il miglior premio della virtù; ha inoltre il potere di approvare le leggi e soprattutto di decidere della pace e della guerra; gli spetta infine di confermare con la sua sanzione o di annullare i patti di alleanza, di pace e di tregua, di modo che si potrebbe dire a ragione che il popolo ha la massima autorità nel governo e che la costituzione romana è democratica. BIBLIOGRAFIA - Storie volume VI, 11-14, traduzione di C. Schick